Com’era lo sport sovietico ai tempi di Stalin?

L’atletismo divenne uno dei pilastri della propaganda politica e numerose squadre vennero fondate in tutto il Paese, mentre si inventavano nuove discipline. Ma i beniamini del pubblico potevano rapidamente cadere in disgrazia e finire vittime della repressione

Fin dai primi anni al potere, il governo sovietico promosse gli sport di massa e lo sviluppo della cultura fisica. Per costruire un nuovo Paese erano necessari operai, soldati e contadini forti, sani e robusti. Così lo Stato spingeva i cittadini a fare sport fin dalla tenera età. Sono sopravvissuti numerosi poster di quelle campagne risalenti ad anni diversi. Lo slogan “V zdorovom tele – zdorovyj dukh” (“В здоровом теле - здоровый дух”), versione russa di  “Mens sana in corpore sano”, divenne familiare in tutta l’Urss.

Negli anni Trenta, la promozione dello sport raggiunse probabilmente il suo apogeo: Stalin, le massime cariche del partito e onorati ospiti stranieri assistettero spesso a grandiose sfilate sportive dalla tribuna del Mausoleo di Lenin. 

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Si trattava di esibizioni su larga scala con numeri sportivi e acrobatici, bandiere sovietiche e enormi ritratti di Stalin. Ed era difficile capire cosa prevalesse, se lo sport o la politica. Una delle più grandi sfilate si svolse nel 1945 e fu dedicata alla Vittoria nella Seconda guerra mondiale. Al corteo parteciparono più di 25 mila atleti provenienti dalle 16 repubbliche dell’Unione Sovietica (fino al 1956 le repubbliche erano una in più rispetto al momento dello scioglimento dell’Urss, nel 1991; c’era infatti la Rss Carelo-Finlandese, poi riunitasi alla Rsfsr Russa).

Società sportive dipartimentali e volontarie

Lo sport nel Paese fu sviluppato per mezzo di associazioni sportive amatoriali, dette DSO, “Dobrovolnye sportivnye obshchestva” (“Società sportive volontarie”): quasi ogni fattoria collettiva, istituto scolastico e impresa statale aveva la propria. Queste associazioni e i sindacati reclutavano attivamente nuovi membri delle squadre. Ad esempio, se nel 1928 solo 53 mila residenti di campagna aderivano ai club sportivi, nel 1935 il loro numero superava già il mezzo milione.

La più grande Società sportiva volontaria del Paese era la “Spartàk”, fondata nel 1935 dai sindacati delle Cooperative Industriali. A due anni dalla sua creazione, la società era già composta da oltre 120 mila atleti. Successivamente, accettò anche i lavoratori del commercio, dell’industria leggera e alimentare, dell’aviazione civile, dei trasporti automobilistici, dell’istruzione, della cultura, della sanità e di molti altri settori, tanto che, a metà degli anni Cinquanta, i suoi membri erano ormai più di 450 mila.

Inoltre, un numero enorme di società sportive erano di dipartimenti della pubblica amministrazioni: ad esempio, la “Dinàmo”, che esiste ancora oggi, era la società del Ministero degli Affari interni (sotto Stalin, il Commissariato del popolo degli affari interni; l’Nkvd), e la CSKA il gruppo sportivo dell’esercito. Per loro furono costruiti campi sportivi, stadi, piscine. Per la “Dinamo” nel 1928 fu costruito il più grande stadio del Paese in quel momento, che poteva ospitare 25 mila spettatori.

Anche le forze aeree avevano le proprie squadre, ad esempio nel distretto militare di Mosca, dopo la guerra l’aviazione era comandata dal figlio di Stalin, Vasilij, che sviluppò attivamente lo sport e creò squadre di calcio, hockey e basket dell’Aeronautica.

Lo stesso Stalin amava il calcio: per lui, ad esempio, nel 1936 fu organizzata una partita proprio sulla Piazza Rossa, a tal fine posarono un tappeto di 9.000 metri quadrati sul selciato. 

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Ci sono varie leggende sul calcio ai tempi di Stalin: una sostiene che durante l’intervallo della partita olimpica del 1952, quando la squadra sovietica stava perdendo contro la Jugoslavia, Stalin stesso chiamò gridando che non sarebbe stato ammesso che “i nazisti della cricca di Tito” vincessero contro i sovietici (i due Paesi socialisti avevano rotto nel 1948 e avevano rapporti molto tesi). La paura indotta portò quantomeno a un pareggio.

