Come l’abolizione della servitù della gleba portò alla Rivoluzione Russa

Sergej Vinogradov. Poveri vicino alla chiesa, 1899

Sergej Vinogradov. Poveri vicino alla chiesa, 1899

Kustodiev, 1907
La liberazione dei contadini nel 1861 fu realizzata così male e in modo tanto iniquo che creò i presupposti per il diffondersi del malcontento e della propaganda comunista. Ma vediamo cosa accadde passo a passo

L’abolizione della servitù della gleba in Russia fu un processo complesso e stratificato, che iniziò nel 1861 ma durò decenni, e non era ancora stato del tutto portato a termine quando scoppiò la Rivoluzione bolscevica del 1917. Ancora oggi la maggior parte dei russi non comprende a pieno il fenomeno della servitù e le conseguenze della sua abolizione. Cerchiamo di spiegare in cosa consistette realmente la “liberazione dei contadini russi” sotto lo zar Alessandro II

La servitù? Una “polveriera sotto lo Stato”

Ritratto di Nicola I

Per una parte consistente della storia russa, a partire dalla metà del XVII secolo e fino all’abolizione della servitù della gleba nel 1861, i contadini erano legati agli appezzamenti di terra. Potevano anche essere acquistati e venduti, e i loro diritti umani fondamentali non erano rispettati. Sulla scia della Rivoluzione francese, che proclamava la libertà personale come un diritto inalienabile, si iniziò a parlare di abolizione della servitù, ma il processo fu lungo.

L’imperatore Nicola I (sul trono dal 1825 al 1855) organizzò nove commissioni segrete per discutere del tema. Gli era ben chiaro che per i contadini la cosa più importante era possedere la terra, e insisté sul punto con suo figlio, il futuro zar Alessandro II. Era convinto che lasciarli senza terra avrebbe portato a un disastro nazionale. Nicola affermò che la servitù era una “polveriera sotto lo Stato”, che poteva farlo saltare in aria. Dell’abolizione disse: “È l’atto più necessario che lascio da compiere a mio figlio”.

L’abolizione della servitù era ritenuta necessaria anche perché negli anni Quaranta e Cinquanta dell’Ottocento, specialmente dopo la disastrosa Guerra di Crimea, le rivolte dei contadini erano aumentate di numero. La miccia era già stata accesa.

La riforma venne studiata da e per i proprietari

Lo zar Alessandro II

Alla fine del regno di Nicola I, solo il 37 per cento dei contadini russi (circa nove milioni) erano servi. Ma i proprietari terrieri versavano in una perpetua crisi finanziaria. Due terzi delle loro proprietà erano ipotecate nei confronti dello Stato, e i nobili non si occupavano degli affari, quindi i proprietari terrieri erano risolutamente contrari a un cambiamento dello status quo.

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Nel 1857, fu redatto un piano di riforma, ma i proprietari terrieri, membri del comitato per la riforma, si opposero fortemente e, nel 1859, il piano fu modificato a loro favore. Ai contadini veniva data la libertà, ma senza terra: lo scenario peggiore, dal quale persino il conservatore Nicola aveva messo in guardia. Il manifesto dell’emancipazione fu firmato il 3 marzo 1861 da Alessandro II.

La riforma fu negativa sia per i proprietari che per i servi

La prima pagina del Manifesto, 19 febbraio 1861

I contadini ottennero la libertà personale. E, per la sussistenza, furono loro assegnati piccoli appezzamenti di terra (circa 3,5 ettari) che lo Stato acquisì dai latifondisti. Questi piccoli appezzamenti, tuttavia, non furono dati ai contadini dallo Stato come proprietà, ma in affitto con un interesse annuo del 5,6%. E gli ex servi non potevano lasciare o vendere queste terre per ben 49 anni!

I proprietari terrieri ovviamente si tennero le terre migliori, lasciando ai contadini terreni sterili o paludosi. La libertà per i contadini si concretizzò solo nel loro autogoverno comunale. Sotto tutti gli altri aspetti, la loro vita rimase invariata, se non peggiorò.

Anche i proprietari terrieri ci rimisero. Lo Stato pagò loro per gli ex servi una compensazione in obbligazioni, che potevano essere incassate, ma a un prezzo molto inferiore rispetto al loro valore nominale. Lo Stato avrebbe dovuto pagare ai proprietari 902 milioni di rubli (per circa nove milioni di servi), ma 316 milioni furono trattenuti dallo Stato per precedenti debiti dei proprietari nei suoi confronti. Per mettere le cose in prospettiva, il budget annuale della Russia a quel tempo era di 311 milioni di rubli.

