Perché la navicella spaziale russa Sojuz resta una grande rivale del Crew Dragon di Elon Musk?

Sergej Mamontov/Sputnik
La nuova creatura super tecnologica lanciata dalla compagnia SpaceX il 30 maggio ha un concorrente anziano (vola dagli anni Sessanta), ma ancora molto valido; un vanto della tecnica sovietica che sarà un po’ scomodo e avrà anche un design leggermente antiquato, ma che nei decenni si è dimostrato incredibilmente affidabile

Per dirla in estrema sintesi, il Sojuz (o, secondo la traslitterazione inglese, Soyuz) è un sistema di lancio sovietico-russo che trasporta persone alla Stazione spaziale internazionale a bordo dell’omonimo veicolo spaziale, la capsula Sojuz. Fino a pochissimo tempo fa (cioè fino al lancio ben riuscito della SpaceX di Elon Musk del 30 maggio), la Sojuz era, dal 2011 (con il pensionamento dello Space Shuttle americano), l’unico mezzo al mondo in grado di portare gli astronauti in orbita. E pensare che il programma Sojuz risale al 1962, con il primo lancio nel 1966!

Sì, per quasi sessant’anni abbiamo pilotato lo stesso tipo di navicella spaziale. E a quanto pare, non tutti erano contenti di questo. Ora nel mondo hanno una scelta alternativa. Ma noi non abbiamo ancora fretta di mandare in pensione la Sojuz.

Come è apparsa la Sojuz?

La navicella spaziale Sojuz fu sviluppata per il primo veicolo di lancio Sojuz, che, a sua volta, era solo una modifica del leggendario missile balistico R-7.

Sviluppato da Sergej Koraljov, l’R-7 (affettuosamente detto semjórka) fu il primo missile balistico intercontinentale al mondo, e venne inventato per trasportare armi termonucleari. Ma poiché i sette missili non ebbero molto successo, rimasero in servizio per soli otto anni. Il razzo invece tornò molto utile per altro: l’intero programma spaziale sovietico venne costruito sulla sua base. Nell’ottobre 1957, un R-7, ad esempio, lanciò il primo satellite in orbita, lo Sputnik-1.

Anche la sua modifica, il lanciatore “Sojuz” (il nome significa “Unione”) aveva compiti ambiziosi. La “Corsa allo spazio” tra Unione Sovietica e Stati Uniti era già in pieno svolgimento, e serviva una nuova navicella spaziale. Jurij Gagarin era già volato nello spazio, il 12 aprile 1961, e i sovietici iniziarono a sviluppare un programma per voli più lunghi, vale a dire un sorvolo della Luna. Ciò che serviva era una navicella e a più posti in grado di attraccare in orbita.

Nel 1967 avvenne il primo lancio con equipaggio. Come sapete, l’Unione Sovietica non vinse la Corsa alla Luna, almeno per quanto riguarda il primo atterraggio umano (suoi primati erano stati invece: il primo sorvolo ravvicinato, la prima immagine della faccia nascosta, il primo lander e il primo orbiter) ma l’astronave Sojuz entrò saldamente e permanentemente nell’arsenale, perché fin dall’inizio la sua principale differenza rispetto ai precedenti vettori del tipo R-7 era il sistema di pilotaggio sicuro. E in particolare, il sistema di salvataggio di emergenza, che veniva attivato 15 minuti prima dello start e poteva salvare l’equipaggio in qualsiasi parte del percorso in caso di incidente.

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Come viene utilizzata la Sojuz?

La Sojuz opera come un “taxi spaziale”: oltre ai cosmonauti russi, dà un passaggio anche gli astronauti di altri Paesi fino alla Stazione spaziale internazionale, secondo precise quote nazionali, e può fornire acqua, cibo, attrezzature alla stazione e porta anche indietro le persone dalla stazione alla Terra.

A bordo della Sojuz non ci stanno più di tre persone in contemporanea. Dal 2011, dopo la chiusura del programma americano Space Shuttle, e fino al 30 maggio 2020, la Russia era monopolista nel trasporto di equipaggi umani in orbita.

Com’è all’interno la Sojuz?

Le navicelle della famiglia Sojuz sono composte da tre zone: il compartimento della strumentazione, il compartimento di lancio e il compartimento di servizio. Durante il lancio, gli astronauti si trovano, appunto, nel compartimento di lancio, dove c’è pochissimo spazio e nessun posto dove girarsi.

Più spazioso (ma è lungo solo 3,4 metri con un diametro di 2,2 metri) è il compartimento di servizio, dove si trova anche il carico per la Stazione internazionale. Qui si trova anche l’ASU, la toilette spaziale. Per imparare a usarla, è necessario leggere un manuale di più pagine (credetemi, tutto è molto complicato in volo).

La navicella è stata modernizzata in tutti questi anni, non nell’aspetto, ma nei sistemi di controllo. Ecco come appare una delle ultime modifiche (2016): la “Sojuz MS”. E se vi sembra che sia dannatamente poco confortevole, beh, lo è.

“Quando sono entrato per la prima volta nel simulatore della Sojuz, ho notato che il mio collega americano ingoiava antidolorifici”, ha ricordato André Kuipers, un astronauta olandese dell’Agenzia spaziale europea. “Ho chiesto perché ne avesse bisogno e lui ha risposto: ‘Lo scoprirai presto!’. In effetti, durante l’addestramento, le mie ginocchia hanno iniziato a farmi terribilmente male. È una navicella molto scomoda.”

Perché la Russia continua a usare la Sojuz?

Ma nonostante il suo layout non così comodo (gli astronauti devono sedere in una posa con le ginocchia premute contro le orecchie), la Sojuz rimane l’ultima roccaforte di Roscosmos nel mercato del lancio commerciale fino ad oggi. Teoricamente, la sostituzione dovrebbe avvenire con una navicella molto più comoda e capiente (fino a 6 persone a bordo), la “Federatsija” (“Federazione”), ribattezzata circa un anno fa “Orjól” (“Aquila”). I russi lavorano al suo sviluppo dal 2009, ma la nuova navicella non è mai stata messa in orbita.

Tuttavia, anche se Roscosmos avesse finalmente a disposizione questa navicella di nuova generazione, il sistema Sojuz, secondo i progettisti, non verrebbe presto abbandonato. La Sojuz si è affermata come una navicella e un sistema di lancio super-affidabile, e si ritiene che l’affidabilità sia la sua qualità principale. È sopravvissuta a 150 lanci riusciti. Nel corso della lunga storia della “Sojuz” ci sono stati solo due lanci drammatici, e all’inizio della sua esistenza: nel 1967 (l’astronauta morì durante l’atterraggio a causa di un guasto al sistema dei paracadute) e nel 1971 (gli astronauti morirono durante l’atterraggio a causa di depressurizzazione). Poi tutto è sempre filato liscio.


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