Cinque film sovietici che furono vietati per oltre vent’anni

Aleksandr Askoldov/Gorky Film Studio, 1967
In Urss dicevano che la pellicola era “na polke”; “sullo scaffale”. Voleva dire che non aveva avuto il benestare della censura. E lontano dai cinema poteva rimanere molto a lungo, anche decenni

1 / “Storia di Asja Kljacina che amò senza sposarsi” (1967)

Asja Kljachina (interpretata da Ija Savina) è una cuoca zoppa di una fattoria collettiva nel bel mezzo del nulla. È innamorata di Stepan, un guidatore irascibile, irresponsabile e narcisista, che non si cura di lei. Quel che è peggio, Asja è incinta di lui e ingenuamente si aspetta che Stepan le faccia la proposta di nozze. Ma Stepan tratta Asja come uno zerbino, sostiene che il bambino non sia suo e suggerisce ad Asja di sposare qualcun altro. La donna, in effetti, ha un corteggiatore, Chirkunov, che la ama da anni, e che torna nel kolkhoz dalla città proprio per chiedere la sua mano. Ma l’amore è cieco, e Asja dice di no, perché ama, non corrisposta, Stepan.

Il dramma di Andrej Konchalovskij (1937-) doveva originariamente intitolarsi “Storia di Asja Kljachina, che amava un uomo, ma non lo sposò perché era orgogliosa”. Il titolo dice tutto.

Girato in bianco e nero nel 1967, il capolavoro di Konchalovskij fu proibito per due decenni. La versione originale del film arrivò nei cinema sovietici solo nel 1987. Apparentemente, la censura sovietica trovò il film troppo bello per essere vero; in altre parole, lo trovò moralmente sbagliato. Intanto, la protagonista di un film sovietico sulla vita ideale di un kolkhoz non poteva essere zoppa, e ancor meno essere incinta e non sposata!

Il problema era che Konchalovskij aveva diretto il suo film in stile quasi documentaristico. Voleva mostrare la vita rurale sovietica in modo realistico, anche con le sue imperfezioni, la sofferenza e il duro lavoro. In effetti, sullo schermo c’era molta autenticità, perché le riprese si erano svolte non in un teatro di posa ma in un vero villaggio sovietico.

Con una mossa rischiosa, il regista optò anche per un cast composto principalmente da attori non professionisti; abitanti dei villaggi locali. E in alcuni episodi, i personaggi minori del film ricordano le loro storie di vita reale nei gulag, eventi della Seconda guerra mondiale e alcune esperienze traumatizzanti del dopoguerra.

Questo film è forse il ritratto più realistico e commovente della vita in una fattoria collettiva sovietica mai catturato dal cinema.

LEGGI ANCHE: Cinque film di Andrej Konchalovskij da guardare 

2 / “La commissaria” (1967)

Il film è ambientato negli anni Venti e ha come protagonista Klavdija Vavilova, una commissaria dell’Armata Rossa incinta, costretta a prendersi una pausa dal fronte della Guerra civile per portare a termine la gravidanza. Klavdija, interpretata da Nonna Mordjukova, è simbolo di forza e lealtà, una classica donna russa che può “fermare un cavallo al galoppo ed entrare in una casa in fiamme”. Non vede l’ora di tornare sul suo cavallo e unirsi ai suoi compagni, ma il suo ufficiale in comando (interpretato da Vasilij Shukshin) le ordina di rimanere con una povera famiglia ebrea fino al parto. Efim Magazinnik (interpretato da Rolan Bykov), sua moglie Maria e i loro sei figli vivono nella costante paura dei pogrom e della persecuzione. Mentre Klavdija decide cosa vuole veramente essere, se una soldata o una madre, Efim e sua moglie le mostrano il lato più generoso e filosofico dell’umanità.

“La commissaria” non è solo “vita e destino” di una donna in guerra, ma affronta anche molti temi alti e collettivi. Il film venne proibito per circa vent’anni, anche perché era basato su un romanzo breve di Vasilij Grossman e toccava l’allora tabù dell’antisemitismo russo e dei progrom. Questo fu sufficiente per mettere il film “sullo scaffale” a lungo.

