Sofija Dolgorukova, storia della principessa russa che finì a fare la tassista a Parigi

Dominio pubblico
Era stata, a inizio Novecento, una delle donne più emancipate dell’Impero Russo: aveva studiato medicina e sapeva guidare la macchina (corse persino uno storico rally) e pilotare gli aerei (anche quelli da guerra), ma poi, dopo la Rivoluzione, la patente le servì solo per guadagnarsi da vivere in Francia, al volante di un taxi

Alla fine degli anni Venti, a Parigi, molti emigranti russi di talento fuggiti dalla Russia dopo la Rivoluzione bolscevica, inclusi, ovviamente, parecchi nobili, dovevano in qualche modo sbarcare il lunario. Poteva così accidentalmente capitare di fare un giro in taxi trovando alla guida lo scrittore Gajto Gazdanov (1903-1971) o persino una vera principessa russa, Sofija Dolgorukova (1887-1949), risalendo il cui albero genealogico si arriva a Caterina la Grande (1729-1796) e ancor più lontano a Rjurik (?-879) primo knjaz (principe) delle terre del popolo russo.

Due discendenze illegittime

A sinistra, il conte Aleksej Bobrinskij, padre di Sofija; a destra, Nadezhda Bobrinskaja, madre di Sofija

La principessa Sofija Dolgorukova aveva sangue Romanov nelle vene. Sua nonna da parte di madre, Nadezhda Polovtsova (1843-1908), era una figlia illegittima del Granduca Mikhail Pavlovich (1798-1849). E il padre di Sofija, il conte Aleksej Bobrinskij (1852-1927), era il pronipote del conte Aleksej Bobrinskij, un figlio illegittimo di Caterina la Grande

Il padre di Sofija era un uomo ricco e influente, membro del Senato governante e rinomato archeologo. Ma sua madre non era meno straordinaria: Nadezhda Bobrinskaja, nata Polovtsova (1865-1920), fu una dei primi astronomi russi. Nata in una tale famiglia, Sofija iniziò ad amare le scienze sin dalla tenera età. Nel 1907-1912 studiò all’Istituto femminile di Medicina di San Pietroburgo, il primo istituto scolastico in Europa dove le donne potevano ottenere un’istruzione medica. Nel 1913 si offrì volontaria come infermiera da campo durante la Seconda guerra balcanica e fu premiata personalmente da Pietro I di Serbia (1844-1921) per il suo servizio.

La principessa Sofija Dolgorukova, discendente della famiglia imperiale

Ma nel 1907, Sofija Bobrinskaja era diventata anche una dama di compagnia della Corte imperiale russa. Lo stesso anno sposò il principe Pjotr Dolgorukov (1883-1925), un militare, da cui prese il cognome. Il loro matrimonio non fu felice. Ebbero una figlia, Sofija, conosciuta come Sofka Skipwith (1907-1994; riconosciuta come giusta tra le nazioni dallo Yad Vashem ), ma divorziarono già nel 1913. Anche durante i loro primi anni insieme, Sofija trascorse molto tempo a studiare e negli ospedali. Non amava la Corte Imperiale con le sue formalità.

Sofka Zinovieff (nata nel 1961), autrice britannica e pronipote di Sofija Dolgorukova, dice di Sofija: “Il comportamento di Sofija è andato oltre ciò che ci si aspettava allora da una giovane donna. Non era interessata a comparire a corte con bei vestiti. Si vestiva sempre in modo semplice, indossando una gonna lunga e una camicetta. Imparò a guidare, ed era in generale molto emancipata, il che era insolito per una donna del suo status sociale.”

Infermiera, pilota, autista

Nel 1910, Sofija fu l’unica donna a prendere parte al primo Rally Internazionale da Tsarskoe Selo a Kiev e ritorno (in totale, 3.200 chilometri)

Non sappiamo dove Sofija imparò a guidare, ma a 23 anni, nel 1910, fu l’unica donna a prendere parte al primo Rally Internazionale del Premio dell’Imperatore Nicola II, da Tsarskoe Selo (una residenza imperiale vicino a San Pietroburgo) a Kiev e ritorno: 3.200 chilometri in totale. Del rally parlò tutta la stampa europea. I giornali francesi lo soprannominarono “La Coupe du Tzar”.

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La gara vide la partecipazione di circa 50 squadre provenienti da Russia, Germania, Francia e Gran Bretagna. E di Sofija Dolgorukova. Come scrisse il governatore di Mosca Vladimir Dzunkovskij, “l’unica donna che ha preso parte alla gara e ha guidato personalmente la macchina tutto il tempo”, fu ovviamente al centro dell’attenzione di tutti. Sofija guidava una Delaunay-Belleville da 19 cavalli e arrivò quasi a tagliare il traguardo, ma dovette ritirarsi perché un’altra auto la urtò, danneggiando il radiatore della sua macchina. Tuttavia, il quotidiano “Russkoe Slovo” riportava: “L’arrivo della principessa è stato accolto con una tempesta di entusiasmo dalla folla. La macchina della coraggiosa atleta – la prima pilota russa – è stata sommersa di fiori…”.

