Dieci capolavori della letteratura che erano vietati in Unione Sovietica

La censura di Mosca non permise che venissero stampati, e molti di loro hanno visto la luce in patria solo negli ultimi anni della Perestrojka o addirittura nella Russia postcomunista. Diverse opere furono inizialmente pubblicate in Occidente (alcune in Italia, in anteprima mondiale) e quasi tutte circolarono in Urss illegalmente sotto forma di samizdat

Tutte le case editrici dell’Urss erano di proprietà statale, e qualsiasi testo, prima di andare in stampa, doveva superare il vaglio della censura preventiva. Il controllo era svolto dal Glavlit, uno speciale organo statale per le questioni della letteratura e della stampa, che, nel corso degli anni cambiò più volte denominazione, ma che ricordò sempre il Ministero della Verità di orwelliana memoria.

Ai tempi di Stalin, il fatto che un’opera in realtà indesiderata riuscisse a superare i controlli e ad arrivare in stampa, poteva essere considerato un reato, e sia per l’autore che per il censore poteva finire molto male. Ma, secondo molti scrittori, le regole del gioco sotto Stalin erano molto chiare ed era un caso rarissimo che un libro uscisse e fosse poi criticato ex post dal tiranno, inguaiando lo scrittore e chi avrebbe dovuto fermare la sua opera. Negli anni Sessanta, invece, l’arbitrio della censura arrivò all’assurdo, e per molti scrittori furono quelli i tempi più spaventosi e disperati.

Erano molte le ragioni per le quali ai libri poteva essere rifiutata l’uscita. Potevano, a detta dei censori, contenere una critica dell’ordinamento sovietico (anche se allegorica e velatissima), essere non abbastanza patriottici e non rispondere ai valori dell’uomo sovietico. Inoltre, nei libri non doveva esserci una rappresentazione positiva della religione o di punti di vista non sovietici nella trattazione di vari eventi storici. Poi non venivano stampate le opere degli scrittori emigrati dall’Unione Sovietica, perché li si riteneva dei nemici e dei traditori della società.

Ecco alcuni celebri libri russi che in Unione Sovietica sono stati stampati solo al collasso dell’Urss, tra la fase finale della Perestrojka e il crollo del sistema.

1 / Ivàn Bùnin (1870-1953) – “Giornate maledette” 

Scritto nel 1918-20, pubblicato in Urss nel 1988

Ivan Bunin viveva a Mosca, quando scoppiò la Rivoluzione del 1917. Non sostenne i bolscevichi, e anzi simpatizzò per i Bianchi, e pensò addirittura di combattere come volontario nelle loro file. Nel 1920 emigrò invece in Francia.

L’orrore che provava per il caos e i disordini che regnavano per le strade della Russia al tempo della Rivoluzione e della Guerra Civile e quello che pensava dei bolscevichi, Ivan Bunin lo scrisse nei suoi diari. Proprio da queste memorie, più tardi trasse il famoso libro “Giornate maledette” (titolo originale in russo: “Okajannye dni”). A Parigi venne pubblicato subito, nel 1925, nell’Italia fascista venne tradotto nel 1935, ma nell’Urss questo testo antisovietico non poté certo essere stampato.

Altre opere di narrativa di quello che fu, nel 1933, il primo russo a vincere il Nobel per la Letteratura, uscirono, con piccole tirature, dopo la morte di Stalin, ma “Giornate maledette” con le sue durissime critiche ai bolscevichi e alla Rivoluzione, rimase proibito fino alla Perestrojka e uscì nelle librerie solo nel 1988 e con alcuni interventi della censura. Il testo completo fu stampato solo nel 1990. 

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2 / Evgènij Zamjàtin (1884-1937) – “Noi”

Scritto nel 1920, pubblicato in Urss nel 1988

Questo romanzo distopico di Evgenij Zamjatin ha avuto una forte influenza sia su George Orwell che su Aldous Huxley. “1984” e “Il mondo nuovo” sono stati scritti dopo il romanzo “Noi”, rispettivamente nel 1948 e nel 1932. Ma di nessuno di questi romanzi venne autorizzata la pubblicazione in Unione Sovietica.