Lo scrittore Ivan Turgenev a Baden-Baden

La somma versata fu sufficiente? Beh, un padrone con una tenuta con 300 servi era considerato ricco a quei tempi; ma dopo la riforma, ottenne solo 30.000 rubli per quelle “anime” prima di sua proprietà: una cifra che poteva sostenere lo stile di vita sontuoso della famiglia di un nobile per solo circa cinque o sei anni. Il denaro doveva essere investito o messo su un conto bancario. Ma i nobili non sapevano come usare i soldi. Lo storico Semjon Ekshtut scrive: “La nobiltà considerava questa somma come un risarcimento per la sua perdita, non come un capitale di partenza per nuove imprese. E non investì questi capitali nello sviluppo economico del Paese, ma preferì sperperarli all’estero”.

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La riforma fu economicamente inefficace

Asta, di Vassilij Maksimov, 1880-1881

I libri di testo di storia di epoca sovietica affermavano che la servitù aveva dovuto essere abolita perché ostacolava la crescita economica, e i contadini liberi avrebbero lavorato meglio e più produttivamente. Sfortunatamente, questo non fu vero. Aleksandr Malakhov sostiene che uno schiavo americano medio (negli Usa la schiavitù fu abolita definitivamente solo con il XIII emendamento della Costituzione, nel 1865) lavorava 2,6 volte di più di un servo russo.

In Russia i servi privati erano “motivati” a lavorare dai loro proprietari con l’uso di punizioni corporali, ma i servi statali, che erano sostanzialmente liberi e pagavano le tasse allo Stato, lavoravano in modo molto più rilassato: i servi statali seminavano nello stesso tempo il 42 per cento in meno di semi di quelli privati, e in generale avevano una produttività inferiore del 16%. E dopo l’alleviamento delle tasse e dei giorni lavorativi che la riforma portò, i contadini iniziarono a lavorare ancora di meno, non di più; e anche se ci furono alcune persone ricche e di successo tra loro, che riuscirono ad aprire delle proprie attività imprenditoriali, queste furono un’esigua minoranza.

La riforma causò molteplici rivolte contadine

Immediatamente dopo il Manifesto della liberazione, iniziarono a susseguirsi le rivolte contadine. I contadini consideravano la riforma “falsa”, poiché li lasciava nello stesso stato in cui si trovavano in precedenza, quando lavoravano come servi per i padroni. Molti contadini si ribellarono smettendo di lavorare. Nel marzo 1861, i reggimenti dell’esercito furono inviati in nove (su 65) governatorati russi per fermare le rivolte. Nel mese di aprile, 29 governatorati erano in stato di ribellione, a maggio 38. In totale, nel 1861, avvennero 1.176 rivolte. Nel 1863, se ne contarono oltre 2000, con oltre 700 represse nel sangue dall’esercito. Era quasi una guerra contadina, e la cosa spaventosa è che i contadini in realtà pagavano la terra molto più del suo costo reale.

Nel 1855, il costo totale reale delle terre poi assegnate ai contadini ammontava a 544 milioni di rubli, ma i contadini dovevano pagare per loro al momento dell’abolizione della servitù 844 milioni (per via dell’aumento annuale del 5,6 per cento), e il costo cresceva con il tempo: nel 1906, i contadini avevano già pagato 1,57 miliardi di rubli per queste terre (il costo si era triplicato!). I contadini, impoveriti, iniziarono a cercare reddito nelle città, lontani delle famiglie e delle terre native, ed erano arrabbiati e pronti a ribellarsi contro lo Stato corrotto che li aveva derubati.

La riforma impoverì sia i nobili che i contadini

Sergey Vinogradov. Poveri vicino alla chiesa, 1899

Quasi tutte le famiglie nobili della Russia erano economicamente a pezzi all’inizio del XX secolo. Anche ne “Il giardino dei ciliegi”, commedia (o tragedia) di Anton Chekhov del 1904, Firs, un servitore, considera l’emancipazione dei servi russi “un disastro”, sia per i contadini che per i loro proprietari.

La nobiltà perse tutti i suoi soldi e non sapeva né lavorare né fare affari, e non dava nessun apporto allo Stato. E gli ex contadini, che si erano trasformati nel primo nucleo di classe operaia, erano incattiviti. Vivevano lontani dalle loro case e famiglie (costrette a restare sulle terre), ed erano terreno fertile per la propaganda comunista.

Non c’è da meravigliarsi che il primo decreto dei bolscevichi riguardasse la terra. Lenin promise di restituirla ai contadini, e anche se alla fine non lo fece (e anzi ci fu la completa collettivizzazione), la cosa aiutò i comunisti a far scoppiare la Rivoluzione d’Ottobre e a vincere la Guerra civile, mettendo fine al desiderio egoistico dell’imperatore e della nobiltà di vivere una vita a parte rispetto al grosso della popolazione, godendosi i soldi senza far niente.


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