Perché in Unione Sovietica c’era una passione così ossessiva per gli scacchi? (FOTO)

L’Urss era sicuramente la più grande superpotenza mondiale davanti alla scacchiera, e il gioco era fortemente sostenuto dallo Stato per motivi politici e militari (si riteneva che sviluppasse le competenze strategiche). Quindi, se guardate “La regina degli scacchi” su Netflix, certe scene sulla Mosca dell’epoca non sono un’esagerazione!

Nonostante la presenza di alcuni stantii stereotipi sui russi (ma farne a meno sembra impossibile in America), “La regina degli scacchi”, nuova  miniserie televisiva statunitense creata da Scott Frank e Allan Scott e distribuita in streaming dal 23 ottobre 2020 su Netflix, sicuramente su una cosa non esagera: l’autentica ossessione sovietica per il gioco degli scacchi.

Quando la protagonista Beth Harmon, campionessa di scacchi statunitense interpretata da Anya Taylor-Joy, cammina in un parco di Mosca, vede decine di uomini chini sulle scacchiere che meditano sulle loro mosse. Può sembrare che questa sia una delle solite “kljukva” di cui i registi occidentali di solito infarciscono i film sulla Russia, o quantomeno una licenza poetica per mostrare visivamente le incredibili capacità dei grandi maestri sovietici. Ma no, nessuna esagerazione: era davvero così! Il gioco degli scacchi era diffusissimo in Unione Sovietica e scene come quelle, nei parchi, erano cosa di tutti i giorni. Guardare per credere: ecco delle immagini d’archivio.

Sì, sono reali scatti di epoca sovietica.

Gli scacchi erano uno dei giochi preferiti in quasi tutte le famiglie dell’Urss. C’erano lezioni di scacchi nelle scuole e nelle Case dei Pionieri (i Pionieri erano una sorta di scout sovietici; un’associazione comunista che raggruppava i bambini dai 9 ai 14 anni). Tavoli per giocare a scacchi non mancavano mai nei parchi. E verso sera decine di giocatori erano là riuniti con il naso sulla scacchiera. 

Si giocava a scacchi nei cortili, negli ingressi dei palazzi, persino sulle spiagge.

E non crediate che con l’arrivo del freddo invernale la passione scemasse: i tavoli venivano semplicemente spostati in padiglioni di scacchi appositamente progettati. C’era un’assoluta egemonia degli scacchi su qualsiasi altro gioco e sport. Quindi non sorprende che i migliori giocatori di scacchi del mondo provenissero dall’Urss. Ma da dove veniva questa accanita passione per gli scacchi?

La mania per gli scacchi iniziò subito dopo la rivoluzione bolscevica. Prima di allora, gli scacchi erano un hobby riservato alle élite. Pietro il Grande, per esempio, andando in campagna, portava con sé non solo la scacchiera, ma anche i suoi avversari preferiti. Pure Caterina la Grande e altri Romanov erano stati dei grandi appassionati. Ma i comunisti decisero di rompere il velo dell’elitarismo, e fu Lenin a stabilire la moda per gli scacchi. Eccolo in un disegno di Pjotr Vasiljev giocare a scacchi con lo scrittore Maksim Gorkij sotto gli occhi attenti della moglie, Nadezhda Krùpskaja:

“Scacchi alle masse” (“Шахматы в массы”; “Shàkhmaty v massy”) divenne un vero e proprio slogan. Inoltre, non era solo un hobby degno di un buon comunista, ma anche di un buon soldato. Nikolaj Krylenko, che era stato Comandante in capo supremo dell’Armata Rossa, parlando al Congresso di scacchi di tutta l’Unione, nel 1924, sostenne senza mezzi termini di “considerare l’arte degli scacchi come un’arma politica”.

Ciò è spiegabile con il fatto che gli scacchi sono l’unico sport che ti insegna a pensare in modo strategico. Una qualità estremamente importante per un combattente. Questo è esattamente il motivo per cui lo Stato non risparmiava denaro sugli scacchi, e i giocatori migliori erano tra i pochi sovietici che potevano girare il mondo. Furono i primi sportivi sovietici a cui Stalin permise di partecipare ai tornei internazionali, già a metà degli anni Trenta. Neanche i calciatori avevano una tale opportunità: la nazionale sovietica di calcio iniziò a disputare partite ufficiali solo dalle Olimpiadi di Helsinki del 1952.

Il picco di attenzione per gli scacchi arrivò durante la Guerra Fredda, un periodo in cui era di fondamentale importanza per l’Urss mostrare la sua superiorità in tutto. Soprattutto quella  intellettuale. In Occidente, l’Urss appariva come un’incubatrice socialista di scacchisti, e Bobby Fischer imparò persino il russo per poter leggere la letteratura scacchistica sovietica professionale.

Per un normale cittadino sovietico, la battaglia per il titolo di campione del mondo di scacchi era così emozionante e così di moda quanto lo sono le serie tv oggi per noi. È significativo che l’interesse per gli scacchi abbia cominciato a diminuire con la Perestrojka, proprio quando il confronto politico con l’Occidente capitalista si è placato.

Con il crollo dell’Urss, gli scacchi sono scomparsi quasi del tutto. Nelle famiglie russe molte persone sanno ancora giocare a scacchi e insegnano ai bambini come si fa, ma questo non ha più nulla a che spartire con quell’ossessione dell’epoca sovietica.


La passione di Lenin per gli scacchi 

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