Le stranezze di cinque grandi interpreti della pittura russa

Galleria Tretjakov, Dominio pubblico, s.salvador/Freepik.com
Gli artisti, si sa, spesso sono anticonvenzionali, o hanno tratti del carattere che sembrano bizzarri, o addirittura spaventosi, per la gente comune che ha a che fare con loro

La mania di persecuzione di Aleksandr Ivanov

Aleksàndr Ivànov (1806-1858) ha dipinto il suo celebre capolavoro “L’apparizione del Messia al popolo” nel corso di oltre vent’anni, in Italia. A volte sentiva un bisogno estremo di dipingere e ritoccare l’opera e, con il tempo, il quadro iniziò a distruggere il suo autore: il duro lavoro fece peggiorare la sua vista e i pochi conoscenti del suo stretto giro di amici cominciarono a notare varie stranezze nel suo comportamento.

Secondo lo scrittore e memorialista Pavel Kovalevskij (1823-1907), Ivanov “era inselvatichito, si agitava per l’apparizione di ogni volto nuovo, si inchinava molto diligentemente davanti al servo che scambiava per suo padrone; i suoi movimenti erano repentini e gli occhi correvano, sebbene li puntasse costantemente a terra”.

Il famoso scrittore Ivan Turgenev (1818-1883) ha ricordato che Ivanov aveva rifiutato risolutamente il suo invito a cenare all’Hotel d’Angleterre di Roma, sostenendo che sarebbe stato sicuramente avvelenato. Era sicuro che gli invidiosi artisti italiani avessero deciso di ucciderlo e accettò di mangiare solo alla trattoria del Falcone, perché a suo avviso, l’unico cameriere di cui ci si poteva fidare lavorava lì.

L’inaspettata generosità di Ivan Kramskoj

Ivàn Kramskòj (1837-1887) è ritenuto uno dei migliori ritrattisti russi della seconda metà del XIX secolo. Nonostante alla fine degli anni Sessanta dell’Ottocento fosse ormai un artista molto famoso e non mancasse di clienti e di buone commissioni, viveva in modo molto frugale. Allo stesso tempo, i suoi conoscenti notarono una cosa strana: a differenza di molti suoi colleghi, consegnava i suoi lavori ai clienti già con cornici ricche e molto costose, ma non chiedeva soldi extra per questo. Dicono che uno dei clienti abbia fatto notare a Kramskij questa stranezza: quelle ottime cornici costavano molti soldi e l’artista ci rimetteva in quel modo diverse migliaia di rubli all’anno.

Kramskoj si offese, e disse che considerava semplicemente maleducato consegnare un ritratto senza cornice, perché i quadri, dopotutto, vanno appesi al muro. Il cliente non cedette: “Ma il ritratto lo fate voi, mentre la cornice la ordinate. E pagate dei soldi all’artigiano”. Kramskoj mantenne la sua posizione: “Se è per quello, pago soldi anche per le vernici, mica le faccio io, e per i pennelli, per la tela… Che, dovrei mettere in conto anche quello al committente?”

Vasilij Vereshchagin e la fissazione per le pubbliche relazioni

Il pittore Vasìlij Vereshchàgin (1842-1904) era noto non solo in Russia: nell’agosto del 1888, il quotidiano newyorkese “Evening Star” scrisse: “Quando arrivi dalla luce del giorno, dal frastuono della 23ª strada, in uno spazio con un’illuminazione artificiale sommessa, e sei accolto da combinazioni fantasiose, da strani effetti e dagli odori muschiati dell’edificio in cui sono conservati i famosi dipinti, è come trasferirsi in un altro mondo: l’interno della galleria Vereshchagin è così strano rispetto alla situazione che hai appena lasciato fuori…”.

Prima di questa occasione, i dipinti dell’artista russo non avevano mai suscitato un tale interesse tra il pubblico americano, ma quella mostra divenne un evento di primo piano. L’autore dell’articolo la definì “lo spettacolo più teatrale a New York oggi”.

Nonostante il fatto che i dipinti di Vereshchagin godessero di grande interesse pubblico, l’artista era sempre molto preoccupato che le sue mostre non fossero adeguatamente pubblicizzate dai media.

