Come funzionava il divorzio in Russia prima della Rivoluzione d’Ottobre?

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Se le cose in famiglia non andavano bene, era più facile fuggire e rifarsi una vita altrove che ottenere dalla Chiesa uno scioglimento del matrimonio. Ma se ciò era possibile per i contadini e la povera gente di città, per i nobili e gli zar era molto più complicato...

Lo zar Ivan il Terribile ebbe nozze estremamente infelici. Le sue prime tre mogli morirono, e la terza addirittura solo 15 giorni dopo il matrimonio. Ma un quarto matrimonio dal punto di vista della Chiesa ortodossa era inaccettabile, quindi lo zar dovette convocare un concilio ecclesiastico per ricevere la benedizione per il quarto matrimonio, quello con Anna Koltovskaja. Il concilio sottolineò però che la benedizione per il quarto matrimonio veniva data solo allo zar: “Che nessun altro osi combinare un quarto matrimonio”, altrimenti “sarà maledetto secondo regole sacre”.

Anche questo matrimonio dello zar si rivelò infelice. Per quale motivo non è chiaro, ma chiaramente non a causa dell’infertilità della sposa, visto che lo zar perse interesse per lei dopo appena quattro o cinque mesi dalle nozze. Ma come separarsi? Questo era un grosso grattacapo anche per un sovrano!

“Ci si ammoglia, ma non ci si smoglia”.

La Chiesa Ortodossa Russa era molto riluttante a concedere al divorzio. Per dare il suo consenso doveva esserci una buonissima ragione. I particolari erano esattamente determinati dai canoni ecclesiastici. Ad esempio, lo “Statuto (“Ustàv”) della Chiesa” di Jaroslav il Saggio (XI-XII secolo) affermava chiaramente che né un uomo né una donna potevano contrarre un nuovo matrimonio senza lo scioglimento del precedente. E anche che la malattia grave o incurabile di uno dei coniugi non poteva essere motivo di divorzio.

Dallo Statuto risulta che la Chiesa ordinava di preservare eventuali matrimoni, anche se non ancora officiati davanti all’altare. Eppure, in questo Statuto erano indicati anche i motivi del divorzio “per colpa della moglie”. I principali erano il tentato omicidio o la rapina del marito, la partecipazioni a riunioni di giochi e danze o la visita a case altrui senza il marito e, naturalmente, l’adulterio.

Nel XVII secolo, scrive la storica Natalja Pushkareva, “un marito era considerato un traditore se aveva una concubina e dei figli da lei, mentre una moglie anche se aveva trascorso alcune ore fuori casa da sola. Il coniuge che veniva a sapere dell’“infedeltà” della moglie era, dal punto di vista della Chiesa, addirittura obbligato a divorziare da lei.

La società trattava le donne “lasciate” (divorziate) come inferiori. Loro non potevano contare su un secondo matrimonio; al massimo solo sulla convivenza con qualcuno. Nel XVII secolo entrò in vigore il detto “Zhenìtba est – a razzhenitby net” (“Женитьба есть – а разженитьбы нет”); “ci si ammoglia, ma non ci si smoglia”.

A livello teorico, i testi ecclesiastici ammettevano la possibilità di divorzio per colpa di un marito. Il motivo poteva essere l’impotenza (“se il marito non copre la moglie, [per questo] li si separi” – XII secolo) o l’incapacità del marito di mantenere la famiglia e i figli (ad esempio, a causa dell’ubriachezza). Ma non si sono conservati documenti che provino casi di divorzio su iniziativa di una donna a causa del tradimento o di qualche altra colpa del marito nella Russia di prima di Pietro il Grande.

Tra la gente comune  (contadini, poveri abitanti delle città) il problema poteva essere risolto con la fuga dal coniuge. La legge ordinava formalmente alle mogli in fuga di tornare dai loro mariti, ma nulla diceva sui mariti che avevano abbandonato il tetto coniugale. In generale, una via d’uscita quindi c’era: tagliare la corda. Ma per i nobili, e ancor di più per i principi e i sovrani, la cui vita doveva essere pia per definizione, era molto più difficile organizzare un divorzio. A partire dai secoli XIII-XIV, si diffuse, spesso con la forza, la pratica di far diventare monache le mogli indesiderate.

