Cinque film di Andrej Konchalovskij da guardare

A.Konchalovskij/DRIFE Productions, 2016
In attesa di “Cari Compagni!”, che parteciperà al Festival di Venezia, meglio ripassare la filmografia di questo grande regista, più volte premiato anche in Laguna

Regista contemporaneo di Andrej Tarkovskij (1932-1986) e primo sovietico a lavorare dietro la macchina da presa a Hollywood, Andrej Konchalovskij (1937-), quest’anno parteciperà al Festival di Venezia (dal 2 al 12 settembre) con il suo nuovo film “Cari Compagni!” (titolo originale russo: “Дорогие товарищи”; “Dorogìe tovàrishchi”). La trama è legata a una storia vera, quella del Massacro di Novocherkassk (città nella regione di Rostov, 1.050 chilometri a sud di Mosca), dove nel 1962 l’esercito sparò contro una protesta pacifica di lavoratori sovietici. In attesa che questa nuova opera venga presentata in Laguna, ecco cos’altro guardare di uno dei principali registi russi del nostro tempo.

1 / “La storia di Asja Kljacina che amò senza sposarsi”– 1967

Questo film (titolo originale russo: “История Аси Клячиной, которая любила, да не вышла замуж”; “Istorija Asi Kljachinoj, kotoraja ljubila, da ne vyshla zamuzh”) è rimasto per vent’anni, come si diceva in Unione Sovietica, “na polke”; “sullo scaffale”; ovverosia la censura non gli permise di uscire. È la storia dell’amore della modesta contadina di un kolkhoz, Asja, e di un autista molto negligente nei confronti del lavoro, Stepan. Venne considerato un film disfattista e antisovietico, perché era impossibile (secondo i censori) essere così infelici nella Russia sovietica. 

Asja invece appariva proprio infelice, mentre aspettava un bambino da un uomo che non la amava, e rifiutava tutti gli altri corteggiatori, “perché onesta”.

Tuttavia, quando il film riuscì ad arrivare agli spettatori, ottenne il meritato riconoscimento: per questa pellicola, nel 1989, Konchalovskij ha ricevuto il premio russo Nika come miglior regista.

Il banale, a prima vista, tema dell’amore di una kolkoziana e di un autista, nello spirito del romanticismo socialista di allora, era però sviluppato agli antipodi rispetto al genere: sotto l’influenza della Nouvelle vague francese, il regista uscì dagli schemi e dagli stereotipi, per girare una storia di finzione in modo tale che sembrasse la più vera possibile, anche grazie all’uso di materiale documentario. Inoltre, coinvolse dei contadini, mise a vivere la protagonista in una vera isba e le fece raccontare tutte le storie della famiglia dei Kljachin che vivevano in quella casa da oltre cento anni (una tecnica di immersione nell’ambiente che Konchalovskij in seguito usò più di una volta). Il risultato è una storia incredibilmente autentica, in cui la realtà è diventata arte e i monologhi dell’eroina sull’amore, secondo il pubblico, “provocano choc dolorosi e spasmi respiratori”.

2 / “Zio Vanja” – 1970

Il film (titolo originale russo: “Дядя Ваня”; “Djadja Vanja”), adattamento del celebre dramma teatrale omonimo di Anton Chekhov, portò a Konchalovskij i suoi primi successi all’estero: Concha de Plata al miglior regista al Festival Internazionale del Cinema di San Sebastián, un premio al Festival del cinema sovietico di Sorrento, un premio al Festival Internazionale del Cinema di Milano. “Lo zio Vanja russo di Andrej Konchalovskij è il miglior zio Vanja che io abbia mai visto”, disse in seguito Woody Allen.

Il dramma si svolge in provincia, dove due membri dell’intellighenzia russa, il proprietario terriero zio Vanja e sua nipote, vedono la loro vita andare lentamente in fumo, nella noia e nelle frustrazioni di questa remota e non redditizia proprietà. La loro monotona esistenza è ravvivata dall’arrivo di un parente, un professore dalla giovane moglie, ma ciò non fa poi che aggravare la situazione.

