Dieci poesie russe sulla Seconda guerra mondiale che raccontano più di un libro di storia

Vsevolod Tarasevich/Sputnik
I sovietici hanno perso nel conflitto circa 27 milioni di persone. Se si sono ripresi da un simile trauma è anche grazie all’opera di tanti poeti, testimoni diretti della follia bellica

1 / “Sorokovýe” – “Anni Quaranta” 

di Davìd Samójlov (1920-1990)

David Samojlov (vero cognome: Kaufman) è considerato uno dei più importanti poeti della Seconda guerra mondiale. I suoi componimenti hanno descritto gli orrori della guerra e gli sforzi per conquistare la pace, la gioia di vivere di prima del conflitto, e le preoccupazioni quotidiane di un giovane soldato nel bel mezzo dell’azione bellica. Samojlov ha preso parte in prima persona ai combattimenti, ed è stato ferito più volte. Il tema della guerra, delle sue conseguenze e il modo in cui ha influenzato la vita di milioni di persone è il fil rouge di tutta la sua produzione poetica.

“Сороковые”

Сороковые, роковые,

Военные и фронтовые,

Где извещенья похоронные

И перестуки эшелонные.

Гудят накатанные рельсы.

Просторно. Холодно. Высоко.

И погорельцы, погорельцы

Кочуют с запада к востоку…

А это я на полустанке

В своей замурзанной ушанке,

Где звездочка не уставная,

А вырезанная из банки.

Да, это я на белом свете,

Худой, веселый и задорный.

И у меня табак в кисете,

И у меня мундштук наборный.

И я с девчонкой балагурю,

И больше нужного хромаю,

И пайку надвое ломаю,

И все на свете понимаю.

Как это было! Как совпало —

Война, беда, мечта и юность!

И это все в меня запало

И лишь потом во мне очнулось!..

Сороковые, роковые,

Свинцовые, пороховые…

Война гуляет по России,

А мы такие молодые!

*

“Anni Quaranta”

Anni Quaranta, fatali,

di guerra e di fronte,

dove le lettere sono di lutto

e i treni, sono convogli militari.

Fischiano i frusti binari

Tutto è sconfinato. È freddo. È lontano

E le persone a cui è bruciata la casa

si spostano come nomadi dall’occidente ad oriente…

E questo sono io, in una piccola stazione

con il mio colbacco sozzo

in cui la stella non è regolamentare

ma ritagliata da un barattolo di latta.

Sì, sono io, solo al mondo

Magro, felice e attaccabrighe

E ho del tabacco nella tabacchiera

e un bocchino intarsiato.

E con le ragazze parlo spiritosamente,

e zoppico più del dovuto,

e la razione la divido in due,

e capisco tutto io al mondo.

Ah, com’era! Come tutto coincise:

la guerra, i guai, i sogni e la giovinezza!

E tutto questo mi si riversò dentro

E solo più tardi tornai in me!

Anni Quaranta, fatali,

di piombo, di polvere da sparo…

La guerra va a spasso per la Russia

e noi siamo così giovani!

2 / “Kak ubivàli mojù babku” – “Come hanno ucciso mia nonna” 

di Borìs Slùtskij (1919-1986)

Boris Slutskij, che ha combattuto nella Seconda guerra mondiale, è stato un poeta dai versi taglienti. Ecco un esempio:

Когда мы вернулись с войны,

я понял, что мы не нужны.

Quando siamo tornati dalla guerra

Ho capito che non eravamo necessari.

Slutskij venne gravemente ferito durante la guerra. Soffrì poi per tutta la vita di forti mal di testa e subì due craniotomie. Il premio Nobel Joseph Brodsky è stato uno dei primi a comprendere appieno la portata e l’unicità del talento poetico di Slutskij. Poeta che non ha mai nascosto le sue origini ebraiche.

A lungo andare, è stato Slutskij che, quasi da solo, ha cambiato la poesia russa del dopoguerra. O almeno di questo era convinto Brodsky, che scrisse: “Il sentimento di tragedia nelle sue poesie spesso si è spostato, contro la sua volontà, dal concreto e storico all’esistenziale; alla fonte ultima di tutte le tragedie. Questo poeta parla davvero la lingua del XX secolo. La sua intonazione – aspra, tragica e spassionata – è il modo in cui un sopravvissuto parla con calma, se vuole, di come è sopravvissuto”. Slutskij compose poche poesie durante la guerra, ma è diventato comunque uno dei poeti chiave della generazione bellica.

