Nikolaj Konstantinovich, storia del Romanov che fu dichiarato pazzo tre volte

Dominio pubblico
A guardare quello che è riuscito a fare durante l’esilio a Tashkent, tra cui irrigare e rendere coltivabile una steppa fino ad allora arida e mettere in piedi decine di imprese che gli consentirono di accumulare un’enorme ricchezza, non sembrerebbe poi così fuori di testa. Ma cosa aveva combinato per meritarsi la patente di “alienato mentale” e il destino di persona non grata fino alla morte?

Nel gennaio del 2019, a Tashként, capitale dell’Uzbekistan, è stato scoperto un autentico tesoro zarista: monete, stoviglie, gioielli, per un valore di oltre un milione di dollari. Si tratta delle proprietà di Nikolaj Konstantinovich (1850-1918), nipote dell’imperatore Nicola I (1796-1855). Questo membro della famiglia reale fu esiliato a Tashkent dopo un grave scandalo, ma lì non sprecò i soldi dell’appannaggio familiare, bensì ne guadagnò di suoi. Occupazione insolita per un Granduca. Ma lui, in fondo, era uno dei Romanov più anomali della storia.

La Tashkent dell’epoca dei Romanov

A Tashkent, Nikolàj Konstantìnovich ha lasciato un buon ricordo di sé. Il principe visse qui fino alla sua morte e riuscì a fare molte cose per la città; Innanzitutto, fu grazie a lui che Tashkent ebbe il suo prima sistema idrico. Inoltre, dette i fondi necessari per la costruzione di un teatro d’arte drammatica (che non si è conservato) e del cinema “Khiva” (che invece è rimasto fino ai nostri giorni), istituì borse di studio per studenti uzbeki che non avevano abbastanza soldi per entrare nelle università russe. Era un eccellente imprenditore: aprì studi fotografici, sale da biliardo, rivendite di kvas, stabilimenti per la lavorazione del riso, fabbriche di sapone e soprattutto industrie di cotone con un ciclo produttivo completo. Il principe diresse i proventi di queste e altre produzioni a soddisfare i suoi interessi che, fortunatamente per la popolazione di Tashkent, erano di carattere molto pratico.

Nikolaj Konstantinovich, membro onorario della Società geografica imperiale russa, era molto appassionato di agricoltura e conosceva ciò di cui c’era bisogno. Il suo progetto più famoso fu l’irrigazione della Steppa della Fame, una distesa semi desertica situata all’estremità occidentale della valle di Fergana. Con i suoi soldi, il principe finanziò la costruzione del canale di irrigazione Romanovskij, lungo 100 chilometri, grazie al quale iniziò lo sviluppo agricolo della Steppa della Fame, che fu poi portato a compimento dai bolscevichi. Da testamento, il granduca lasciò poi metà delle sue fortuna ai bisogni pubblici di Tashkent.

Il principe chiamò il suo canale Iskander-aryk, perché aveva scelto per sé il nome di “Iskander” (aryk è un piccolo acquedotto per l’irrigazione agricola), e dal 1899, con il decreto dell’allora imperatore Nicola II, la moglie del principe e tutti i suoi discendenti iniziarono a chiamarsi principi Iskander. Ma nessuno di loro fu mai accettato nella cerchia della famiglia reale. Nikolaj Konstantinovich, o “Nikola” come era chiamato a casa in gioventù, fu sempre respinto dai Romanov. Quando l’imperatore Alessandro II fu assassinato nel 1881, scrisse a suo cugino, il poi imperatore Alessandro III, chiedendogli di poter andare a Pietroburgo “per pregare sulle ceneri del monarca adorato”. Ma la risposta fu piuttosto dura: “Non siete degno di inchinarvi sulle ceneri di mio padre, che è stato da voi ingannato così crudelmente. Non dimenticate che ci avete disonorato tutti. Finché sarò vivo, non potrete vedere Pietroburgo”, rispose lo zar al cugino. Ma cosa aveva mai combinato di così grave?

