L’odore dell’URSS e il mal di Russia nei racconti di Gian Piero Piretto

Natalya Nosova
Slavista, traduttore e scrittore, ha raccontato l’universo sovietico in tutte le sue declinazioni. “La cultura russa è strettamente legata al suo territorio: ecco perché noi occidentali non possiamo capire questo paese attraverso i nostri canoni. Prima di criticare bisogna conoscere: solo così eviteremo di scivolare nei luoghi comuni”

Ho visto cose che voi umani… Potrebbe essere questo l’incipit di un racconto di Gian Piero Piretto. Un incipit ovviamente carico di ironia, come si addice a uno studioso arguto che attraverso l’ironia e i suoi libri ha saputo raccontare con generosità un mondo - l’Unione Sovietica - ben lontano dal nostro e ormai scomparso, contagiando di passione intere generazioni di slavisti. 

Traduttore, scrittore, docente ormai in pensione di cultura russa, con una particolare predilezione per quella sovietica, Piretto ha firmato volumi immancabili sulla libreria di chi è interessato ad approfondire la conoscenza del mondo slavo (fra i tanti, "Quando c'era l'URSS. 70 anni di storia culturale Sovietica" e "La vita privata degli oggetti sovietici"). 

Professor Piretto, lei ha conosciuto un paese che oggi non esiste più: l’Unione Sovietica. Che ricordi ha della sua prima volta in URSS?

Il mio “debutto” fu nel 1974 a Leningrado. Avevo poco più di 20 anni. E il mio primo ricordo è legato ai profumi, in particolare a quei profumi che sentii nell’aereo che da Milano ci portava a Leningrado, con un volo diretto dell’Aeroflot. Fu lì che annusai per la prima volta l’Unione Sovietica. L’URSS aveva profumi e aromi pesanti e significativi. A bordo di quell’aereo c’era un afrore che di recente ho scoperto essere ricordato nostalgicamente da molti russi: era un misto di disinfettante, di profumi femminili, di cibo. Molto aggressivo, molto aspro. Per anni ho continuato a chiamarlo “l’odore di Russia”. Restava addirittura appiccicato agli abiti! Ricordo che, dopo un soggiorno abbastanza lungo in Unione Sovietica, era necessario aerare i vestiti prima di mandarli in tintoria. Quell’odore non era solo folklore, ma era uno dei primi impatti che sperimentavamo noi pargoli del capitalismo. 

E una volta sceso dall’aereo? 

Era estate, era una splendida giornata di sole e di luce: eravamo in piene notti bianche. La prima immagine che ho di Leningrado è legata alle rotaie dei tram: mi sembravano piantate sul selciato con poca solidità, come se ballassero; e mi chiedevo come facessero i tram a circolare su delle rotaie così... con il tempo mi accorsi che circolavano benissimo! È la metafora di uno sguardo occidentale su un universo totalmente sconosciuto, molto più lontano di quanto possa esserlo la Russia di oggi.

Un altro particolare che ricordo con chiarezza era l’impressione che avevo avuto sulla mancanza di controlli nei confronti di noi occidentali: mi era sembrato che nell’obshchezhitie - la casa dello studente dove alloggiavamo - ci si potesse muovere in assoluta libertà; fino a una certa domenica in cui fummo tutti caldamente invitati, se non obbligati, a partecipare a una gita in una località sul mare non lontano da Leningrado. Al ritorno trovammo tutte le stanze perquisite, e nessuno si era preoccupato di rimetterle a posto, né di nascondere l’intervento! Questo ci aveva aperto gli occhi: era un segnale del “grande fratello”. Come a dire: “Non crediate che non vi teniamo d’occhio”. 

Com’era la sua vita a Leningrado e nella Russia sovietica?

Ci sono stato in diverse situazioni: come studente, come accompagnatore di turisti e infine come docente e turista. Le difficoltà maggiori si sono presentate soprattutto a livello organizzativo quando viaggiavo con i turisti: vagoni letto che non c’erano, il treno che non partiva, l’escursione che saltava... Tutte situazioni che hanno portato un grande vantaggio alla mia lingua russa, perché in quelle circostanze bisognava sapersela cavare. Molte volte, dopo viaggi di quel genere, rientravo giurando a me stesso che non sarei mai più tornato in quel paese. Poi, invariabilmente, alla proposta successiva accettavo sempre: il male di Russia non è una cosa che ho provato soltanto io, siamo in tanti ad averlo condiviso! 

In generale facevo una vita discretamente libera: frequentavo amici, conoscenti, colleghi, forse con un pizzico di incoscienza rispetto ai rischi che avrebbero potuto correre gli amici sovietici. 

Quali ricordi serba con particolare affetto?

Ho ricordi molto belli delle oramai mitologiche serate in cucina a casa di amici, durante le quali si conoscevano illustri personaggi dell’arte e del teatro. In virtù dell’essere straniero forse abusai del mio passaporto e della mia nazionalità, e per questo avevo biglietti per spettacoli non così facilmente disponibili. 

Quali difficoltà proponeva la quotidianità sovietica? 

Di sicuro la difficoltà delle comunicazioni con l’Italia: le telefonate erano pressoché impossibili. Bisognava andare alla posta centrale, prenotare la chiamata, stare seduti anche ore in attesa. E se Budapest, che era il centralino di comunicazione tra l’est e l’ovest, non funzionava, dopo ore di attesa arrivava la fatidica frase: “Будапешт не работает” (Budapesht ne rabotaet: Budapest non sta funzionando). Insomma, si stava là dei mesi e ogni tanto si mandava un telegramma. Si entrava in una dimensione che equivaleva a una bolla chiusa, si sapeva che fintato che si restava là i contatti col resto del mondo non erano così scontati, e forse neppure necessari.