La malinconia di Cekhov, in questo film è innalzata al quadrato da Konchalovskij. Grazie anche all’atmosfera claustrofobica degli interni polverosi e scuri della tenuta, un cui i protagonisti sembrano chiusi a chiave. “Dopo ‘Zio Vanja’, ho capito che avrei potuto girare un film in qualsiasi spazio limitato, anche in un ascensore. Questo spazio sarebbe comunque sufficiente per analizzare l’infinito dell’anima umana”, ha detto Konchalovskij.

3 / “Dom Durakov - La casa dei matti” – 2002

Il film (titolo originale russo: “Дом дураков”, “Dom durakóv”) venne premiato con il Leone d’argento - Gran premio della giuria al Festival di Venezia e fu proposto dalla Russia per l’Oscar, ma allo stesso tempo dovette pagare il conto alla congiuntura storica in cui fu realizzato.

Nella pellicola è in corso la Prima guerra cecena (1994-1996). Un ospedale psichiatrico in Inguscezia si trova al centro delle ostilità e tutti i medici scappano, temendo l’arrivo di un‘offensiva dei ceceni. I pazienti vengono lasciati soli e organizzano qualcosa che assomiglia a una repubblica indipendente.

La trama fu suggerita a Konchalovskij dalle notizie televisive (in quegli anni la Seconda guerra cecena era già in corso in Russia), ma fu accolta con scetticismo in patria. Anche perché mostrava i ceceni sotto un’ottica che, a quel tempo, era impopolare per i canali televisivi statali: nel film non erano degli assassini spietati, ma persone come tutti, che volevano anche loro la pace. Unendo il tema del manicomio a quello della Cecenia, Konchalovskij fece però una dichiarazione cinematografica sulla follia delle guerre, che per gli standard occidentali, era politicamente corretta e pacifista.

4 / “Le notti bianche del postino” – 2014

Questi piccoli villaggi sulle rive di un lago, situati in una remota regione selvaggia, e i loro abitanti, sono praticamente esclusi dalla civiltà. L’unico legame tra loro e il mondo esterno è il postino Aleksej Trjapitsyn (che ha interpretato se stesso nella pellicola). Ritira lettere, pensioni e giornali dall’ufficio postale più vicino e le consegna ai destinatari con la sua barca.

Il film (titolo originale russo: “Белые ночи почтальона Алексея Тряпицына”; “Belye nochi pochtaljona Alekseja Trjapkina), “senza pari nel cinema russo moderno”, si rivelò un vero successo per il regista, e gli valse un Leone d’Argento - Premio speciale per la regia a Venezia, e quasi venne nominato per l’Oscar (Konchalovskij rifiutò la proposta di nomination dicendo di essere “deluso da Hollywood” ). È stato girato senza una sceneggiatura, con una piccola troupe cinematografica in un vero villaggio della regione di Arcangelo (1.000 km a nord di Mosca), con i suoi veri abitanti. È allo stesso tempo un’epopea dell’esistenza rurale, un viaggio nel passato e uno schizzo di infinita pazienza e dolore. Come ha scritto il critico Boris Nelepo, è “un film dedicato alle persone che sono rimaste sole con se stesse e il con il peso della vita, dalla cui pressione spaventosa di solito siamo in parte sollevati dall’esistenza urbana”.

5 / “Paradise” – 2016

Olga, aristocratica russa ed émigré, viene arrestata dai nazisti per aver protetto dei bambini ebrei. Viene mandata in un campo di concentramento, dove incontra un conoscente da lungo tempo innamorato di lei, un ufficiale delle SS di alto rango. Una relazione malata si instaura tra loro, e preparano una via di fuga. Tuttavia, il paradiso tanto atteso cambia aspetto e significato dopo aver visto l’inferno.

Il film (titolo originale russo: “Рай”; “Raj”) sul tema apparentemente molto affrontato dal cinema dei campi di concentramento e del rapporto tra un sadico e una vittima, è stato molto apprezzato ed è diventato l’ennesimo successo per Konchalovskij. Gli ha portato il Leone d’Argento - Premio speciale per la regia al Festival del cinema di Venezia ed è stato selezionato per l’Oscar. Secondo Konchalovskij, durante le riprese, ha pensato a come le persone comuni inizino a essere complici di azioni terribili semplicemente perché tutti lo fanno, e a come a volte alcuni disgraziati facciano del male, convinti di star facendo del bene. 


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