Ma a quanto pare, Sofija voleva arrivare ancora più in alto in termini di emancipazione e, nel 1912, terminò la scuola di volo di Louis Blériot, un aviatore francese, il primo uomo ad attraversare in aereo la Manica. Nel 1914, Sofija ricevette la licenza di volo russa e divenne una delle prime donne pilota dell’Impero!

Lo tsarevich Aleksej a bordo di una Delaunay-Belleville (1909)

All’inizio della Prima guerra mondiale, Sofija si presentò volontaria per l’aviazione militare, ma la sua richiesta fu respinta, e la principessa Dolgorukova andò quindi al fronte come infermiera. All’inizio Sofija prestò servizio vicino a Varsavia e poi in Iran. Ma non appena, nel 1917, Aleksandr Kerenskij, capo del Governo provvisorio russo, concesse alle donne russe il diritto di prestare servizio nell’esercito, la Dolgorukova si unì al 26° Distaccamento aereo e, a quanto pare, eseguì alcune missioni di combattimento. Dopo che la Russia cadde sotto il dominio bolscevico, Sofija abbandonò però il Paese. A quel tempo, era già conosciuta come la principessa Volkonskaja.

Una principessa in taxi

Un'immagine del Rally Internazionale del Premio dell’Imperatore Nicola II

Nel 1918, infatti, durante il tumulto seguito alla Rivoluzione d’Ottobre del 1917, Sofija sposò un altro principe, Pjotr Volkonskij (1872-1957). Poco dopo perse le tracce di sua figlia Sofka. La principessa Sofija non sapeva che Sofka, che serviva come dama di compagnia per l’imperatrice vedova Marija, era stata evacuata in un grande gruppo di aristocratici in Inghilterra nella primavera del 1919. Madre e figlia si riunirono infine a Bath, in Inghilterra, ma poi, Sofija decise di tornare nella Russia sovietica per suo marito.

“Sofka sapeva già del mio secondo matrimonio e lo aveva preso come un insulto personale”, scrisse Sofija nel suo libro di memorie, “Vae Victis” (latino per “Guai ai vinti”), pubblicato nel 1934. Tornò in Russia, tramite la Finlandia. Quando arrivò a San Pietroburgo, nel 1920, apprese che suo marito era imprigionato a Mosca.

Monastero Ivanovskij

“Il mio arrivo destò scalpore nella prigione. Non capitava spesso che qualcuno tornasse volontariamente nella Russia sovietica. E una moglie che rientrava dall’estero per aiutare il marito, era un caso del tutto nuovo”, scrisse Sofija. A Mosca, usò i suoi contatti per raggiungere l’influente scrittore Maksim Gorkij e persino Leonid Krasin, il ministro del commercio bolscevico, cercando di far uscire di galera suo marito e andandolo a trovare nel campo di prigionia ogni settimana. Fu finalmente liberato nel febbraio 1921. “Devi la tua libertà a tua moglie”, disse a Pjotr Volkonskij Mikhail Boguslavskij, un funzionario della sicurezza dello Stato.

Sofija e Pjotr lasciarono inizialmente Mosca per San Pietroburgo, dove vissero nella stanza di Anna Akhmatova nella “Casa delle arti” di via Mojka 59. Erano così poveri che dovettero vendere costose coperte francesi e dei libri antichi che Sofija aveva preso nella sua ex casa di San Pietroburgo. Riuscirono poi a lasciare la Russia sovietica attraverso l’Estonia quello stesso anno. Sofija aveva 34 anni all’epoca.

La Casa dell'Arte

La guida di un taxi fu solo una delle occupazioni che permisero a Sofija e suo marito di mantenersi negli ultimi anni trascorsi in Francia. Anche se il principe Volkonskij non era idoneo per lavori manuali, si dette da fare come impiegato e interprete. Sofija morì a Parigi nel 1949. Georgij Ivanov, un poeta emigrante russo, scrisse di lei: “In qualsiasi Paese, la mente, il talento letterario, l’esclusività spirituale e l’energia della defunta Sofija Volkonskaja avrebbero attirato l’attenzione di tutti su di lei, le avrebbero fatto conquistare le meritate vette. In qualsiasi Paese a cui fosse appartenuta. Lei, invece, ha dovuto vivere a lungo in un Paese straniero e lì è morta”.

Nel suo libro del 1934, Sofija stessa era piuttosto scettica riguardo alla sua vita futura: “La mia stupidità, e la disonestà altrui… E i soldi; rovina, povertà… Dover insegnare ginnastica, prendersi cura dei malati a Nizza, recitare come comparsa, leggere ad alta voce a un banchiere cieco, superare l’esame per fare la tassista a Parigi… Che malinconia, una malinconia infinita”.


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