Con musiche di Alfred Schnittke, “La commissaria” era il primo e fu anche l’ultimo film diretto da Aleksandr Askoldov (1932-2018). Nel 1967, la pellicola fu ritenuta offensiva per i valori comunisti sovietici e ideologicamente ostile, e Askoldov venne licenziato dallo studio cinematografico Gorkij e ufficialmente classificato come “non idoneo al lavoro”. La pellicola doveva essere distrutta, ma il regista riuscì a nascondere una copia del suo film fuori dalla sala di montaggio.

Nel 1986, su iniziativa di Elem Klimov (1933-2003), il regista di “Va’ e vedi”, fu nominata una commissione speciale per riguardare i film banditi dalla censura sovietica. “La commissaria” era in cima alla lista, tuttavia i funzionari del Comitato statale per il cinema si rifiutarono ancora di far andare il film nelle sale, perché il ritratto dei bolscevichi nella Guerra Civile non era abbastanza idealizzato.

Le cose finalmente si sistemarono l’anno successivo, durante il Festival Internazionale del Film di Mosca. Askoldov decise di prendere in mano la situazione e raccontò a Vanessa Redgrave e Robert De Niro (che erano ospiti della kermesse) del suo film vietato. Ciò funzionò e “La Commissaria” finalmente arrivò al cinema. Fece scalpore all’estero, vincendo quattro premi al Festival Internazionale del Cinema di Berlino, compreso l’ambito Leone d’argento.

LEGGI ANCHE: Cinque grandi film russi che hanno cambiato la storia del cinema 

3 / “Interventsija” (1968)

Il film, con protagonista l’attore e cantautore Vladimir Vysotskij è ambientato all’indomani della Rivoluzione bolscevica del 1917, quando la Russia fu dilaniata dalla Guerra civile

Nonostante la serietà dell’argomento, il film di Gennadij Poloka (1930-2014), basato sulla famosa omonima commedia del 1932 di Lev Slavin (1896-1984), è un incrocio tra una fantasmagoria, un’opera buffa e un musical. Ricco di colpi di scena e di azione intensa, il film è un pot-pourri di vari generi, con elementi di danza, commedia, brillanti battute e musica originale (il bardo Vladimir Vysotskij scrisse quasi tutte le canzoni per la colonna sonora).

Per quanto strano possa sembrare, questo mix di commedia, tragedia e farsa aiutò il regista a mostrare quanto fosse assurda e persino folle la Guerra Civile. Nel 1967, tuttavia, tale frivolezza era ancora inaudita. Gennadij Polóka era stato inizialmente incaricato di realizzare un film realistico che celebrasse il 50° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, non certo un film che deridesse i valori rivoluzionari.

Nel 1968, il presidente del Comitato statale per la cinematografia Aleksej Romanov vietò la proiezione del film. Nel tentativo di salvare la pellicola, alcuni membri del cast (presumibilmente Vladimir Vysotskj o Valery Zolotukhin) scrissero una lettera indirizzata al leader sovietico Leonid Brezhnev. Tuttavia, non ricevettero risposta.

“Interventsija” poté uscire solo nel 1987. A quel tempo, lo stile del cinema sovietico era ormai cambiato radicalmente e il film di Poloka non sembrava più audace, ma semmai solo un po’ obsoleto.