Il granduca e la ballerina

Nella sua giovinezza, Nikolaj Konstantinovich divenne famoso nella cerchia familiare come il primo dei Romanov a diplomarsi in un istituto di livello universitario, l’Accademia dello Stato Maggiore, e persino con la medaglia d’argento! Brillante ufficiale, comandante di uno squadrone a cavallo, nel 1871 circa a un ballo in società conobbe Harriet Blackford (1848-1886). La ballerina americana, allora ventitreenne, era già stata sposata, cresceva da sola un bambino e si faceva chiamare Fanny Lear. Nikolaj si innamorò di lei, e iniziò a dare in suo onore feste sempre più in grande stile, e ormai tutta San Pietroburgo non faceva altro che spettegolare.

Nikolaj violava in una volta sola una serie di principi dell’etica della nobiltà: per gli standard della famiglia imperiale, Fanny non era che una prostituta da quattro soldi. Parlare pubblicamente con tali donne e addirittura apparire con loro in società era inaccettabile. Per metter fine a questa disdicevole relazione, Konstantin Nikolaevich, padre di Nikolaj e fratello dell’imperatore Alessandro II, inviò Nikolaj in una campagna militare in Asia centrale, a Khiva, proprio nei luoghi in cui il principe sarebbe stato successivamente esiliato. Nikolaj Konstantinovich tornò dalla campagna avendo mostrato grande coraggio, e persino ricevuto una medaglia al valore per il comportamento in battaglia, l’Ordine di San Vladimiro di 3° classe, e, quasi per vendetta, riprese come in precedenza a uscire con Fanny Lear.

In tre, con lei e un suo amico bon vivant, la cornetta (ufficiale di cavalleria) Nikolaj Savin, noto mitomane, andarono in Europa, e al ritorno il principe prese in affitto un’intera casa per Fanny a San Pietroburgo. I granduchi e le principesse avevano i loro appannaggi: alla nascita, i genitori tradizionalmente investivano un certo importo in titoli, dal cui interesse dipendeva il capitale personale della prole. Inoltre, venivano dati loro importi significativi su base annua per far fronte alle spese; ma tutto ciò non era abbastanza per la bella vita che conduceva Nikolaj con la sua amata, e il principe decise di violare un paio di sacre regole secolari: commise un crimine, combinandolo con la blasfemia.

La spiegazione psichiatrica

La madre di Nikolaj, la granduchessa Aleksandra Iosifovna, era famosa per la sua bellezza appariscente e il carattere allegro. Amava le serate musicali, durante le quali suonava in prima persona, principalmente marce; e Johann Strauss le dedicò un valzer e una quadriglia. Il suo lato più eccentrico era la passione per le sedute spiritiche.  Come scrisse la sua damigella d’onore, Anna Tjutcheva, Aleksandra Iosifovna “ripeteva i suoi esperimenti di magnetismo così spesso che ebbe un aborto spontaneo e per poco non impazzì.” Ma quello avvenne più tardi. Impazzì. Nella sua giovinezza, Aleksandra era l’amata sposa di Konstantin, il secondo figlio di Nicola I. Lo stesso imperatore Nicola, amante della musica e grande ammiratore della bellezza femminile, stravedeva per la nuora e le regalò un’icona della Vergine Maria, che era una reliquia di famiglia ed era tenuta in una preziosa cornice tempestata di diamanti.

Tre di questi diamanti, come dimostrano le indagini, furono rubati da Nikolaj Konstantinovich in una notte di aprile del 1874, e il giovane principe, allora ventiquattrenne, mandò poi un suo aiutante a impegnarli in un banco dei pegni. La questione venne aggravata dal fatto che durante il primo interrogatorio, Nikolaj giurò sulla Bibbia di essere innocente e si dimostrò costantemente di buon umore. “Nessun rimorso, nessuna coscienza, nessuna ammissione, tranne quando negare era ormai impossibile, e anche qualche minima confessione è stato necessario cavargliela di bocca. Era così testardo e non ha versato una sola lacrima. Abbiamo evocato tutti i santi, per alleviare il destino che lo attendeva, affinché si pentisse sinceramente. Ma niente è stato d’aiuto”, scrisse amaramente nel suo diario il padre di Nikolaj, Konstantin Nikolaevich.