Il romanzo “Noi” (titolo originale russo: “My”) descrive uno Stato totalitario del futuro, che ricorda molto da vicino il periodo del Comunismo di guerra (1918-1921), nel quale la vita, persino quella intima, è sotto il controllo delle autorità. I censori dell’Urss videro nell’opera una canzonatura del sistema sovietico (ed erano nel giusto) e anche certi spiacevoli richiami agli avvenimenti della Guerra civile.

Inizialmente, volevano espellere dal Paese Zamjatin, insieme a un gruppo di altri scrittori antisovietici, ma poi lo arrestarono “in attesa di nuovo ordine”. Grazie alle petizioni di alcuni amici, dopo qualche tempo venne rilasciato.

Zamjatin riuscì, ancor prima di essere arrestato, a far arrivare il manoscritto in Occidente e il libro fu tradotto in inglese e pubblicato negli Usa nel 1924 e poco dopo in Europa. In Italia, nella traduzione di Ettore Lo Gatto, uscì nel 1955. In patria, ovviamente, lo scrittore venne accusato di tradimento e nel 1931 lui stesso chiese a Stalin il permesso di andare in esilio all’estero. Grazie di nuovo all’aiuto di qualche persona influente, tra cui lo scrittore Maksim Gorkij, molto amato e rispettato da Stalin, poté lasciare il Paese. Dal 1931 e fino alla morte, avvenuta nel 1937, visse a Parigi. “Noi” venne pubblicato in Urss solo nel 1988.

3 / Mikhaìl Bulgàkov (1891-1940) – “Cuore di cane”

Scritto nel 1925, pubblicato in Urss nel 1987

La gran parte delle opere per le quali i lettori russi adorano Mikhail Bulgakov, furono pubblicate postume. Negli anni Sessanta, durante il cosiddetto Disgelo, nelle case editrici ufficiali uscirono, seppur con grandi tagli e con orrendi interventi della censura, “La guardia bianca” e “Il maestro e Margherita”.

Ma “Cuore di cane” (titolo originale russo: “Sobache serdtse”) raccomandarono a Bulgakov di non sottoporlo nemmeno al giudizio del Glavlit. In questo libro lo scrittore traccia un evidente parallelo tra un cane bastardo, Sharik (“Pallino” nell’edizione italiana), che dopo un esperimento con trapianto di testicoli e ipofisi umana diventa un disgustoso proletario sempre intento a sproloquiare di Marx e Engels, e la società russa, dove le misere classi sociali inferiori hanno preso il potere nel Paese e terrorizzano gli strati sociali più sviluppati. Lo scrittore però non ascoltò i consigli e presentò il suo lavoro, ricevendo dalla censura uno sdegnato rifiuto per un’opera vista come “un’inaccettabile pungente satira politica”.

Nel 1926 il manoscritto venne sequestrato dalle autorità, ma, su richiesta di Maksim Gorkij, dopo qualche tempo venne restituito all’autore. In breve tempo apparve in versione samizdat, diventando estremamente popolare. 

Nel 1987 “Cuore di cane” fu stampato per la prima volta in Urss (in Italia era arrivato nel 1967) e nel 1988 fu trasformato dal regista Vladimir Bortko in un film per la tv molto popolare, che è diventato una vera e propria miniera di aforismi e citazioni.  

4 / Borìs Pasternàk (1890-1960) – “Il dottor Zhivago”

Scritto nel 1945-55, pubblicato in Urss nel 1988

Questo romanzo, che racconta in modo obiettivo della Rivoluzione e della Guerra civile in Russia, è una delle migliori opere della letteratura russa del XX secolo (e non solo). “Il dottor Zhivago” valse a Boris Pasternak il premio Nobel nel 1958 e allo stesso tempo gli scatenò contro una vera persecuzione in Urss.

Dopo che tutte le riviste sovietiche dove venivano stampate le novità letterarie si rifiutarono di pubblicare il romanzo, Pasternak fece arrivare il romanzo in Italia, dove venne stampato in anteprima mondiale il 15 novembre 1957 dalla Feltrinelli (recentemente sono stati desecretati i documenti che dimostrano il coinvolgimento della Cia nella pubblicazione clandestina del romanzo nei Paesi del campo socialista). In seguito, Pasternak fu dichiarato traditore nella sua patria, e iniziò la sua persecuzione.