4 / “Tridtsat tri” (1965)

Ivan Sergeevich Travkin (interpretato dal re della commedia sovietica, Evgenij Leonov) è un ingegnere esperto di una fabbrica di bevande analcoliche. Travkin vive tranquillamente con la sua famiglia in una città di provincia e ha la reputazione di gran lavoratore. Un giorno, si sveglia con un mal di denti terribile. Va dal dentista e questi scopre che Travkin ha… 33 denti! (Da qui il titolo del film che si traduce “Trentatré”). È il primo caso del genere nella scienza medica! Il poveretto è tempestato di domande, i giornalisti vogliono intervistarlo. La sua fama subisce un balzo improvviso: Ivan va a Mosca e diventa subito una celebrità. Il poveretto finisce quasi in manicomio dopo aver affermato di aver incontrato creature provenienti dallo Spazio… Mentre Ivan continua a soffrire per il forte mal di denti, i medici sovietici non osano toccare il suo trentatreesimo dente, così unico. La situazione potrebbe finire in tragedia, se Ivan non incontrasse un dentista esperto.

Che ci crediate o no, questa commedia di Georgij Danelija (1930-2019) creò un grande scandalo per un episodio banale. Un episodio mostrava un corteo di auto di lusso “Chajka” accompagnate da una scorta di motociclisti. Secondo quanto riferito, l’allora segretario del Comitato centrale per l’ideologia Mikhail Suslov considerò questa scena una “calunnia sulla nostra realtà socialista”, chiedendo di rimuoverla. Gli sembrava ironizzare sui cortei di accoglienza trionfale dei cosmonauti sovietici di ritorno dallo Spazio.

Ma Georgij Danelija, autore anche di del celebre “A zonzo per Mosca” (1964), si rifiutò di operare il taglio, e la commedia venne ritirata dalla grande distribuzione due settimane dopo la première. Il film rimase poi vietato per un quarto di secolo.

LEGGI ANCHE: Cinque film di Georgij Danelija da vedere assolutamente 

5 / “Skvernyj anekdot” (1966)

La trama è basata sull’omonimo racconto di Fjodor Dostoevskij (generalmente tradotto in italiano come “Una brutta storia” o “Uno spiacevole episodio”). Nell’opera letteraria del 1862, Dostoevskij mette in ridicolo l’idealismo emerso in Russia dopo l’abolizione della servitù della gleba (avvenuta nel 1861).

LEGGI ANCHE: Come l’abolizione della servitù della gleba portò alla Rivoluzione Russa 

Il film è incentrato sulla figura del consigliere di Stato Ivan Ilich Pralinskij (interpretato da Evgenij Evstigneev) che, sotto l’impulso del momento, decide di mostrare al suo subordinato Porfirij Pseldonimov il suo lato migliore. Mentre Pralinskij torna a casa in una sera d’inverno, passa davanti alla casa di Pseldonimov. Si scopre che Porfirij sta festeggiando il matrimonio. Pieno di nobili intenzioni, Pralinskij, suo capo, decide di congratularsi personalmente con il suo giovane subordinato. L’apparizione inaspettata dell’ospite di alto profilo prende però tutti gli alla sprovvista. La situazione si fa sempre più imbarazzante. Lo sposo è sull’orlo della follia, immaginando quanto cara gli costerà questa visita. Alla fine, Ivan Ilic, sperando che il suo populismo liberale susciti l’ammirazione generale, si ubriaca e si addormenta nel letto degli sposi.

“Skvérnyj anekdót” descrive i costumi dei funzionari russi in modo estremamente sarcastico. Volenti o nolenti, il film tracciava parallelismi con il sistema burocratico sovietico. Purtroppo, il destino del film, diretto da Aleksandr Alov (1923-1983) e Vladimir Naumov (1927-), si riflesse nel titolo, poiché per la censura sovietica il film si rivelò “una brutta storia”.

Il senso profondo della pellicola non riguarda infatti solo una situazione storica particolare, ma piuttosto lo stato di crescente distacco tra la classe egemone e i subalterni; i superiori e i subordinati.

Il film venne vietato per 20 anni e arrivò nei cinema solo alla fine del 1987.


Cinque film sovietici che mostrano la guerra da un punto di vista insolito 

Per utilizzare i materiali di Russia Beyond è obbligatorio indicare il link al pezzo originale

Scoprite le altre entusiasmanti storie e i video sulla pagina Facebook di Russia Beyond

Questo sito utilizza cookie. Clicca qui per saperne di più

Accetta cookie