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Monache contro la loro volontà

Lo stesso Ivan il Terribile, in un certo senso, doveva la sua nascita al divorzio di suo padre, il Granduca di Mosca Basilio III (1479-1533). La sua prima moglie, Solomonija Saburova (1490-1542), in vent’anni di vita familiare non riuscì a dare alla luce un erede. L’assenza di bambini minacciava la sopravvivenza della dinastia dei Rjurikidi. Basilio fece persino appello al Patriarca di Costantinopoli per ottenere il permesso di divorziare a causa dell’infertilità della moglie, ma il patriarca non la ritenne un motivo convincente per la “separazione”.

Basilio decise così di “divorziare” da Solomonija, costringendola a prendere i voti monastici, visto che a suo carico non furono trovate colpe che potessero servire come giusta causa per il divorzio. L’atto di Basilio causò un’estrema condanna da parte delle gerarchie della Chiesa russa, ma nel 1525 Solomonija fu comunque ordinata monaca nel Monastero della Natività di Mosca. All’inizio del 1526, Basilio III sposò una giovane principessa lituana, Elena Glinskaja, che tre anni dopo diede alla luce un erede, Ivan Vasiljevich, il futuro Ivan il Terribile.

Forse i russi adottarono lo stratagemma del divorzio per mezzo di chiusura delle mogli nei monasteri dagli imperatori di Bisanzio. Per esempio, la prima moglie di Costantino VI (771–797/805), Maria d’Amnia (770–821), fu costretta a farsi suora dopo che il patriarca aveva rifiutato a Costantino il divorzio. Dopo aver rinchiuso Maria in monastero, Costantino si sposò una seconda volta, con Teodota.

Ivan il Terribile approfittò di questa “tecnica” per il divorzio da Anna Koltovskaja: Anna venne fatta monaca con il nome di “Darija” e in seguito visse nel Monastero dell’Intercessione di Suzdal. La successiva moglie di Ivan, Anna Vasilchikova (morta nel 1577), fece la stessa fine.

Un amore durato poco per Pietro il Grande 

L’ultimo zar ad usare questo escamotage per divorziare fu Pietro il Grande. La sua prima moglie, Evdokia Lopukhina, era stata scelta da sua madre, Natalija Naryshkina, senza consultare il figlio. Secondo la donna, Pietro aveva urgentemente bisogno di sposarsi, perché si era venuti a sapere che la moglie di suo fratello (di altra madre) e co-sovrano Ivan (1666-1696), Praskovja Fjodorovna (1664-1723) aspettava un bambino.

Artista anonimo, XVIII secolo. Ritratto della zarina Evdokia Lopukhina (1669-1731)

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Natalija Naryshkina temeva che il primato nella successione al trono sarebbe passato al ramo di Ivan e organizzò prontamente il matrimonio di Pietro con Evdokija Lopukhina, erede di una famiglia di militari. Secondo la tradizione russa, solo un sovrano sposato poteva essere considerato un adulto e regnare. Pietro ed Evdokija si sposarono il 27 gennaio 1689; due mesi dopo, la moglie di Ivan, Praskovija, partorì, ma non un erede, ma bensì una figlia, la principessa Marija (1689-1692).

Il principe Boris Kurakin, cognato di Pietro (era sposato con la sorella di Evdokija, Ksenia Lopukhina) descrisse questo matrimonio come segue: “All’inizio, l’amore tra loro, lo zar Pietro e sua moglie, era molto forte, ma durò solo un anno. Poi finì; inoltre, la madre dello zar Natalja odiava sua nuora e desiderava vederla più in disaccordo con il marito che innamorata”. Sebbene nel 1690 la coppia avesse un figlio, lo zarevich Aleksej Petrovich (1690-1718), Pietro lasciò la moglie nel 1692 e iniziò a vivere con la “maîtresse” Anna Mons. Dopo la morte della madre, nel 1694, Pietro smise del tutto di comunicare con Evdokija.