Il comitato editoriale della rivista “Novyj mir” dichiarò in una lettera aperta che il libro “descriveva calunniosamente la rivoluzione d’Ottobre e le persone che avevano realizzato questa rivoluzione e la costruzione del socialismo nell’Unione Sovietica”. Il premio Nobel venne definito un’azione politica. Secondo i redattori, “veri sovietici”, il premio Nobel era associato al “clamore antisovietico attorno al romanzo” e non rifletteva in alcun modo le “qualità letterarie dell’opera di Pasternak”. La persecuzione del poeta raggiunse una portata tale che si estese alle masse proletarie. C’era anche una battuta popolare: “Non ho letto Pasternak, ma lo condanno”. Di conseguenza, Pasternak fu costretto a rifiutare il premio Nobel, poiché minacciato di espulsione dal Paese.

“Il Dottor Zhivago” è stato pubblicato in Urss solo nel 1988, ironia della sorte proprio sulle pagine della rivista “Novyj mir”, che tanto aspramente lo aveva criticato.

5 / Iljà Erenbùrg (1891-1967), Vasìlij Gròssman (1905-1964) – “Il libro nero - Il genocidio nazista nei territori sovietici 1941-1945”

Scritto nel 1943-1945, pubblicato in Russia nel 2015

Come corrispondente di guerra, Vasilij Grossman fu uno dei primi giornalisti a vedere il campo di concentramento di Treblinka, appena liberato dai soldati sovietici. Il suo articolo “L’ inferno di Treblinka” fu la prima pubblicazione sulla Shoah apparsa sulla stampa sovietica

Grossman era toccato dall’argomento molto sul personale: sua madre morì nelle esecuzioni di massa di ebrei a Berdichev. Insieme a un altro corrispondente di guerra, Ilja Erenburg, Grossman raccolse vario materiale documentario sull’Olocausto e le sue osservazioni nella raccolta “Il Libro Nero” (titolo originale russo: “Chjornaja Kniga”).

In Urss, si rifiutarono di pubblicare il testo, perché non si voleva far emergere il tema dell’olocausto degli ebrei. Si credeva che non si dovesse concentrarsi sulle sofferenze di un popolo in particolare; era necessario descrivere il crimine dei nazisti in generale e la sofferenza del popolo sovietico nel suo insieme.

Nel 1947, il libro fu stampato in inglese negli Stati Uniti (in Italia è apparso nel 1999 per i tipi di Mondadori), in russo fu pubblicato per la prima volta solo nel 1980 in Israele, e non integralmente. In Russia, il testo completo del libro è stato pubblicato solo nel 2015!

6 / Vasìlij Gròssman (1905-1964) – “Vita e destino”

Scritto nel 1950-1959, pubblicato in Urss nel 1988

La storia della creazione di questo romanzo è degno di un film d’azione. In gran parte, il libro si basa sulla biografia dello stesso autore. In “Vita e destino” (titolo originale russo: “Zizhn i sudbà”), Vasilij Grossman scrive della battaglia di Stalingrado, nel cui inferno si calò come corrispondente di guerra; della vita durante lo sfollamento; delle repressioni, e di come vicini e amici voltavano le spalle ai parenti delle vittime della repressione.

La saga di Grossman, che ora è spesso definita il “Guerra e Pace del XX secolo” era considerata ideologicamente nociva in Urss, per le troppe critiche al regime di Stalin (Grossman paragona persino Stalin a Hitler). La pubblicazione fu rifiutata a Grossman, inoltre, il Kgb perquisì lo scrittore e sequestrò il pericoloso manoscritto.

Fortunatamente, un amico aveva una copia del testo e riuscì a farlo uscire dal Paese. Il romanzo fu stampato in Svizzera nel 1980 (la prima edizione italiana è del 1984), e in Urss vide la luce solo con la Perestrojka, nel 1988, e anche allora con pesanti tagli. Il testo completo è stato pubblicato solo nel 1990.

