La danza secondo Eifman

Il coreografo russo Boris Eifman

Il coreografo russo Boris Eifman

Ufficio stampa
Dalla nuova stagione del prestigioso Eifman Ballet Theatre di San Pietroburgo all’inaugurazione del Museo di storia della danza: faccia a faccia con il grande coreografo russo, che a Rbth ha parlato di nuovi progetti e del momento di crisi del balletto

Ad aprire la stagione del prestigioso Eifman Ballet Theatre di San Pietroburgo non saranno solo le prime dei nuovi spettacoli, ma anche l’inaugurazione del Museo di storia della danza che avrà sede nell’antica residenza Dobbert da poco restaurata. A parlarne in un’intervista a Rbth è il coreografo stesso che illustra i suoi nuovi progetti di lavoro e discute della crisi del balletto.

Come immagina il Museo di storia della danza?

La mia intenzione è quella di allestire uno spazio espositivo che racconti tre secoli di storia del balletto pietroburghese. Non si tratta di una cronaca dell’intera storia della danza russa. Ci concentremo sulle tappe che hanno fatto sì che nell’arco di un secolo la città divenisse uno dei centri più importanti per la danza a livello mondiale. Noi guardiamo con rispetto alle esperienze di ricerca in campo artistico realizzate da tutti gli altri colleghi e non vogliamo proporci come un “modello alternativo”.

San Pietroburgo occupa un posto unico nella storia della danza mondiale. L’arte del balletto ha fatto qui la sua comparsa e si è sviluppata grazie ad esperti europei, e in primo luogo francesi, quali Jean-Baptiste Landé, Charles-Louis Didelot e Marius Petipa. E anche oggi, com’è noto, artisti e coreografi continuano a utilizzare per comunicare in tutto il mondo la terminologia francese. Sarebbe assurdo cercare di negare l’influenza della cultura europea sulla formazione del balletto russo. Al contempo, classici immortali del balletto, che costituiscono il fulcro dell’arte coreografica mondiale, come “La bella addormentata”, “La baiadera” e molti altri, sono stati creati proprio qui a San Pietroburgo.

L’esposizione avrà sede nella residenza Dobbert, situata accanto all’Accademia della Danza, un vero monumento dell’architettura in legno del XIX secolo, che è  stata da poco restaurata. L’intenzione sarebbe quella di creare un grande centro di promozione e ricerca in grado di attirare verso l’arte della danza i più ampi strati della società.

In quale fase storica si trova oggi il balletto russo? In che misura si è integrato nel contesto mondiale e quanto è riuscito a conservare della propria specificità?

Oggi ci troviamo a un punto di svolta non solo nella storia del balletto russo, bensì mondiale. Chi si occupa di balletto si trova a un bivio. Da un lato ci si rende conto che l’infinita attrazione per la danza astratta non conduce in nessun luogo. Dall’altro i tentativi di superare questo momento di stallo e ricominciare a produrre spettacoli importanti, di dimensioni teatrali, il più delle volte non sono coronati dal successo. Ciò avviene perché dopo decenni in cui ha trionfato il moderno, i colleghi hanno disimparato a lavorare con forme espressive forti. Quanto alla specificità del balletto russo, la sua conservazione è seriamente ostacolata dalla tendenza a copiare i modelli coreografici occidentali a cui continuano a sottomettersi alcuni colleghi. Si tratta evidentemente di un complesso, di una reazione allo stato di isolamento dell’epoca sovietica che ancora perdura. È venuto il momento di rendersi conto che la crisi che attraversa oggi il balletto è un fenomeno di dimensioni globali. Da ciò deriva anche la mancanza di figure artistiche carismatiche e di idee innovative.

La Gisele rossa (Foto: ufficio stampa)

Tra breve si terrà la prima della nuova versione del balletto “La Gisele rossa”,  in cosa si distinguerà dallo spettacolo da lei ideato negli anni '90?

“La Gisele rossa” è un balletto ispirato al tragico destino della grande ballerina russa Olga Spesivtseva e uno degli spettacoli di maggior successo del nostro repertorio. Si tratta di un lavoro molto importante per me in cui vengono sfiorati alcuni temi eterni quali il rapporto tra arte e potere, la tragedia dell’emigrazione e la fragilità del talento di fronte a un fato crudele. Qualche anno fa lo spettacolo è uscito dal cartellone. Quando ho deciso di farlo rivivere, ho capito che il balletto non doveva essere restaurato, ma ripensato, prima di tutto sul piano coreografico. Ho voluto adottare per la “Gisele rossa” delle soluzioni plastiche adatte alle potenzialità creative della nostra troupe. In aprile la nuova versione del balletto è stata rappresentata con successo dai ballerini del Corpo di ballo dell’Opera di Vienna nel Teatro dell’Opera viennese. Mi auguro che anche gli spettatori pietroburghesi possano apprezzare il balletto come merita.

Lei è spesso in tournée all’estero…

Nell’ultimo anno e mezzo siamo stati a New York, Washington, Londra, Parigi e in altre città. Il nostro teatro ha fatto il tutto esaurito. In alcune città gli organizzatori ci hanno chiesto persino delle repliche. Ritengo che il segreto del successo del nostro repertorio stia nella sua straordinaria capacità  di emozionare. Diamo agli spettatori la possibilità di sperimentare una catarsi, uno stato di purificazione emozionale che solo la vera arte può provocare.

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