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Il monastero di Pokrovskij, Suzdal, Russia

Mentre era a Londra nel 1697, durante il periodo della sua Grande Ambasceria in Europa, Pietro incaricò lo zio Lev Naryshkin e il boiardo Tikhon Streshnev di convincere Evdokija a farsi monaca, ma lei rifiutò. Arrivato a Mosca nel 1698, solo una settimana dopo Pietro si degnò di vedere sua moglie, che di nuovo si rifiutò di prendere i voti. Tre settimane dopo fu portata al monastero dell’Intercessione con la forza. Eppure lo zar, a quanto pare, si vergognava del suo atto e si sposò per la seconda volta già con Marta Skavronskaja (Caterina I) solo nel 1712.

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I divorzi della Russia imperiale

Nell’era di Pietro il Grande, la Chiesa venne subordinata all’autorità secolare: fu governata dal Santissimo Sinodo e il patriarcato venne abolito. La legislazione russa iniziò a definire più chiaramente le ragioni “degne” del divorzio: comprovato adulterio di uno dei coniugi, presenza di una malattia prematrimoniale che rende impossibili i rapporti coniugali (gravi malattie sessualmente trasmissibili o impotenza), privazione dei diritti statali ed esilio di uno dei coniugi o assenza non giustificata di uno dei coniugi per più di cinque anni.

Per “formalizzare” un tale divorzio, il ricorrente doveva rivolgersi al concistoro della diocesi in cui viveva. La decisione finale sullo scioglimento di un matrimonio – anche tra contadini – veniva presa dal Santissimo Sinodo.

Ma le statistiche, tuttavia, mostrano chiaramente che i casi di divorzio nella Russia imperiale erano molto isolati. Nel 1880, ci furono 920 divorzi in un Paese con una popolazione di oltre 100 milioni di abitanti. Secondo il censimento del 1897, c’era un divorziato ogni 1000 uomini e due divorziate ogni 1000 donne. Nel 1913, vennero presentate 3.791 domande di divorzio su 98,5 milioni di cristiani ortodossi in tutto l’Impero russo.

È interessante notare che i bambini illegittimi venivano regolarmente registrati. Ad esempio, a San Pietroburgo nel 1867, il 22,3% dei bambini era illegittimo, nel 1889 il 27,6%. Ma sebbene i bambini nati fuori da matrimonio potessero fungere da prova principe di adulterio e giusta causa di divorzio, tuttavia, il numero dei divorzi non crebbe nel tempo. Nella società di allora, il divorzio era ancora molto difficile, anche e soprattutto per i nobili.

Nel 1859, la principessa Sofija Naryshkina decise di divorziare dal marito per un motivo serio: suo marito le disse che durante un viaggio all’estero aveva contratto una malattia venerea ed era diventato impotente. Il procedimento legale al Santissimo Sinodo si trascinò per 20 anni e, alla fine, il divorzio alla Naryshkina non fu mai concesso.

I medici testimoniarono a favore del principe Grigorij Aleksandrovich. Infatti, pur avendo scoperto che aveva la sifilide, “che, a giudicare dal ritrovamento di ulcere, è stata presa attraverso l’accoppiamento con una donna”, secondo loro, “la malattia poteva essere curata e la funzione sessuale ripristinata”. Inoltre, il Sinodo sostenne in modo sorprendente che l’adulterio non potesse essere provato solo dalle parole di confessione alla moglie del principe stesso. E poi sottolineò che dal matrimonio aveva già dei figli, che andavano protetti. Quindi fu deciso di non concedere il divorzio. Anche la malattia fu considerata una scusa “ non degna” di giustificare un divorzio. Al marito “fu ordinato di trattenere sua moglie, anche se era indemoniata”.

Insomma, con la questione della separazione dai loro coniugi, i nobili russi se la dovevano cavare in qualche modo da soli: molto spesso gli sposi semplicemente si separavano e andavano a vivere in posti differenti. Tuttavia, senza il divorzio, i mariti continuavano a essere finanziariamente responsabili delle loro mogli, le sostenevano e condividevano la proprietà con loro.

Con l’avvento al potere dei bolscevichi, la questione del divorzio fu risolta, come molte altre, radicalmente. Secondo il decreto sullo scioglimento del matrimonio, il divorzio sarebbe stato formalizzato ora non dalla chiesa, ma da organi laici dello Stato, e su richiesta anche di uno solo dei coniugi. La conclusione e lo scioglimento dei matrimoni richiedevano ora pochi minuti.


Come ci si sposa in chiesa in Russia e come funziona l’annullamento del matrimonio religioso 

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