Nel 2013 l’Fsb (successore del Kgb) con una cerimonia ufficiale ha consegnato al Ministero della Cultura della Federazione Russa il manoscritto sequestrato tanti anni prima.

7 / Vladìmir Nabòkov (1899-1977) – “Lolita”

Scritto nel 1953, pubblicato in Urss nel 1989

La storia dell’amore proibito di un uomo adulto e una ninfetta minorenne è stata vietata in molti Paesi, tra cui Francia (per due anni) e Gran Bretagna. Persino negli Stati Uniti diversi editori si rifiutarono di pubblicare “Lolita”, che, scritto in inglese (e solo dieci anni dopo tradotto in russo dallo stesso autore) fu stampato inizialmente a Parigi nel 1955, dalla Olympia Press, un’importante casa editrice statunitense, aperta all’estero per sfuggire alla censura. In Italia fu pubblicato nel 1959 da Mondadori.

In Urss, Nabokov non poteva essere affatto stampato, perché era il figlio di un politico centrista, un ardente oppositore dei bolscevichi. Tutta la famiglia Nabokov lasciò la Russia dopo la Rivoluzione, ed erano considerati “traditori della Patria”.

Tuttavia, i libri di Nabokov furono pubblicati in samizdat e l’élite intellettuale ebbe l’opportunità di conoscerli. E negli anni Cinquanta e Sessanta, in articoli accademici, iniziarono a essere citate le singole opere di Nabokov (comprese le note sull’“Eugenio Onegin” di Pushkin, che Nabokov aveva tradotto in inglese).

Lo stesso Nabokov non credeva che “Lolita” sarebbe mai stato pubblicato in Urss. Nella postfazione della traduzione russa, che completò negli anni Sessanta, scrisse: “È difficile per me immaginare un regime, liberale o totalitario, nella mia affettata patria, la censura possa lasciar stampare ‘Lolita’”.

Tuttavia, il libro è apparso in Unione Sovietica, sebbene solo nel 1989.

8 / Aleksàndr Solzhenìtsyn (1918-2008) – “Arcipelago Gulag”

Scritto nel 1958-1968, con aggiunte fino al 1979, pubblicato in Urss nel 1989

È grazie ad Aleksandr Solzhenitsyn che la stampa sovietica parlò per la prima volta della realtà del Gulag. Le repressioni colpirono molte famiglie; decine di migliaia di persone furono recluse nei lager. Tuttavia, per molti anni la stampa ignorò le reali condizioni di prigionieri, la fame, le malattie e il lavoro insopportabile.

Nel 1962, sulla rivista “Novyj Mir” apparve, quasi miracolosamente, il romanzo di Solzhenitsyn “Una giornata di Ivan Denisovich”. Si basava sull’esperienza personale dell’autore, sui suoi otto anni trascorsi nei campi.

Solzhenitsyn dedicò tutta la sua vita successiva allo studio del sistema repressivo dell’Urss, raccolse informazioni sui campi di tutto il Paese, descrisse come erano stati creati e chi lavorò in essi, e tutto ciò fu incluso nel monumentale libro “L’arcipelago Gulag” (titolo originale in russo: “Arhipelàg Gulàg”).

Solzhenitsyn era uno dei principali dissidenti sovietici, e un ardente oppositore della censura. Il Kgb lo osservava da vicino e alla fine trovò il manoscritto dell’“Arcipelago Gulag”. L’autore a quel tempo era già riuscito a trasmettere il testo in Occidente, e nel 1973 il libro fu pubblicato a Parigi (la prima edizione italiana, per Mondadori, è del 1974). Solzhenitsyn fu riconosciuto come traditore della patria, privato della cittadinanza e costretto a lasciare il Paese.

Nel 1989, capitoli separati del libro apparvero su “Novyj Mir” e negli anni Novanta il testo uscì in Russia in versione integrale. A Solzhenitsyn venne restituita la cittadinanza e tornò in Russia.

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9 / Evgenija Ginzburg (1904-1977) – “Viaggio nella vertigine”

Scritto nel 1967, pubblicato in Urss nel 1988

L’autrice definì il suo libro “una cronaca dei tempi del culto della personalità”. Come molte opere che rivelano gli orrori del regime stalinista, il libro della Ginzburg fu pubblicato inizialmente all’estero (a sua insaputa, in Italia, nel 1967, da Mondadori) e apparve in Urss solo nel 1988.