L’artista Mikhail Nesterov (1862-1942) ha ricordato come lo stesso Vereshchagin avesse corretto l’articolo su una sua mostra a Odessa: “Il critico gli dà la recensione entusiastica che aveva scritto per il giornale dell’indomani. Vasilij la scorre con gli occhi, e sussulta insoddisfatto. ‘Dammi una matita’, dice. Prende in fretta della carta e scrive e scrive. Una volta finito, passa il foglio al critico. ‘Ecco’, dice, ‘come bisogna scrivere di una mostra su Vereshchagin’. Il critico è imbarazzato, sopraffatto dalla velocità e dall’attacco del celebre pittore di battaglie… L’articolo, così ‘redatto’ da Vasilij, il giorno dopo, domenica, appare sul giornale ‘Odesskie Novosty”. Tutti lo leggono, corrono alla mostra di Vereshchagin e lo lodano a non finire, e lui è così insaziabile e geloso della sua gloria.”

L’amore per il canto di Viktor Vasnetsov

Fin dall’infanzia, Vìktor Vasnetsòv (1848-1926), l’autore di favolosi quadri noti a tutti i russi, come “Bogatyri”, “Aljonushka” e “Cavaliere al bivio”, non solo dipinse, ma amò anche la musica. Però in quel campo non aveva talento. L’artista era ben consapevole che cantando non faceva qualcosa di piacevole per gli altri, e cercava di frenarsi in pubblico. Ma a casa, mentre lavorava, gli piaceva, e cominciava spesso a canticchiare qualcosa, prima a mezza voce, poi sempre più forte.

Ridendo, una volta raccontò: “Lavoro, lavoro e piano piano mi sono messo a canticchiare, e il piccolo Misha (sei anni) è venuto da me e mi ha detto tutto serio: ‘Papà, non cantare. Quando canti, ho paura”.”

Fortunatamente, registrazioni del canto di Vasnetsov non sono sopravvissute fino ai nostri giorni, e oggi gli spettatori hanno l’opportunità di godersi la sua pittura geniale senza provare sofferenza per le sue note stonate.

L’avarizia di Ilija Repin

Anche se il celebre Ilijà Rèpin (1844-1930) era un uomo molto ricco, si distinse per un’avidità patologica. Per esempio, preferiva venire a San Pietroburgo dalla sua dacia, detta “I Penati”, la mattina, quando il biglietto del tram costava la metà rispetto al pomeriggio.

Negli anni, Repin iniziò a condurre uno stile di vita che lui riteneva molto sano. Oggi non si sorprenderebbe nessuno per la sua passione per il vegetarianesimo e la dieta a base di cibi crudi, ma all’inizio del XX secolo era davvero qualcosa di insolito.

Una volta Repin invitò il famoso scrittore Ivan Bunin (1870-1953), che in seguito ha ricordato: “Con felicità mi sono affrettato ad andare da lui: dopo tutto, che onore sarebbe stato essere ritratto da Repin! Ed eccomi qui, in una splendida mattina, di sole e forte gelo, nel cortile della dacia di Repin pieno di neve alta. A quel tempo il pittore era ossessionato dal vegetarianesimo e dall’aria fresca, così che le finestre della casa erano spalancate. Repin mi accoglie con i valenki ai piedi, in pelliccia, e cappello di pelliccia, mi bacia, mi abbraccia, mi conduce al suo laboratorio, anch’esso gelido, e dice: ‘Qui la ritrarrò la mattina, e poi faremo colazione come il Signore Dio ha ordinato: erba, mia caro, erba! Vedrà come pulisce sia il corpo che l’anima e presto abbandonerà anche il suo dannato tabacco.”

Cominciai a inchinarmi, ringraziandolo calorosamente, borbottando che sarei venuto domani, ma che ora dovevo immediatamente tornare di corsa alla stazione, perché avevo affari terribilmente urgenti a San Pietroburgo. E corsi a gambe levate alla stazione, lì mi precipitai al buffet, ordinai una vodka, mi accesi una sigaretta, saltai sul vagone e inviai un telegramma da Pietroburgo: “Caro Iljja Efimovich, sono del tutto disperato, ma sono stato chiamato con urgenza a Mosca, sto già partendo…”

Così Ilija Repin non dipinse mai un ritratto di Ivan Bunin, che sarebbe diventato il primo russo a vincere il premio Nobel per la Letteratura, nel 1933.

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