Dieci pittori russi saliti alla ribalta dell’arte mondiale

Stephen Chung/Global Look Press
Due sono ancora viventi, ma come gli altri sono già passati alla storia, mentre molti sono stati a lungo più famosi all’estero che in patria

Karl Brjullov (1799-1852)

Tra i più grandi ritrattisti russi, Brjullov viaggiò molto in Europa e visse gran parte della sua vita in Italia. La fama internazionale la ottenne grazie alla monumentale tela “L’Ultimo giorno di Pompei” (465,5 × 651 cm), nella quale trasmette tutta la drammaticità del momento della distruzione dell’antica città campana. La prima esposizione del quadro (completato in tre anni di lavoro, tra il 1830 e il 1833) provocò un grande clamore a Roma. In seguito, l’opera venne trasferita al Louvre, e nel 1834 vinse il primo premio al Salon di Parigi. Quindi, venne donata allo zar Nicola I, e adesso è conservata al Museo Russo di San Pietroburgo. Grande popolarità venne a Brjullov anche dai ritratti, che in gran parte gli furono commissionati dall’aristocrazia italiana. Gli ultimi anni di vita il pittore li trascorse vicino a Roma, a Manziana, nella casa dell’amico Angelo Tittoni, un patriota che aderì alla Repubblica Romana, e formò il corpo militare dei Cacciatori del Tevere. Lì l’artista morì e, per questo, parte dei suoi lavori sono rimasti di proprietà degli eredi della famiglia Tittoni.

Vasilij Vereshchagin (1842-1904)

“Vasilij Vereshchagin – Pittore, soldato, viaggiatore”. Così si intitolava il catalogo pubblicato dall’Associazione dei pittori americani per la sua prima mostra negli Stati Uniti. E in queste tre definizioni, in effetti, si può riassumere tutta la sua vita. Famoso pittore di battaglie ed etnografo, Vereshchagin partecipò a diverse campagne militari e fu testimone diretto di quello che fissava sulla tela (morì nel corso della Guerra russo-giapponese). La sua fama è legata alle grandi mostre evento in America e in Europa, che lui stesso organizzava, pensando a ogni dettaglio per la scenografia e accompagnando i quadri con materiali espositivi portati dai suoi viaggi esotici. Tra le mostre più note, quella sui dipinti del Turkestan al Crystal Palace di Londra, nel 1873, e quella trionfale di New York del 1888, dopo la quale iniziò una tournée di ben tre anni attraverso le più grandi metropoli statunitensi (Chicago, Filadelfia, Boston, Saint Louis e altre ancora), fino all’asta del 1891, durante la quale vennero battute e vendute con grandi quotazioni 110 sue tele.

Léon Bakst (1866-1924)

Nel 1909-10 l’impresario Sergej Djagilev portò a Parigi i balletti “Shéhérazade” e “Cleopatra”. Il loro incredibile successo non ricadde solo sui ballerini ma anche sullo scenografo e costumista, Léon Bakst (pseudonimo di Lev Schmule Rozenberg). L’“Oriente russo”, con il suo raffinato erotismo, passò dal palcoscenico agli atelier di moda. Bakst vendette i suoi schizzi allo stilista Paul Poiret e così iniziò la tendenza del turbante, dei pantaloni alla zuava e delle parrucche colorate; abbigliamento prediletto anche dall’eccentrica marchesa Luisa Casati, che fu amante di Gabriele D’Annunzio.
Alle prime a teatro seguì una mostra al Louvre (la collezione fu in seguito venduta) e le richieste di ritratti da parte dei miliardari Rothschild e Morgan. Nel 1914 ebbe luogo la prima mostra dei suoi lavori negli Usa, con grandi successi a New York e a Filadelfia.

Boris Kustodiev (1878-1927)

Autore dei quadri “più russi” di tutti con fiere e piccoli mercanti seduti vicino al samovar, Kustodiev è l’unico pittore russo ad essersi aggiudicato la medaglia d’oro alla Biennale di Venezia in tutta la sua storia. Nel 1907, il Padiglione russo, curato dall’impresario Djagilev mostrò all’Europa tutti i migliori pittori dell’epoca. Ma fu Kustodiev a impressionare di più e a ricevere il massimo riconoscimento. La giuria rimase colpita dal “Ritratto della famiglia Polenov”, che adesso è conservato in Austria, al Castello del Belvedere di Vienna, e dal “Ritratto del Conte Ignatjev”. Gli schizzi preparatori di quest’ultimo si sono potuti recentemente ammirare a Maastricht, alla fiera “Tefaf” (“The European Fine Art Fair”).