“Как убивали мою бабку”

Как убивали мою бабку? 

Мою бабку убивали так: 

утром к зданию горбанка 

подошел танк. 

Сто пятьдесят евреев города, 

легкие 

от годовалого голода, 

бледные 

от предсмертной тоски, 

пришли туда, неся узелки. 

Юные немцы и полицаи 

бодро теснили старух, стариков 

и повели, котелками бряцая, 

за город повели, 

далеко. 

А бабка, маленькая словно атом, 

семидесятилетняя бабка моя 

крыла немцев, 

ругала матом, 

кричала немцам о том, где я. 

Она кричала: – Мой внук на фронте, 

вы только посмейте, 

только троньте! 

Слышите, 

наша пальба слышна! – 

Бабка плакала, и кричала, 

и шла. 

Опять начинала сначала 

кричать. 

Из каждого окна 

шумели Ивановны и Андреевны, 

плакали Сидоровны и Петровны: 

– Держись, Полина Матвеевна! 

Кричи на них. Иди ровно! – 

Они шумели: 

– Ой, що робыть 

з отым нимцем, нашим ворогом! – 

Поэтому бабку решили убить, 

пока еще проходили городом. 

Пуля взметнула волоса. 

Выпала седенькая коса, 

и бабка наземь упала. 

Так она и пропала. 

*

“Come hanno ucciso mia nonna”

Come uccisero mia nonna?

Mia nonna la uccisero così:

al mattino, al palazzo della banca statale

si avvicinò un carro armato.

Centocinquanta ebrei della città

leggeri

per la fame lunga un anno

pallidi

per l’angoscia che precede la morte

arrivarono là, portando dei fagotti

I giovani tedeschi e la polizei

con energia spinsero vecchiette e vecchietti

e li portarono, facendo tintinnare le gavette,

fuori città,

lontano.

Ma la nonna, che era piccola come un atomo

la mia nonna di settant’anni,

imprecava contro i tedeschi

li riempiva di parolacce

gridava ai tedeschi dove ero io.

Gridava: Mio nipote è al fronte

provate solo ad osare,

toccatemi soltanto!

Sentite?

la nostra artiglieria già si sente!

La nonna piangeva, e gridava

e camminava.

E di nuovo cominciava

a gridare.

Da ogni finestra rumoreggiavano le Ivanovna e le Andreevna

piangevano le Sidorovna e le Petrovna:

– Resisti, Polina Matveevna!

Grida contro di loro. Diglielo in faccia!

Si riscaldavano:

– Ohi che fare, 

con il tedesco, il nostro nemico!

Per questo decisero di uccidere la nonna

mentre ancora attraversavano la città.

La pallottola sollevò di scatto i capelli

Cadde la treccia bianca

e per terra cadde la nonna.

E così lei morì.

3 / “Pobeditel” – “La vincitrice” 

di Borìs Pasternàk (1890-1960)

Il premio Nobel Boris Pasternak è noto soprattutto come autore del “Dottor Zhivago”, un romanzo d’amore epico che racconta quarant’anni di storia russa, comprese due guerre mondiali. Ma è forse nella poesia che il singolare talento di Pasternak si è manifestato con più perfezione, con tutto il suo amore per i giochi di parole e l’attenzione quasi maniacale ai dettagli.

Nel 1944, Pasternak scrisse una tragica poesia raffigurante uno degli eventi più strazianti della Seconda guerra mondiale: l’Assedio di Leningrado, che causò la morte di un milione di persone, tra cui molti bambini. Durante il loro calvario di 872 giorni, proseguito dall’8 settembre 1941 al 27 gennaio 1944, i residenti di Leningrado (l’attuale San Pietroburgo) dovettero sopravvivere senza acqua, riscaldamento, elettricità e con spaventosa scarsità di cibo. Circondata dall’avanzata delle forze tedesche, la città si rifiutò di capitolare. La maggior parte delle vittime morì per la mancanza di cibo. Pasternak ha esaltato la grandezza della città e dei suoi cittadini in questa sua potente poesia.

“Победитель”

Вы помните еще ту сухость в горле,

Когда, бряцая голой силой зла,

Навстречу нам горланили и перли

И осень шагом испытаний шла?

Но правота была такой оградой,

Которой уступал любой доспех.

Все воплотила участь Ленинграда.

Стеной стоял он на глазах у всех.

И вот пришло заветное мгновенье:

Он разорвал осадное кольцо.

