Viaggio a Izhevsk, la patria del kalashnikov

La città è la capitale della Repubblica di Udmurtia, ma le vestigia del popolo udmurto (28% della popolazione) non sono molte. I turisti arrivano proprio sulla spinta del fucile d’assalto, spesso ignari del resto, che vi raccontiamo

“Qui si conoscono tutti. Questa è Izhevsk! Qui fanno i Kalashnikov. E tutto il mondo li usa. E poi cos’altro abbiamo? Ah, sì, le Buranovskije Babushki”.

Il tassista baffuto si sganascia dalle risate dopo aver menzionato le babushki (nonne), un gruppo di musica etnica che ha avuto il suo grande momento di fama. Nel 2012 le babushki hanno infatti partecipato all’Eurovision con il loro “Party for Everybody” (qui il video) e sono arrivate seconde. Il villaggio di Buranovo si trova a 36 chilometri da Izhevsk e le Buranovskije Babushki sono un orgoglio locale. Ma il Kalashnikov ha una posizione più alta in questa gerarchia. In città, invece, poco allude alla presenza del popolo udmurto, che è il gruppo etnico titolare di questa repubblica piazzata 1.300 chilometri a est di Mosca, a parte i segnali stradali bilingui.

“Lo sa che Steve Jobs è un cittadino onorario dell’Udmurtia?”. Il tassista evidentemente ha deciso di provare a impressionarmi.

Sì, lo so. E anche Kazimir Malevich e Emir Kusturica, e Albert Einstein, e John Lennon… È una mania qui dare la cittadinanza onoraria (spesso post mortem). E gli artisti locali hanno anche eretto in città una copia della Colonna di Alessandro di San Pietroburgo e piazzato all’ingresso del cimitero cittadino una riproduzione in piccolo dello Zar dei cannoni del Cremlino e un ritratto dei Romanov, anche se nessun membro della famiglia imperiale è seppellito qui. La macchina si ferma. Il tassista ammicca con fare cospiratorio.

“Non ci faccia caso. Qui tutto è un po’… surreale”, ci dice poco dopo Nikita Smorkalov, che vive a Izhevsk da sempre e sta girando un documentario sulla Repubblica di Udmurtia.

Una riserva indiana?

Il teatro russo di arte drammatica si trova nel centro storico di Izhevsk. È un edificio a tre piani con colonne simili a quelle che sono all’ingresso delle stazioni della metropolitana in centro a Mosca. L’edificio adiacente ospita un altro teatro di arte drammatica, ma udmurta. È più piccolo e senza colonne.

“Non capiamo fino in fondo la differenza tra noi russi e gli udmurti. È ovvio che c’è, ma non è chiaro dove si trovi il confine”, spiega Nikita.

In passato gli udmurti erano chiamati votjaki (esiste anche la forma italianizzata: votiachi) perché a 40 chilometri da Izhevsk si trova la città di Votkinsk e il fiume Votka. Gli udmurti, che all’ultimo censimento del 2010 erano appena il 28% della popolazione della repubblica, contro il 62,2% di russi (il resto sono altre minoranze, tra cui quella più corposa è la tatara: 6,7%) sono considerati qualcosa come gli indiani in America. L’artista americana Nanibah Chacon, del New Mexico, è venuta a Izhevsk e ha trascorso due settimane a dipingere un murale. Rappresenta il profilo di una donna che indossa lo scialle tradizionale udmurto (che non si differenzia da quello russo). L’artista è rimasta stupita dal rapporto tra culture lontane: le anziane della tribù Navajo indossano scialli quasi identici.

Ovviamente non c’è una Riserva udmurta qui, a differenza delle riserve indiane negli Usa. Ma per certi versi qualcosa le ricorda.

Nel periodo sovietico i russi lavoravano nelle fabbriche come forza lavoro qualificata, mentre gli udmurti facevano il lavoro sporco o erano impiegati nei villaggi. La popolazione locale era considerata selvaggia. Durante l’era di Stalin la parola “votjak” era usata come termine dispregiativo. Molti si vergognavano delle loro origini. Ma oggi, dice Nikita, i tempi sono cambiati e tali cose sono rimaste nel passato. Sono tutte uguali, in questi palazzoni sovietici che assomigliano a scatole.

Dalla finestra del suo monolocale al tredicesimo piano, si vede tutta la Izhevsk del progresso socialista: tubature, cemento armato, ciminiere, fumo, cielo incolore.

Un tema esplosivo

Una luce accecante si riflette su una grande macchia d’acqua. È lo stagno di Izhevsk. Fu scavato a con pale e picconi sul luogo dove si trovava il villaggio udmurto di Jagul ai tempi dell’Impero russo, nel 1760, per costruire la prima fabbrica della città, una fonderia. Il vecchio edificio, piuttosto malandato, si erge ancora sulla riva come un silenzioso rimprovero alle autorità, che non hanno soldi per il suo restauro.