Ginzburg fu arrestata nel 1937, durante le Grandi Purghe, e trascorse dieci anni in prigione. Questo romanzo autobiografico racconta delle percosse subite durante gli interrogatori, di come venivano falsificati processi e costringevano le persone a confessare crimini che non avevano commesso, anche attraverso la minaccia dell’arresto di tutta la famiglia.

Ginzburg scrive del sistema onnipresente di delazione; dei vicini che denunciavano i vicini, sperando di ingraziarsi così l’Nkvd, ma poi finivano comunque in prigione per non aver denunciato abbastanza o per essere stati a loro volta denunciati da qualcun altro.

La prigione femminile era un luogo particolarmente terribile, dove uomini in uniforme picchiavano le loro connazionali fino a far perdere loro la memoria e farle impazzire.

Nel 1974 ne fu tratto un film italiano “E cominciò il viaggio nella vertigine” con Milena Vukotic, e nel 2009, la regista olandese Marleen Gorris ha diretto “Viaggio nella vertigine”, con Emily Watson. Dal 1989 ad oggi, poi, “Krutoj marshrut” (“Un percorso ripido”, che riprende il titolo originale russo del libro) va regolarmente in scena al Teatro Sovremennik di Mosca.

10 / Le poesie degli autori dell’Epoca d’argento della poesia russa

Il destino di molti poeti di quest’epoca fu triste. Il partito e il Glavlit richiedevano versi patriottici, che mostrassero l’eroismo del popolo sovietico, ed esaltassero il lavoro e la vita felice nell’Urss. Composizioni liriche, amore, sofferenza: tutto ciò non era permesso ed era visto come qualcosa di ostile, “capitalista”, e completamente inutile per il popolo sovietico. Nell’Urss non venivano stampate le raccolte dei poeti emigrati, come Zinaida Gippius (1869-1945) o Dmitrij Merezhkovskij (1865-1945), entrambi morti a Parigi. Solo negli anni Sessanta alcune poesie accuratamente selezionate di Konstantin Balmont (1867-1942) e Marina Tsvetaeva (1892-1941) iniziarono a essere pubblicate. Solo nel 1986 furono pubblicate le poesie di Nikolaj Gumiljov (1886-1921), vittima della repressione, e nel 1989 la prima pubblicazione in Urss delle poesie d’avanguardia di Vladislav Khodasevich (1886-1939) fu un grande evento. Anche molti versi del poeta contadino Sergej Esenin (1895-1925), un tempo popolare, cessarono di essere stampati.

Molti poeti furono costretti a scrivere di nascosto e a tenere le loro opere nel cassetto, ma era pericoloso anche quello. Cè una leggenda diffusa secondo cui Anna Akhmatova (1889-1966) scrivesse le sue poesie su un pezzo di carta, poi imponesse ai suoi amici di memorizzarle, e quindi bruciasse il foglio. I suoi amici facevano lo stesso con i loro amici, e così le poesie si diffondevano. Inoltre, le raccolte di poesie venivano attivamente distribuite in samizdat.

Molti poeti furono vittime della repressione, tuttavia le accuse non erano per lo più legate alle questioni creative e stilistiche, ma a sospetti di cospirazione antisovietica. Osip Mandelshtam (1891-1938) morì in un campo di concentramento per l’epigramma a Stalin, “Viviamo senza più fiutare sotto di noi il Paese”, dove definiva il leader sovietico “montanaro del Cremlino”, bersagliando la sua scarsa istruzione.

L’Nkvd e poi il Kgb sequestrarono manoscritti e raccolte di versi autopubblicate, ma non distrussero nulla. Tutti i testi venivano conservati negli archivi dei servizi segreti o trasferiti in magazzini speciali (depositi speciali delle biblioteche), il cui accesso era disponibile solo a una cerchia ristretta di persone e specialisti. In questi archivi, molte delle opere perdute sono state recuperate e pubblicate dopo il crollo dell’Urss.


Come cambiò la censura sovietica negli anni 

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