И целый мир, столпившись в отдаленьи,

B восторге смотрит на его лицо.

Как он велик! Какой бессмертный жребий!

Как входит в цепь легенд его звено!

Все, что возможно на земле и небе,

Им вынесено и совершено.

Январь 1944

*

“La vincitrice”

Ricordate ancora quella secchezza in gola,

quando facendo tintinnare la nuda forza del male

urlavano e venivano contro di noi

e l’autunno avanzava con il suo passo esperto?

Ma l’esser dalla parte della ragione era un tale muro di cinta

davanti al quale qualsiasi armatura si sarebbe arresa.

Tutto realizzava la sorte di Leningrado.

Come un muro la città rimaneva in piedi davanti agli occhi di tutti.

Ed ecco che arrivò l’attimo più caro

Quando lei ruppe l’anello dell’assedio

E tutto il mondo ammassatosi in lontananza

la guardò in faccia, pieno d’entusiasmo.

Com’è grandiosa! Che destino immortale ha!

Ecco che il suo anello entra nella catena delle leggende!

Tutto quello che è possibile in terra e in cielo,

ha sopportato e ha realizzato.

Gennaio 1944

4 / “Razgovór s sosédkoj” – “Discorso con la vicina”

di Olga Berggólts (1910-1975)

Se c’è una donna che si è dimostrata una forza della natura quando si è trattato di aiutare a incoraggiare le persone durante l’assedio di Leningrado, è stata Olga Berggolts. Nel novembre 1941 lei e suo marito, gravemente malato, dovevano essere evacuati da Leningrado, ma l’uomo morì di fame e Olga, una promettente poetessa, rimase sola nella sua città natale. La Berggolts aveva già confidenza con la tragedia. In precedenza aveva perso due figlie (e Olga era incinta del suo terzo figlio quando fu arrestata e torturata in prigione nel 1937 e perse anche quello). Durante l’assedio di Leningrado, non aveva letteralmente nulla da perdere.

Piena di empatia, la Berggolts era una delle voci che trasmettevano sull’unica stazione radio funzionante durante l’assedio. La sua voce tenne letteralmente in vita milioni di persone durante quei giorni devastanti. Olga leggeva le sue poesie e quelle di altri poeti, forniva notizie dal campo di battaglia e incoraggiava i cittadini assediati di Leningrado a non arrendersi. Testimone dell’eroismo e della determinazione, descrisse ciò che aveva visto nel suo “Quaderno leningradese”.

Il 27 gennaio 1944 l’Armata Rossa ruppe il blocco di Leningrado. “Nessuno è dimenticato, e niente è dimenticato” (“Никто не забыт, ничто не забыто”), scrisse la Berggolts in una poesia del 1959. Questi versi, diventati quasi uno slogan, ora appaiono su svariati monumenti ai caduti.

“Разговор с соседкой”

Дарья Власьевна, соседка по квартире,

сядем, побеседуем вдвоем.

Знаешь, будем говорить о мире,

о желанном мире, о своем.

Вот мы прожили почти полгода,

полтораста суток длится бой.

Тяжелы страдания народа —

наши, Дарья Власьевна, с тобой.

О, ночное воющее небо,

дрожь земли, обвал невдалеке,

бедный ленинградский ломтик хлеба —

он почти не весит на руке…

Для того чтоб жить в кольце блокады,

ежедневно смертный слышать свист —

сколько силы нам, соседка, надо,

сколько ненависти и любви…

Столько, что минутами в смятенье

ты сама себя не узнаешь:

«Вынесу ли? Хватит ли терпенья?

— «Вынесешь. Дотерпишь. Доживешь».

Дарья Власьевна, еще немного,

день придет — над нашей головой

пролетит последняя тревога

и последний прозвучит отбой.

И какой далекой, давней-давней

нам с тобой покажется война

в миг, когда толкнем рукою ставни,

сдернем шторы черные с окна.

Пусть жилище светится и дышит,

полнится покоем и весной…

Плачьте тише, смейтесь тише, тише,

будем наслаждаться тишиной.

Будем свежий хлеб ломать руками,

темно-золотистый и ржаной.

Медленными, крупными глотками

будем пить румяное вино.

А тебе — да ведь тебе ж поставят

памятник на площади большой.

Нержавеющей, бессмертной сталью

облик твой запечатлят простой.