Vasilij Kandinskij (1866-1944)

Il padre dell’astrattismo passò la sua vita tra Russia, Germania e Francia. I suoi principali successi si legano a Monaco di Baviera, città dove studiò all’Accademia e dove fondò il gruppo di espressionisti Der Blaue Reiter (con lui c’erano Franz Marc, Paul Klee, August Macke, Alexej von Jawlensky, Marianne von Werefkin e altri). Sempre a Monaco tenne la sua prima mostra personale e insegnò alla scuola d’arte, prima di trasferirsi al Bauhaus (prima a Weimar e poi a Dessau), dove lavorò come insegnante di decorazione murale dal 1922 al 1933. Proprio nella capitale bavarese si trova una delle migliori collezioni dei suoi lavori. Un’altra importante serie di opere, nella quale si può studiare la nascita dell’arte astratta, è al Guggenheim Museum di New York.

Kazimir Malevich (1879-1935)

“Il Quadrato nero”, realizzato da Malevich nel 1915, è divenuto il simbolo dell’avanguardia e il manifesto di un nuovo mondo dell’arte, nel quale la mimesi con il mondo reale non è più un criterio fondamentale.
La trionfale acclamazione del Suprematismo, movimento artistico fondato da Malevich, iniziò fuori dai confini dell’Urss verso la fine degli anni Venti, con le grandi mostre di Varsavia e di Berlino. I dipinti che esportò lui stesso per le mostre non tornarono mai più in Russia, e ora si possono vedere allo Stedelijk Museum di Amsterdam e al Moma di New York. Malevich è considerato il pittore russo più caro: nel 2008 la sua “Composizione suprematista” (del 1916) è stata venduta da Sotheby’s per 60 milioni di dollari.

Nikolai Fechin (1881-1955)

Nato a Kazan, questo virtuoso ritrattista, iniziatore di un proprio stile, fu contrario alla Rivoluzione e nel 1923 emigrò negli Stati Uniti, dove visse poi oltre trent’anni molto positivi, morendo a Santa Monica, in California. A New York lo aspettavano mostre e committenti, tra i quali grandi collezionisti e importanti personalità. I suoi lavori sono ora conservati a in molti musei americani e in collezioni private e, con regolarità, appaiono nelle principali aste mondiali.

Pavel Chelishchev (1898-1957)

Questo classico del modernismo, spesso traslitterato come Tchelitchew, è considerato il “Dalì russo” ed è uno dei più lampanti esempi dell’emigrazione dell’epoca post rivoluzionaria. Fino a non molto tempo fa, questo pittore era molto più famoso in Europa e in America che in Russia. Al Moma di New York sono esposte circa 150 sue opere, mentre alla Galleria Tretjakov di Mosca solo una, donata dall’autore per volontà testamentaria. Discendente di una famiglia nobile, nel 1920 emigrò a Berlino, quindi si trasferì a Parigi, e ancora negli Stati Uniti. Tra le prime a riconoscere il suo talento fu la scrittrice e poetessa americana Gertrude Stein (1874-1946), che fu a lui a lungo legata da amicizia e che acquistò il suo quadro “Canestro di fragole”, appeso per molti anni nel suo appartamento accanto a un Picasso (che di lei aveva fatto un ritratto nel 1906). E quando a Parigi, e anche dopo, venivano messi a confronto, non sempre aveva la meglio lo spagnolo. In America lo attendeva una vera fama: disegnò scenografie e costumi per i balletti di George Balanchine e dipinse molti ritratti. La grande affermazione arrivò con la mostra personale al Moma, nel 1942.

Ilya Kabakov (1933-)

Principale esponente del Concettualismo moscovita e il più famoso tra i pittori non ufficiali dell’Urss, Kabakov riuscì a trasporre la vita comunitaria sovietica e la totale mancanza di libertà a un livello esistenziale, comprensibile in tutto il mondo. Dalla fine degli anni Ottanta vive a New York e ha avuto mostre personali nei principali musei mondiali, tra cui il Moma di New York, il Centre Pompidou di Parigi e la Tate Gallery di Londra.

Grisha Bruskin (1945-)

La fama mondiale arrise improvvisamente a Bruskin in contemporanea con l’ultimo rintocco del martelletto nella prima asta di Sotheby’s a Mosca, nel 1988, quando il suo “Lessico fondamentale” venne venduto a una cifra senza precedenti per l’arte non ufficiale russa: 416 mila dollari. L’acquirente fu il regista ceco due volte premio Oscar (nel 1976 per “Qualcuno volò sul nido del cuculo” e nel 1985 per “Amadeus”) Miloš Forman. Già due settimane dopo, Bruskin era in America, dove, a differenza dell’Urss, le sue mostre non vennero proibite, ma al contrario, attivamente pubblicizzate. Così firmò un contratto con uno dei giganti del mercato dell’arte, la Galleria Marlborough, che cura i suoi interessi ancora oggi.

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