La storia intanto era di dominio pubblico a San Pietroburgo, ed era necessario spiegare in qualche modo il comportamento del Granduca. La soluzione migliore sembrò quella di dichiararlo pazzo, sostenendo pure che fosse affetto da cleptomania. La decisione era facilitata dal fatto che Aleksandra Iosifovna, sua madre, era ormai unanimamente considerata pazza, a causa della sua fissazione per lo spiritismo. Fu convocato un consiglio di medici sotto la guida del grande psichiatra russo Ivan Balinskij, che esaminò Nikolaj e parlò con lui.

Come osserva lo storico Igor Zimin, in una diagnosi provvisoria del 12 agosto 1874, si affermò: “Non […] troviamo segni di cleptomania in Sua Altezza, ma […] il paziente ha sviluppato una chiara forma ereditaria di follia”. In effetti, a Nikolaj Konstantinovich non venne mai diagnosticato niente di specifico: “disturbo mentale” e “anemia e disturbo nervoso” furono le uniche formulazioni usate; entrambe piuttosto generiche. La decisione passò quindi nelle mani di Alessandro II. L’11 dicembre l’imperatore emise un decreto ufficiale. Vi si leggeva, nero su bianco: “Il Granduca Nikolaj Konstantinovich soffre di un disturbo mentale”. Fu formalmente posto sotto la cura di suo padre, ma in effetti sotto la responsabilità del Ministro degli Interni. Il suo nome non poteva più essere menzionato nei documenti ufficiali e la sua eredità fu trasferita ai suoi fratelli più giovani. Perse anche tutti i gradi e le onorificenze e venne cancellato dalle liste del suo reggimento. Lo aspettava poi l’eterno esilio da San Pietroburgo, anche se mantenne il suo titolo di Granduca e continuò a essere inserito fino al 1917 negli elenchi della famiglia imperiale. Inoltre, riceveva ogni anno 12 mila rubli per il mantenimento. Ma quei soldi non furono che una goccia nell’oceano. Alla fine della sua vita, il suo reddito annuo era di 1,4 milioni di rubli, visto che tutte le imprese che aveva messo in piedi erano altamente redditizie. Per fortuna che era pazzo…

Il granduca Nikolaj Konstantinovich aveva davvero problemi psichici?

Il professore di storia russa Igor Zimin per il suo libro “I medici di corte di Sua Maestà Imperiale” (“Врачи двора Его Императорского Величества, или Как лечили царскую семью”) si è avvalso della consulenza dei moderni psichiatri. Secondo la psichiatra Nina Vanchakova, Nikolaj avrebbe potuto soffrire di una sindrome maniaco-depressiva. Nella sua vita, oltre al furto di diamanti, che non poté spiegare a nessuno, ci furono molte altre azioni impulsive.

Dopo essere stato dichiarato pazzo, il Granduca visse in dieci luoghi diversi: a Samara, in Crimea, nella provincia di Vladimir, a Uman (non lontano da Kiev, nella regione di Cherkasy, nell’attuale Ucraina), nel Governatorato di Podolia, vicino a Vinnitsa (oggi in Ucraina), poi a Orenburg. Essendo rimasto membro onorario della Società geografica imperiale, scrisse articoli scientifici sull’Asia centrale, che aveva pianificato di sviluppare anni prima, durante la campagna di Khiva. Nel 1878 a Orenburg sposò la nobildonna Nadezhda Dreyer. E nel 1880 poté trasferirsi più vicino a San Pietroburgo, a Sàblino (dal 1922, Uljànovka; a meno di 50 chilometri dal centro della capitale imperiale). Sembra che suo padre, Konstantin Nikolaevich, avesse quasi persuaso suo fratello Alessandro a perdonare suo nipote. Gli psichiatri iniziarono a visitarlo di nuovo. Ma nel marzo 1881 lo zar fu ucciso, e Alessandro III non era disposto a “perdonare” suo cugino su richiesta di suo zio. Come abbiamo visto, gli impedì di presenziare al funerale, e per tutta risposta Nikolaj Konstantinovich rifiutò di giurargli fedeltà. Fu uno scandalo quasi più grande del furto dei diamanti: e la fronda politica poteva creare un’aura di martire e dissidente attorno a Nikolaj. Pertanto, fu nuovamente dichiarato pazzo.