Вот такой же: исхудавшей, смелой,

в наскоро повязанном платке,

вот такой, когда под артобстрелом

ты идешь с кошелкою в руке.

Дарья Власьевна, твоею силой

будет вся земля обновлена.

Этой силе имя есть — Россия

Стой же и мужайся, как она!

1941 г.

*

“Discorso con la vicina”

Darja Vlàsevna, vicina di appartamento,

mettiamoci a sedere, chiacchieriamo noi due.

Sai, parleremo della pace,

della nostra pace in cui tanto speriamo.

Ecco che è passato quasi mezzo anno,

e la battaglia infuria da un giorno e mezzo.

Dure sono le sofferenze del popolo,

le mie e le tue, Darija Vlasevna.

Oh, il cielo notturno ululante,

il tremore della terra, un crollo non distante,

e la misera fetta di pane leningradese;

quasi non se ne sente il peso sulla mano…

Per vivere nella morsa dell’assedio

e udire ogni giorno il fischio della morte

Quanta forza serve, vicina,

quanto odio e quanto amore…

Ne serve così tanto che, per minuti, sgomenta

non riconosci neppure te stessa.

“Sopporterò? Mi basterà la forza?”

“Sopporterai. Pazienterai. Sopravviverai”

Darija Vlasevna, ancora un po’

e arriverà il giorno in cui sulle nostre teste

volerà l’ultimo allarme aereo

e suonerà l’ultimo cessato allarme.

E quanto lontana, remota-remota

ci sembrerà la guerra

nell’attimo in cui con la mano apriremo le imposte

e strapperemo le tende nere dalle finestre. 

Che l’abitazione si illumini e respiri

che si riempia di pace e di primavera…

Piangete in silenzio, ridete piano, piano.

Ci godremo il silenzio.

E spezzeremo con le mani il pane fresco,

dorato-scuro, di segale.

E con lenti, grossi sorsi

berremo il vino rosso.

E a te, a te dopotutto innalzeranno

un monumento sulla piazza grande.

In acciaio inossidabile, eterno,

riprodurranno il tuo semplice aspetto.

Proprio così: smagrita, coraggiosa

con un abito annodato in fretta,

proprio così, come quando sotto i colpi d’artiglieria

te ne vai con la sporta in mano.

Darija Vlasevna, la tua forza

rinnoverà tutta la terra.

E questa forza ha un nome: Russia

Alzati in piedi e fatti forza, come lei!

1941

5 / “Mùzhestvo” – “Il coraggio” 

di Anna Akhmàtova (1889-1966)

Anna Akhmatova, spesso indicata come il principale poeta russo (lei preferiva essere chiamata “poeta” e non ”poetessa”) del XX secolo, aveva il dono di scrivere su argomenti fondamentali e senza tempo, come la vita e la morte, l’amore e la separazione, il tradimento e la paura, con mirabile e inimitabile concisione. Sapeva sempre come dire le cose in modo icastico, senza sembrare patetica o confusa. A volte con una punta di sarcasmo, ma senza mai parole di troppo. La sua famosa poesia “Requiem” (che descrive gli anni terrificanti delle purghe di Stalin) l’ha resa una voce rara, amata dagli oppressi.

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Akhmatova non sostenne mai il regime comunista, che come una macina stritolò senza pietà il suo destino: suo marito, il poeta Nikolaj Gumiljóv (1886-1921), venne arrestato e giustiziato, suo figlio fu esiliato in Siberia per le opinioni anti-sovietiche, e le sue poesie non vennero autorizzate dalla censura. Eppure sapeva che le persone avevano bisogno di sostegno morale nella lotta contro il fascismo. La sua poesia “Coraggio”, scritta nel 1942, quando era sfollata a Tashkent (allora capitale della Repubblica Socialista Sovietica Uzbeka), era incentrata sulla lotta della nazione per la libertà e la pace.

“Мужество”

Мы знаем, что ныне лежит на весах

И что совершается ныне.

Час мужества пробил на наших часах,

И мужество нас не покинет.

Не страшно под пулями мертвыми лечь,

Не горько остаться без крова,

И мы сохраним тебя, русская речь,

Великое русское слово.

Свободным и чистым тебя пронесем,

И внукам дадим, и от плена спасем

Навеки.

1942 г.

*

“Il coraggio”

Noi sappiamo cosa c’è adesso sulla bilancia,

e cosa adesso si compie.

L’ora del coraggio è rintoccata sul nostro orologio,

e il coraggio non ci abbandonerà.

