Prigov, i ricordi di chi ha conosciuto l’“artista totale”

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Non solo poeta (fu prolifico: scrisse oltre 36mila poesie). Non solo pittore (i suoi disegni sono esposti nei principali musei). Se ne andava dieci anni fa uno dei russi più eclettici e geniali del Novecento. Ecco la testimonianza di chi lo incontrò

L'artista Dmitrij Prigov. Fonte: Libreria TsiolkovskijL'artista Dmitrij Prigov. Fonte: Libreria Tsiolkovskij

Dmitrij Prigov è stato probabilmente una delle figure più inusuali ed eccentriche della scena culturale russa. È noto per le sue opere innovative e per i poemi “grafici”, vere e proprie creazioni geometriche. Uno dei suoi lavori campeggia persino su un palazzo di Mosca.

Dalla fine degli anni Ottanta è stato autore di decine di installazioni e performance artistiche e oggi le sue opere arricchiscono le sale di gallerie e musei di tutto il mondo: dalla Struve Fine Art gallery di Chicago alla St. Louis Gallery of Contemporary Art di Los Angeles, fino al Martin-Groppius-Bau di Berlino. La sua mostra più recente è stata quella al Centre Pompidou di Parigi nel 2016.

Una poesia grafica di Prigov su un palazzo del quartiere Belaevo di Mosca. Fonte: Margarita ChistovaUna poesia grafica di Prigov su un palazzo del quartiere Belaevo di Mosca. Fonte: Margarita Chistova

Anche altre forme d’arte attirarono la sua attenzione, per esempio è stato molto prolifico con la penna, scrivendo oltre 35mila poesie, alcune delle quali sono state tradotte in inglese, italiano e tedesco. Anche la musica d’avanguardia rientrò nel suo orizzonte creativo, e fu uno dei principali rappresentanti del Concettualismo moscovita, un genere puramente russo, con una nuova visione dell’arte. Come quella di molti altri movimenti d’avanguardia, l’arte di Prigov era non ufficiale e non conformista.

Rbth ha chiesto alle persone che hanno avuto la fortuna di conoscere Prigov, i loro ricordi di lui, come artista e come uomo.

Alessandro Niero, professore all'Università di Bologna, traduttore italiano delle poesie di Prigov:

Conoscevo Prigov dal 1997. L’ho anche ospitato a casa mia per qualche giorno, anche se non ricordo quando. In ogni caso era una compagnia spiritosa, piena di brio e acume. Parlare con lui era una continua rimessa in discussione dell’idea di poesia, quale che se ne avesse. Il suo era un disincanto intelligente che, paradossalmente, si accompagnava a una straordinaria passione per il fenomeno “lingua”. Sentirlo recitare, poi, era entusiasmante. Comunicava al di là del veicolo linguistico che usava e, anche chi non capiva il russo, ne rimaneva affascinato.

Prigov ha costretto a rimodificare l’idea di poesia, a indagare se possa davvero essere considerata uno strumento attendibile per l’effusione dei sentimenti o per porre questioni politiche o sociali o filosofiche. C’è, insomma, una salutare pars destruens nella sua concezione di scrittura che impegna, chiunque inizi a scrivere (a qualunque latitudine si trovi), a porsi delle domande non banali sul “poetare” e giungere, quindi, a una propria, personale, meditata, non ingenua pars construens (la pars destruens e la pars costruens rappresentano le due parti fondamentali del metodo baconiano finalizzato a raggiungere la conoscenza di un fenomeno, ndr). L’operazione di Prigov me la figuro come una immensa operazione metaletteraria, insomma (che non esclude, beninteso, la presenza di testi esteticamente belli e godibili).

Zelfira Tregulova, Direttore generale della Galleria Tretjakov di Mosca:

“Kollektsia!”, la mostra sull’arte contemporanea russa al Centre Pompidou di Parigi non ha mostrato solo i lavori di Dmitrij Prigov, ma gli ha anche dedicato una piccola mostra audiovisiva, grazie alla quale si poteva capire la grandezza di questo artista e la sua importanza nel contesto internazionale. Senza contare i molti eventi e le conferenze su di lui in programma nel museo parigino.