Inizialmente, venne rinchiuso in una fortezza per motivi politici. E poi gli fu “consigliato” di trasferirsi in qualche grande città remota, dove le sue “strambe sortite” potessero essere facilmente spiegate come frutto della follia. Nikolaj fu mandato a Tashkent, e Nadezhda Dreyer lo seguì. Sebbene il loro matrimonio fosse stato ufficialmente sciolto dal Santo Sinodo, questo non fermò la coppia.

Nikolaj Konstantinovich visse a Tashkent fino alla sua morte, nel 1918. Quali altre “strambe sortite” fece questo ex ladro che riuscì a irrigare una steppa fino ad allora sterile e ad avviare decine di aziende di successo? Secondo le memorie del primo ministro Sergej Vitte, “nella regione è riconosciuto come una persona intelligente, capace e relativamente semplice”. Tuttavia, non lasciò che chi doveva controllarlo si annoiasse: per esempio, andò da un nichilista in esilio e si offrì di entrare con lui in un’organizzazione politica segreta antigovernativa. Nel 1895 sposò Darija Chasovitina, figlia di un cosacco, dalla quale ebbe tre figli. Già dopo la morte di Alessandro III, quando il rapporto di Nikolaj con la Corte iniziava a migliorare, conobbe Valerija Khmelnitskaja, una nobile di appena 15 anni, studentessa. Se ne invaghì, andò a vivere con lei e cercò di sposarla. Tutto questo con una moglie ancora vivente, la principessa Nadezhda Iskander. Fu nuovamente esaminato da degli psichiatri e riconosciuto come “anormale”. Per separare il principe dalla giovane Valeria, fu trasferito a Tver, quindi negli Stati baltici. Quando la Khmelnitskaja scomparve dall’orizzonte (era stata data in sposa), il Granduca poté tornare a Tashkent. Il suo atteggiamento estremamente impulsivo nei confronti delle donne era sulla bocca di tutti in città: il Granduca credeva cinicamente che il problema per farsi dire di sì da una donna stesse solo nel prezzo.

Quando arrivò la Rivoluzione di febbraio del 1917, Nikolaj Konstantinovich era ancora vivo. Mise una bandiera rossa sopra la sua residenza e più tardi inviò un telegramma di congratulazioni al nuovo primo ministro, Aleksandr Kerenskij, suo vecchio amico. Il principe Iskander morì il 14 gennaio 1918 di polmonite.

Il sacro valore della famiglia

Perché Alessandro III non volle perdonare suo cugino, e i suoi stessi fratelli, i granduchi Konstantin e Dmitrij, erano contrari alla sua riabilitazione? Il fatto è che Nikolaj Konstantinovich aveva ripetuto l’errore di suo padre, “Zio Koko”, che, senza nascondersi agli occhi della buona società, tradiva sua moglie, Aleksandra Iosifovna e, anche lui con una ballerina, Anna Kuznetsova, da cui ebbe dei figli. E senza nascondere questa relazione nemmeno di fronte a sua moglie. Pur avendo con clemenza concesso ai figli di Konstantin Nikolaevich di mantenere il diritto alla nobiltà personale e al patronimico (ma non al cognome, che fu tolto anche a lui), l’imperatore Alessandro III odiò comunque sempre suo zio. Anche perché suo padre, Alessandro II, tradiva cinicamente sua madre con la principessa Dolgorukova e l’aveva persino fatta stabilire nel Palazzo d’Inverno, e, dopo la morte di sua moglie nel 1880, senza nemmeno aspettare l’anno del lutto stabilito in questi casi, la sposò. I figli dell’imperatore non gliela perdonarono mai, e gli tolsero per sempre la parola.

La famiglia regnante dell’Impero russo nella seconda metà del XIX secolo visse tra mille scandali e odi reciproci; Nikolaj Konstantinovich, che non aveva rimorsi per il furto, era considerato da queste persone come pazzo, e sua madre, che diede alla luce sei figli, era ritenuta una sciocca fissata con lo spiritismo.

Tre anni prima della morte, Konstantin Nikolaevich ebbe un ictus. Rimase paralizzato sul lato destro del corpo ed ebbe problemi con la parola. Nonostante la loro relazione difficile, sua moglie si prese cura di lui fino alla morte, che lo colse all’inizio del 1892. A Nikolaj Konstantinovich fu severamente vietato anche di recarsi a dare un ultimo saluto a suo padre.


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