Non ci spaventa cadere morti sotto le pallottole,

non ci rattrista restare senza tetto,

E noi ti preserveremo discorso russo,

grande lingua russa.

Ti conserveremo pura e libera

e ti daremo ai nipoti, e ti salveremo dalla prigionia

Per sempre.

1942

6 / “Vozmézdie” – “Il castigo”

di Iljà Erenbùrg (1891-1967)

Durante la Seconda guerra mondiale, Erenburg, l’autore della raccolta di poesie “Molitva o Rossii” (“Preghiera per la Russia”, 1918), era un corrispondente del quotidiano dell’Armata Rossa “Kràsnaja Zvezdà” (“Stella Rossa”), e cercava di mantenere alto il morale delle truppe e del popolo nel bel mezzo dell’azione bellica. I suoi articoli erano così popolari che i comandanti dell’esercito proibivano ai soldati di usare vecchi giornali con le pubblicazioni di Erenburg per accendere  il fuoco o fare sigarette arrotolate a mano. Erenburg, che aveva predetto la Shoah, odiava il nazifascismo con tutte le sue forze.

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Fu coautore, con Vasilij Grossman (1905-1964), de “Il libro nero - Il genocidio nazista nei territori sovietici 1941-1945”, una raccolta di documenti di prima mano sullo sterminio di massa degli ebrei sovietici, compreso il massacro di Babij Jar, vicino a Kiev. “Il castigo” è la storia straziante di una ragazza che non è sopravvissuta all’occupazione nazista.

“Возмездие”

Она лежала у моста. Хотели немцы

Ее унизить. Но была та нагота,

Как древней статуи простое совершенство,

Как целомудренной природы красота.

Ее прикрыли, понесли. И мостик шаткий

Как будто трепетал под ношей дорогой.

Бойцы остановились, молча сняли шапки,

И каждый понимал, что он теперь — другой.

На Запад шел судья. Была зима как милость,

Снега в огне и ненависти немота.

Судьба Германии в тот мутный день решилась

Над мертвой девушкой, у шаткого моста.

1942

*

“Il castigo”

Giaceva vicino al ponte. I tedeschi volevano

così umiliarla. Ma quella nudità aveva

la semplice perfezione delle statue antiche,

la bellezza casta della natura.

L’hanno coperta, presa in spalle. E quel ponticello malfermo

era come se tremasse sotto al prezioso fardello.

I soldati si sono fermati, in silenzio si sono tolti il cappello

E ognuno ha capito, che da adesso in poi era un uomo diverso.

Verso ovest avanzava ora un giudice. L’inverno era come una benedizione,

con le nevi infuocate e il silenzio dell’odio.

Il destino della Germania si decise in quel giorno nebbioso

Con quella ragazza morta, vicino al ponte traballante.

1942

7 / “Subbota, 21 ijunja” – “Sabato 21 giugno” 

di Arsenij Tarkovskij (1907-1989)

Arsenij Tarkovskij è stato uno dei migliori poeti russi attivi durante l’era sovietica. Sebbene nel corso della sua vita fosse conosciuto soprattutto per le traduzioni di opere di poeti asiatici, suo figlio, il celebre regista Andrej Tarkovskij (1932-1986), ha contribuito a far rivivere le poesie di suo padre nel film “Lo specchio” dove vengono riletti alcuni versi.

La Grande Guerra Patriottica (nome usato in Russia per indicare la Seconda Guerra mondiale dopo l’avvio dell’Operazione Barbarossa) iniziò alle 4 del mattino del 22 giugno 1941, quando la Germania nazista attaccò proditoriamente l’Unione Sovietica. Arsenij Tarkovskij si trovava a Mosca, dove seguì poi l’addestramento militare con altri scrittori. Era determinato ad arruolarsi nell’esercito, ma la commissione medica statale gli  rifiutò il permesso. Allora scrisse ben undici lettere all’Unione degli scrittori sovietici, chiedendo di essere mandato sul campo di battaglia.

Nel 1942, Tarkovskij divenne finalmente corrispondente di guerra presso il giornale dell’esercito “Boevàja Trevóga” (“Stato d’allerta”). Tarkovskij dovette lavorare con diversi generi: le sue poesie elogiavano le gesta eroiche dei soldati sovietici, mentre la prosa metteva in ridicolo i nazisti. I soldati ritagliavano i suoi versi dai giornali e li tenevano in tasca, insieme a documenti e fotografie dei loro familiari. Nel 1943, Tarkovskij subì una ferita alla gamba, ebbe una cancrena e dovette subire sei amputazioni.