L’Urss e le Olimpiadi

Per molti anni il governo sovietico ebbe un rapporto difficile con i Giochi Olimpici. Le prime Olimpiadi dopo la Rivoluzione si svolsero nel 1920 ad Anversa, in Belgio, ma il Comitato Internazionale Olimpico non aveva ancora riconosciuto la Russia sovietica. I giochi successivi, quelli di Parigi del 1924 furono ignorati dalla stessa Urss: il partito si rifiutò di partecipare a un evento “borghese”.

I Giochi olimpici furono considerati ostili nell’Urss fino al 1952: ai XV Giochi estivi di Helsinki gli atleti sovietici parteciparono per la prima volta, e ottennero il secondo posto nel medagliere, dietro agli Stati Uniti, con 22 ori, 30 argenti e 19 bronzi.

A causa delle differenze ideologiche, gli atleti sovietici non partecipavano invece ai campionati mondiali ed europei. Negli anni Venti e Trenta, l’Unione Sovietica organizzò una competizione alternativa: le Spartachiadi, dal nome del leader romano della rivolta degli schiavi, Spartaco. A questi tornei erano invitati anche atleti di altri Paesi, dove c’erano organizzazioni socialiste e operaie. Così nel 1928 si tenne a Mosca la Spartachiade di tutti gli sportivi, a cui parteciparono più di 7 mila atleti, tra cui più di 600 stranieri delle organizzazioni sportive dei lavoratori di 17 Paesi, dagli Stati Uniti alla Germania.

La via nazionale allo sport, dai nomi alle discipline

L’Urss non si limitava a boicottare le competizioni occidentali. Nell’ambito della campagna “per combattere il servilismo dinanzi all’Occidente”, il governo cambiò persino molti termini sportivi, traducendoli in russo. Ad esempio, molti dei nomi dei pugni nella boxe, a cui di solito ci si riferisce in inglese vennero modificati: l’“uppercut” divenne “udàr snizu” (“colpo dal basso”), l’“hook” divenne “bokovój udàr” (“colpo laterale”), e nella lotta, il termine  “souplesse” (un modo di cinturare che si usa per l’atterramento) divenne “brosók progìbom”.

Inoltre, l’Urss iniziò a inventare dei propri sport. Negli anni Trenta, le arti marziali orientali, come il jiu-jitsu e il judo furono bandite in Unione Sovietica. Per sostituirle fu ideata una “forma di lotta ideologicamente corretta”, il “sambo” (acronimo per “autodifesa senza armi”). Negli anni Sessanta, questo sport venne persino riconosciuto dalla comunità mondiale e incluso in una serie di tornei.

In Urss venne anche creato un gioco basato sulla pallavolo: la palla doveva essere lanciata tra le squadre oltre la rete, ma non veniva battuta, ma presa. Era un gioco per i pionieri (i membri dell’organizzazione comunista per bambini dai 9 ai 14 anni), ed era chiamato “pionerbol”.

Sport e repressione

Nonostante l’attiva opera di popolarizzazione degli sport, molti atleti non sfuggirono alla massiccia repressione della fine degli anni Trenta. Coloro che partecipavano a tornei all’estero potevano essere facilmente accusati di spionaggio, e gli sportivi di successo venivano facilmente denunciati da persone invidiose.

Si arrivò a vette di assurdità: ad esempio il Club di sci dell’Università Statale di cultura fisica, sport, gioventù e turismo venne dichiarata “organizzazione terrorista”; gli studenti di sci vennero arrestati e i maestri furono fucilati.

Il detentore del record di salto in alto Nikolaj Kovtun venne arrestato durante un allenamento. Trascorse più di 10 anni nei campi di lavoro solo perché i suoi genitori avevano lavorato sulla Ferrovia orientale cinese di Harbin prima della Rivoluzione, e tra gli ex lavoratori di questa ferrovia e le loro famiglie negli anni Trenta partì la caccia alle streghe.

Anche il capitano della società sportiva dei sindacati “Spartak”, il calciatore Nikolaj Starostin, finì in un gulag, vittima di una spiata. C’è una leggenda secondo cui la vera ragione dell’imprigionamento di Starostin fu la vittoria della sua squadra di calcio nella Coppa dell’Urss nel 1939. Lo “Spartak” batté la “Dinamo”, e anche un club con un nome eloquente, che forse sarebbe stato meglio non sconfiggere: lo “Stalinets” (“Stalinista”). 


Venti foto che raccontano il culto sovietico per lo sport 

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