Ho incontrato Prigov di persona e ogni volta abbiamo conversato in modo veramente interessante. Lui aveva un modo di esprimersi paradossale, ma allo stesso tempo molto piacevole. I nostri incontri sono stati sporadici, ma mi hanno lasciato un senso di calore nel cuore.

Dmitrij Prigov, installazione, “Crying “, 1991. Fonte: Galleria TretyakovDmitrij Prigov, installazione, “Crying “, 1991. Fonte: Galleria Tretyakov

La figura di Prigov continua ad attrarre attenzioni. Era un uomo a tutto tondo: poeta, filosofo, artista… Non a caso è stato detto di lui che era un personaggio rinascimentale. E proprio in virtù di questa sua universalità, i suoi lavori sono oggi in esposizione permanente sia alla Galleria Tretjakov di Mosca che all’Ermitage di San Pietroburgo.

Anton Belov, direttore del Garage Museum of Contemporary Art di Mosca:

Ha scavalcato i tempi, i confini, la materialità del corpo e l’influenza metafisica. Grazie a lui abbiamo la possibilità di apprezzare l’arte in tutta una varietà di aspetti. E quando citiamo il nome di Prigov non parliamo tanto o solo dei suoi disegni o delle sue poesie, ma evochiamo in toto la sua figura: il modo in cui ha messo in opera le sue performance, il suo eclettismo, il modo in cui riuniva le persone attorno a sé, come ha viaggiato e come ha ispirato chi gli stava vicino. Penso che se dovessimo valutare cosa ci ha lasciato in eredità, senza volerlo inscatolare in un preciso movimento artistico di appartenenza, potremmo dire che ha avuto un’enorme influenza su tutti i settori della cultura e su tutte le persone che se ne occupano, siano esse artisti, curatori, manager o semplici appassionati d’arte.

Eugene Ostashevskij, poeta e traduttore russo-americano:

Secondo me, Prigov e Brodskij sono stati i più grandi poeti della loro generazione, nonostante fossero molto diversi e avessero idee agli antipodi su cos’è la poesia, il linguaggio e sul ruolo del poeta. Prigov è più vicino alle avanguardie occidentali, mentre Brodskij è più classicista. Cionondimeno, entrambi nati nel 1940, formano un’inattesa coppia. Sono come un paio di pinze che tiene insieme tutta la poesia russa del Ventesimo secolo. Una delle fortune della mia vita è stata passare una settimana con Prigov in Italia, a Bergamo per la precisione, nell’agosto del 1998, a un corso estivo di russo, dove tenevamo insieme un reading per gli studenti italiani. La registrazione si trova su Penn Sound.

Dmitrij Prigov, esposizione all’Ermitage di San Pietroburgo. Fonte: Igor Russak/RIA NovostiDmitrij Prigov, esposizione all’Ermitage di San Pietroburgo. Fonte: Igor Russak/RIA Novosti

Lui ha letto “Almaznaia azbuka”, “L’abbecedario di diamante”, una gigantesca pièce oral-musical-concettuale che oscilla tra la versione sovietica della Pop art e il buddismo così come era recepito in Unione Sovietica. Non si era in grado di dire dove finisse l’ironia (a patto che finisse), e per me fu davvero sbalorditivo. Rimasi sconvolto. E poi lesse il suo “Stratificazioni”, scritto già dopo il crollo dell’Urss, lavori sulla conversione, sulla trasformazione. Era ancora il periodo in cui nessuno sapeva dove indirizzare l’era postsovietica in letteratura. Camminavo recentemente nel Centre Pompidou e ho sentito la sua voce e l’ho visto in uno schermo. C’era una piccola mostra dedicata alla sua memoria e la sua voce veniva diffusa in vari punti del quarto piano. È davvero difficile pensare che sono già passati dieci anni dalla sua morte.

Valentina Polukhina, Docente alla Keele University:

In Inghilterra ho avuto l’opportunità di incontrarmi spesso con Dmitrij. Più volte è venuto all’Università di Keele (nello Staffordshire, ndr), dove nel 1995 abbiamo pubblicato un’edizione bilingue delle sue poesie “Testi della nostra vita”. I suoi componimenti spiritosi e il suo modo unico di leggerli, catturavano studenti e docenti così tanto che il mio collega Robert Reed e il mio studente PhD Chris Jones li tradussero così bene in inglese come forse non avrebbe saputo fare un professionista. Io scrissi l’introduzione a questa raccolta di versi.