Nel 1945, scrisse la sua poesia più epica, “Sabato 21 giugno”. Come su una macchina del tempo torna  all’ultimo giorno di pace, il 21 giugno 1941. Tarkovskij condivide la sua esperienza di testimone della guerra, presentandosi come dotato della capacità di leggere il destino di tutti quelli che incontra in quest’ultimo sabato prima del conflitto.

“Суббота, 21 июня”

Пусть роют щели хоть под воскресенье.

В моих руках надежда на спасенье.

Как я хотел вернуться в до-войны,

Предупредить, кого убить должны.

Мне вон тому сказать необходимо:

«Иди сюда, и смерть промчится мимо».

Я знаю час, когда начнут войну,

Кто выживет, и кто умрет в плену,

И кто из нас окажется героем,

И кто расстрелян будет перед строем,

И сам я видел вражеских солдат,

Уже заполонивших Сталинград,

И видел я, как русская пехота

Штурмует Бранденбургские ворота.

Что до врага, то все известно мне,

Как ни одной разведке на войне.

Я говорю — не слушают, не слышат,

Несут цветы, субботним ветром дышат,

Уходят, пропусков не выдают,

В домашний возвращаются уют.

И я уже не помню сам, откуда

Пришел сюда и что случилось чудо.

Я все забыл. В окне еще светло,

И накрест не заклеено стекло.

1945 г.

*

“Sabato 21 giugno”

Che scàvino trincee fino a domenica.

La speranza di salvezza è nelle mie mani.

Come vorrei tornare a prima della guerra,

e avvertire quelli che sono destinati a essere uccisi.

Io avrei bisogno di dir loro:

“Vieni qua, e la morte ti sfiorerà soltanto”.

Io conosco l’ora, quando inizierà la guerra,

e chi sopravviverà e chi morirà in prigionia,

E chi di noi diventerà un eroe

e chi sarà fucilato davanti al plotone d’esecuzione,

E io stesso ho visto i soldati nemici

invadere già Stalingrado,

E ho visto come la fanteria russa

dà l’assalto alla Porta di Brandeburgo.

Quanto al nemico, so più cose io

che ogni spia sul campo di battaglia

Io parlo – Ma non ascoltano, non sentono,

Portano mazzi di fiori, respirano il vento del sabato

Se ne vanno, non servono lasciapassare,

se ne tornano alle comodità di casa

E neppure io capisco come

sia arrivato fin qui, e che miracolo sia avvenuto.

Ho dimenticato tutto. Fuori dalla finestra c’è ancora luce

E sul vetro non è appiccicata la croce antischegge.

1945

8 / “Zhdì menjà” – “Aspettami”

di Konstantìn Sìmonov (1915-1979)

Nel 1941, il promettente drammaturgo e poeta Simonov divenne il primo corrispondente di guerra del giornale ufficiale dell’Armata Rossa “Kràsnaja Zvezdà” (“Stella Rossa”). Salì poi di grado, diventando commissario di battaglione anziano, tenente colonnello e colonnello dopo la guerra.

Ma la svolta avvenne nel 1942, quando il quotidiano “Pravda” pubblicò la poesia di Simonov “Aspettami” (dedicata a sua moglie, la famosa attrice Valentina Serova; 1917-1975). Qualcosa scattò e i suoi versi divennero immediatamente un simbolo di speranza, fedeltà e resistenza per milioni di soldati. Alcuni lo ripetevano come una preghiera mentre entravano in azione, altri lo inviavano alle loro mogli e madri come una dichiarazione d’amore.

Жди меня” 

Жди меня, и я вернусь.

Только очень жди,

Жди, когда наводят грусть

Желтые дожди,

Жди, когда снега метут,

Жди, когда жара,

Жди, когда других не ждут,

Позабыв вчера.

Жди, когда из дальних мест

Писем не придет,

Жди, когда уж надоест

Всем, кто вместе ждет.

Жди меня, и я вернусь,

Не желай добра

Всем, кто знает наизусть,

Что забыть пора.

Пусть поверят сын и мать

В то, что нет меня,

Пусть друзья устанут ждать,

Сядут у огня,

Выпьют горькое вино

На помин души...

Жди. И с ними заодно

Выпить не спеши.

Жди меня, и я вернусь,

Всем смертям назло.