In inverno, praticamente nessuno cammina intorno allo stagno. Non ci sono madri con carrozzine, neanche l’ombra di un turista. Sono le due del pomeriggio e solo io e due uomini ci aggiriamo da queste parti. Sono due pensionati trasferitisi a Izhevsk più di vent’anni fa, durante il “periodo della fame”; gli anni Novanta, quando dopo il crollo dell’Urss molte fabbriche chiusero. A ricordare quei tempi perdono la calma. È un tema ancora “esplosivo”, che genera un accesso di risentimento.

Izhevsk fu colpita meno duramente dalla crisi. Fu salvata dalla grande concentrazione di fabbriche. Ciononostante alcune chiusero, e, quelle che non ce la fecero a superare le turbolenze economiche, sono state successivamente trasformate in centri commerciali, che per questo qui hanno l’aspetto di grigi capannoni novecenteschi.

Inoltre, la città è sempre stata geograficamente isolata. Forse anche questo ha avuto un ruolo nella formazione del suo carattere. Fino alla metà degli anni Ottanta non esisteva una strada diretta che la collegasse alle regioni limitrofe. A causa delle industrie che rifornivano il settore della Difesa, poi, la città era chiusa, e l’ingresso era consentito solo in presenza di un lasciapassare speciale. Non era abbastanza segreta da avere un codice invece al posto nome, come altre città, ma certo i turisti non erano ammessi, al contrario di oggi che arrivano proprio in virtù della presenza della fabbrica Kalashnikov (ci sono anche tour degli impianti). Tuttavia, la gente del posto sembra piuttosto indifferente al fatto che la città produca l’arma più popolare al mondo.

“Nessuno sa davvero cosa produca questa città. Non ci ho mai pensato molto. Ma in realtà, sì, questo posto produce molto”, dice Kolja, un commesso di 27 anni.

Gli annegati dell’Udmurtia

A partire da inizio Duemila ai residenti di Izhevsk è stato ripetuto che presto la città avrebbe raggiunto il milione di abitanti. Ma questo non è mai avvenuto. Attualmente, ci sono 646 mila residenti. Il commesso non nasconde la sua delusione. “È un posto stantio. È noioso qui”, è ciò che pensa di Ihevsk. L’anno prossimo si trasferirà a San Pietroburgo. E si possono ascoltare valutazioni simili tra le studentesse all’ingresso del dormitorio femminile.

In parte questo stato d’animo può essere spiegato dal tipico squilibrio tra le province e la capitale in Russia. Si pensa che tutte le cose migliori avvengano a Mosca e San Pietroburgo. E in parte è vero che c’è poco da fare qui per chi ha aspettative metropolitane. Ma la città è interessante, è ha una sua peculiare vita culturale.

Tra la metà degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Duemila un’aurea di mito circondava la città: Izhevsk era la capitale russa della musica elettronica. Aveva alcune etichette discografiche, come la Kama Records (che in seguito ha chiuso i battenti), circa 50 gruppi, esibizioni di dj provenienti da Inghilterra, Stati Uniti, Germania, Islanda… Nonostante la scomparsa dell’etichetta, ci sono ancora molte persone creative qui. “La scena underground è viva, ma è fatta più di persone che di locali”, spiega Nikita. “Tutti siedono nelle loro camerette. È molto russo: un musicista che compone nella camera da letto. E poi carica tutto su internet”.

Sul muro di Nikita è appeso un poster del suo documentario sulla scena della musica elettronica locale, “Utoplenniki” (“I sommersi”; “Gli annegati”). Il trailer mostra le sagome delle fabbriche e delle ciminiere “annegate” nello stagno di Izhevsk. Intercettando il mio sguardo preoccupato, Nikita mi rassicura: “Nella mentalità degli udmurti, una persona annegata non è una persona morta. È una persona che è andata a vivere in un mondo parallelo e non interagisce con il mondo delle persone che sono rimaste a terra. Questa è una metafora della vita di Izhevsk. Avevamo persino una raccolta di musica chiamata ‘Notizie della Izhevsk Subacquea’. Questo è l’underground locale. Non c’è un club decente in giro. Eppure abbiamo una vita culturale davvero eccitante”.

Si possono capire le persone che vogliono lasciare la città. Puoi camminare per strada e non vedere nient’altro che palazzoni di appartamenti a molti piani, uno dopo l’altro. Poi, all’improvviso, ecco una scritta su uno degli edifici, a caratteri cubitali: “Non capovolgere”. “Cosa significa?”, chiedi.
“È quello che scrivono di solito sulle scatole, sui pacchi. E queste case sembrano scatoloni. Hanno iniziato a scriverlo verso inizio millennio. Una specie di installazione artistica, a suo modo”. Anche questa è Izhevsk. “Di solito lo scrivono sulle scatole con merce fragile”, conclude Nikita.
Posso immaginare migliaia di persone fragili che assemblano Kalashnikov e lo scudo nucleare del Paese; le sue armi più avanzate. E poi tornano alle loro scatole di cemento e pensano a chi abbia avuto un’influenza maggiore su di loro: se i nativi udmurti o l’udmurto ad honorem John Lennon.

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