La popolarità di Prigov e della sua produzione andarono oltre le nostre più rosee previsioni. Insegnanti e studenti aspettavano con impazienza queste serate poetiche. A lui piaceva così tanto il nostro campus, con il suo stagno e i suoi parchi, che veniva sempre da me quando voleva lavorare in pace. Era un ospite alla mano, sempre di buon umore, non beveva e non fumava e non l’ho mai sentito parlar male di qualcuno. Quando mi sono trasferita a Londra, venne a trovare me e mio marito ed è stato il mio testimone di nozze. Il mio amico che doveva fare da testimone ebbe un problema di salute all’ultimo minuto e dovevamo trovare qualcuno alla svelta per sostituirlo. Chiamai Prigov e gli chiesi se se la sentiva. Rispose alla mia domanda con una domanda: “Cosa si nasconde dietro questa richiesta?”. “Niente”, dissi. E aggiunsi: “Ma se mio marito mi dovesse buttar fuori di casa, verrò a vivere da te”. “Allora accetto”, rispose.

Olga Matich, docente di Letteratura russa all’Università della California, Berkeley:

Dmitrij Aleksandrovich [Prigov] venne perseguitato dal Kgb e, agli inizi della Perestrojka fu mandato in un ospedale psichiatrico perché appendeva per Mosca dei manifesti con citazioni di Nekrasov, per esempio: “Ricorda! Non devi essere un poeta, ma devi essere un cittadino”.

Sotto la pressione dell’opinione pubblica, comunque, lo rilasciarono. I tempi sono cambiati. Il mio ricordo più caro di lui è una performance da virtuoso a Berkeley, quando interpretò il primo paragrafo dell’Eugenio Onegin rivisitato in salsa buddista. Una volta Prigov era nostro ospite e alla mattina si presentò con una manciata di poesie scritte nel corso della notte. Quando gli chiesi di farmene vedere una, rispose che, prese individualmente, non avevano granché significato, e che stava lavorando a un progetto, scrivendo un gran numero di poesie. Non ricordo quante, ma era un numero talmente enorme da ricordare gli stacanovisti sovietici. In altre parole, stava usando la grafomania come uno strumento.

Dmitrij Prigov, installazione “Phantom”. Fonte: Galleria TretyakovDmitrij Prigov, installazione “Phantom”. Fonte: Galleria Tretyakov

Prigov si esibì a Berkeley nel 2001, poco prima di Illja Kabakov. Possiamo dire che il nostro semestre primaverile passò sotto il segno del Concettualismo moscovita. A quel tempo frequentava anche il mio appartamento. Restava impegnato per notti intere in lavori di grafica per i quali usava inchiostri colorati. Anche in quel caso la mattina mi portava a far vedere che cosa aveva prodotto nel corso della notte. Parlavamo un sacco della vita, in particolare mi sono rimasti in mente i suoi ricordi di quando da bambino aveva passato sei mesi a letto a causa della poliomielite e di come in seguito ne avesse combattuto diligentemente le conseguenze, facendo esercizi per far ristabilire i muscoli. “Sono riuscito a evitare la paralisi”, diceva, “ma come puoi vedere, ancora zoppico”.

Questo approccio sistematico, fatto di perseveranza e costanza, l’ha applicato anche alla sua produzione artistica.

(Citazione ripresa dal libro di Olga Matich, “Memorie di una russo-americano”, con il permesso dell’autore).

Nicolas Liucci-Goutnikov, curatore della mostra “Kollektsia!” al Centre Pompidou di Parigi

Dmitrij Prigov è in assoluto una delle figure più importanti dell’Arte contemporanea russa. Sebbene profondamente radicato nel contesto russo, per esempio in letteratura, con il suo lavoro ha imposto una lingua visuale internazionale, che ha a che fare sia con la metafisica che con la politica, e che trascende ogni tipo di confine e settore, grazie alla sua energia onnicomprensiva.

Per merito di Nadia Bourova il Centre Pompidou è orgoglioso di avere ora nella sua collezione un significativo numero di lavori di Prigov, che permettono al museo di rinnovare il suo sguardo sul Concettualismo.

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