Кто не ждал меня, тот пусть

Скажет: — Повезло.

Не понять, не ждавшим им,

Как среди огня

Ожиданием своим

Ты спасла меня.

Как я выжил, будем знать

Только мы с тобой,-

Просто ты умела ждать,

Как никто другой.

1941 г.

*

“Aspettami”

Aspettami, e io tornerò.

Solo aspettami fortemente.

Aspetta, quando ti rendono triste

le piogge gialle

Aspetta, quando infuriano le tormente di neve

Aspetta, quando è caldo

Aspetta, quando gli altri non aspettano più,

dimenticando l’ieri.

Aspetta, quando dai luoghi remoti

non arrivano lettere,

Aspetta, quando già si saranno stufati

tutti quelli che aspettano insieme a te.

Aspettami, e io tornerò,

Non augurare del bene

a tutti quelli che ripetono a pappagallo

che è ora di dimenticare.

Credano pure mio figlio e mia madre

che io non ci sono più,

Che gli amici si stanchino pure di aspettare

e siedano vicini al fuoco

e bevano del vino amaro

in memoria dell’anima mia…

Aspetta. E insieme a loro

non ti affrettare a bere.

Aspettami, e io tornerò,

per far dispetto alle morti.

Chi non mi ha aspettato,

dica pure: – Gli è andata bene.

Non può capire, chi non ha aspettato,

come in mezzo al fuoco

con la tua attesa

mi hai salvato.

Come sono sopravvissuto, lo sapremo

solo io e te,

Semplicemente, tu hai saputo aspettare,

come nessun altro.

1941

9 / “Nu chto s togó, chto ja tam byl”– “Ma che vuol dire, che io ero là?”

di Jurij Levitànskij (1922-1996)

Levitanskij era uno studente del secondo anno presso l’Istituto di filosofia, letteratura e storia di Mosca quando scoppiò la Seconda guerra mondiale. Si offrì volontario, divenne tenente, poi corrispondente di guerra, con le sue prime poesie pubblicate nel 1943 sui giornali di prima linea. Levitanskij venne insignito dell’Ordine della Stella Rossa, oltre a una serie di medaglie, tra cui Per la difesa di Mosca e per la Vittoria sulla Germania, per il suo servizio militare.

Levitanskij ha cercato di valutare la Seconda Guerra Mondiale e il suo profondo impatto sulla società. “Ma che vuol dire, che io ero là?” è un tentativo di incanalare i suoi ricordi di guerra, i suoi traumi e le sue paure in poesia.

“Ну что с того, что я там был…”

Ну что с того, что я там был.

Я был давно. Я все забыл.

Не помню дней. Не помню дат.

Ни тех форсированных рек.

(Я неопознанный солдат.

Я рядовой. Я имярек.

Я меткой пули недолет.

Я лед кровавый в январе.

Я прочно впаян в этот лед —

я в нем, как мушка в янтаре.)

Но что с того, что я там был.

Я все избыл. Я все забыл.

Не помню дат. Не помню дней.

Названий вспомнить не могу.

(Я топот загнанных коней.

Я хриплый окрик на бегу.

Я миг непрожитого дня.

Я бой на дальнем рубеже.

Я пламя Вечного огня

и пламя гильзы в блиндаже.)

Но что с того, что я там был,

в том грозном быть или не быть.

Я это все почти забыл.

Я это все хочу забыть.

Я не участвую в войне —

она участвует во мне.

И отблеск Вечного огня

дрожит на скулах у меня.

(Уже меня не исключить

из этих лет, из той войны.

Уже меня не излечить

от той зимы, от тех снегов.

И с той землей, и с той зимой

уже меня не разлучить,

до тех снегов, где вам уже

моих следов не различить.)

Но что с того, что я там был!..

*

“Ma che vuol dire, che io ero là?”

Ma che vuol dire, che io ero là?

È stato tanto tempo fa. Ho dimenticato tutto.

Non mi ricordo i giorni. Non mi ricordo le date

Né quei fiumi guadati

(Io sono un soldato non identificato.

Io sono un soldato semplice. Io sono un tal dei tali

Io sono uno sparo che non ha colpito il bersaglio

Io sono il ghiaccio insanguinato di gennaio

Io sono imprigionato in quel ghiaccio,

ci sono dentro come un moscerino nell’ambra).

Ma che vuol dire, che io ero là?

Io mi sono liberato di tutto. Ho dimenticato tutto.

Non mi ricordo le date. Non mi ricordo i giorni.

Non riesco a ricordare i nomi.

(Io sono lo scalpitio dei cavalli sfiancati.

Io sono un rauco richiamo durante la corsa.

Io sono un momento di una giornata non vissuta

Io sono una battaglia ai confini lontani

Io sono il fuoco della fiamma eterna

e il fuoco per la sigaretta nella trincea).

Ma che vuol dire, che io ero là,

in quel terrificante essere o non essere.

Io ho dimenticato quasi tutto.

Io voglio dimenticare tutto.

Io non partecipo alla guerra

è la guerra che partecipa a me.

E il riflesso della Fiamma eterna

si riverbera sui miei zigomi larghi.

(Ormai è impossibile togliermi

da quegli anni, da quella guerra.

Ormai è impossibile liberarmi

da quell’inverno, da quelle nevi.

E da quella terra e da quell’inverno

non sarà possibile separarmi,

fino a quelle nevi in cui, a voi, ormai,

le mie orme non saranno più visibili).

Ma che vuol dire, che io ero là?

10 / “Do svidanija, malchiki” – “Arrivederci, ragazzi”

di Bulàt Okudzhàva (1924-1997)

Come molti suoi coetanei, nel 1941, all’età di 17 anni, Okudzhava si offrì volontario per la fanteria dell’Armata Rossa e, dall’anno successivo, partecipò alla guerra contro la Germania nazista. Le privazioni e i sacrifici della guerra percorrono le sue poesie come un’eco che riecheggia dal passato.

Okudzhava, il cui padre fu arrestato e giustiziato durante le Grandi Purghe staliniane, è diventato poi noto come cantautore e poeta, e le sue canzoni per il cinema sono apparse in oltre 80 film.

Nel 1961, Okudzhava pubblicò sull’almanacco “Tarusskie stranitsy” un romanzo autobiografico, “Bud zdoróv, shkoljar” (“Stammi bene, scolaro”) in cui descriveva la propria esperienza di essere partito per la guerra all’età di 17 anni. Non si tratta tanto di eroismo e sacrificio di sé, ma piuttosto di paura, desiderio di sopravvivere e del prezzo della vita. Anche la poesia “Arrivederci, ragazzi”, scritta nel 1958, e poi da lui stesso messa in musica, parla di questo.

“До свидания, мальчики”

Ах, война, что ж ты сделала, подлая:

Стали тихими наши дворы,

Наши мальчики головы подняли —

Повзрослели они до поры,

На пороге едва помаячили

и ушли, за солдатом — солдат…

До свидания, мальчики!

Мальчики, 

Постарайтесь вернуться назад.

Нет, не прячьтесь вы, будьте высокими,

Не жалейте ни пуль, ни гранат

И себя не щадите, и все-таки

Постарайтесь вернуться назад.

Ах, война, что ж ты, подлая, сделала:

вместо свадеб — разлуки и дым,

Наши девочки платьица белые

Раздарили сестренкам своим.

Сапоги — ну куда от них денешься?

Да зеленые крылья погон…

Вы наплюйте на сплетников, девочки.

Мы сведем с ними счеты потом.

Пусть болтают, что верить вам не во что,

Что идете войной наугад…

До свидания, девочки!

Девочки,

Постарайтесь вернуться назад.

1958 г.

*

“Arrivederci, ragazzi”

Ah, guerra, che hai combinato, vigliacca:

Sono diventati silenziosi i nostri cortili,

I nostri ragazzi hanno alzato la testa

E sono diventati adulti troppo in fretta

Sono rimasti alcuni secondi sulla soglia

e se ne sono andati a fare il soldato…

Arrivederci, ragazzi!

Ragazzi,

Cercate di tornare indietro.

No, non nascondetevi, fatevi valere

Non risparmiate né una pallottola né una granata

Non risparmiatevi, ma comunque

Cercate di tornare indietro.

Ah, guerra, vigliacca, che hai combinato:

al posto delle nozze, addii e fumo,

Le nostre ragazze, i loro abiti bianchi

li hanno donati alle sorelle più giovani.

Gli stivali, e come farne senza?

E le ali verdi delle spalline…

Voi, fregatevene dei pettegoli, ragazze.

Noi con loro faremo i conti poi.

Che chiacchierino pure, dicendo di non aver fiducia in voi

e che andate alla guerra a casaccio…

Arrivederci, ragazze!

Ragazze, 

Cercate di tornare indietro.

1958

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