Qual è l’incontro più straordinario che ha fatto?

Quello che ricordo con maggior emozione e tenerezza fu l’incontro con Bulat Okudzhava (cantautore e poeta russo, 1924-1997, ndr) che avevo conosciuto al festival Club Tenco di Sanremo nel 1985, quando gli avevano consegnato il premio Tenco per la canzone d’autore. A Sanremo ci siamo frequentati poco ma mi diede il suo indirizzo moscovita, con la richiesta di portargli il disco di un cantautore italiano che fosse nelle “sue corde”. La scelta ricadde su De Andrè. Ricordo con trepidazione la volta in cui mi recai a casa sua. Passammo insieme una bellissima serata, gli tradussi 4-5 canzoni. Gli piacquero moltissimo e disse che avrebbe voluto sceglierne qualcuna da cantare in russo. Purtroppo poi si ammalò e non ci vedemmo più. Ma è forse il ricordo più bello in assoluto delle persone che ho conosciuto. 

Uno dei suoi settori di ricerca preferiti è la storia della cultura sovietica: saprebbe spiegare questa sua passione?

Me lo sono chiesto anch’io tante volte! A differenza di molti miei coetanei, io non sono mai stato filosovietico. Paradossalmente a far scattare la scintilla fu un soggiorno di studio americano: nel 1997-1998 trascorsi un anno sabbatico a Berkeley, in California, dove molti slavisti americani, sovietici emigrati, dedicavano una grande attenzione a quella che loro chiamavano la “soviet experience”; mi piaceva che si potesse lavorare sui film, sulle canzoni e su quel materiale che all’epoca in Italia era scarsamente preso in considerazione, perché si studiavano prevalentemente la letteratura e la storia. Quel “metodo culturologico” mi portò a guardare al paese sovietico con occhi diversi e a restare affascinato da molti prodotti culturali. 

Ha in serbo qualche altro libro sulla cultura russa e sovietica? 

No. Dopo quasi 50 anni di attività la mente non è più così fresca. Chi non si ritira corre il rischio di ripetersi. Ci sono molti giovani bravissimi e preparatissimi che hanno cose nuove da dire, e così mi concedo il lusso di leggere le cose che scrivono loro. 

Nei suoi libri ci sono dei passaggi molto curiosi sui sapori e gli odori della Russia. Qual è la sua madeleine proustiana che inevitabilmente la porta indietro nel tempo?

Senz'altro l’ukrop (aneto), che prima non conoscevo; inizialmente non lo gradivo ma con il tempo ho imparato a usarlo e a dosarlo. E poi i profumi dolciastri delle signore, le loro eau de toilette, spesso accompagnati da una gamma di aromi che formavano una sinfonia autenticamente sovietica: dal sudore (all’epoca i deodoranti nel paese non esistevano) all’alito alcolico, o che tradiva un alto consumo di aglio e di cipolla. 

Fyodor Tyùtchev diceva che “La Russia non si può capire con la mente / in essa si può soltanto credere”. Dopo tanti anni di studi, viaggi e ricerche, almeno lei lo avrà capito questo paese! Se dovesse raccontarlo a una persona che non c’è mai stata, cosa direbbe?

Sono fermamente convinto che questo aforisma sia più attuale che mai! Le volte in cui mi sono ritrovato a raccontare la Russia sono sempre partito dal rapporto fra essere umano e territorio, fra essere umano e paesaggio. Per cercare di entrare nella indecifrabile mentalità dei russi è infatti necessario aver percorso almeno una parte di quel territorio, per rendersi conto di cosa vuol dire l’immensità dello spazio sconfinato. È un territorio che da un lato suscita esaltazione per la grandiosità del paese, dall’altro suggerisce agorafobia e un senso di angoscia. È facile sentirsi sperduti di fronte a una natura così potente. 

L’afa e la polvere di un giorno estivo, il fango del disgelo, le tempeste di neve: sono fenomeni che suggerirei di sperimentare a coloro che vogliono cimentarsi con l’universo russo... prima ancora delle città, che tra l’altro oggi sono cambiate molto. 

Un viaggio attraverso la steppa o vicino a un fiume potrebbe essere la chiave per capire la mentalità di questo popolo: una mentalità nata dal rapporto con un territorio di quella portata non può coincidere con la nostra! Se si vuole avere a che fare con i russi, si deve tenere in considerazione che la loro cultura si è secolarmente costruita su basi molto lontane dalle nostre, e che il nostro atteggiamento istintivo di superiorità nei confronti della realtà sovietica o russa non ha ragione di esistere. 

In effetti ancora oggi attorno alla Russia ruotano moltissimi stereotipi. Cosa bisognerebbe fare, secondo lei, per combatterli?

Ce ne sono moltissimi e non riguardano solo la Russia, ma qualunque paese straniero: purtroppo la xenofobia e il razzismo sono ancora dilaganti. Io sono solito dire: prima di criticare qualcosa che non conoscete, imparate a conoscerlo; solo quando avrete qualche cognizione sarete autorizzati a rifiutare le posizioni altrui, a criticarle o a proporre i vostri punti di vista. Fino a quel momento, tacete, perché potreste soltanto cavalcare dei luoghi comuni. È una cosa che fanno in tanti. 

Un libro russo che secondo lei tutti dovrebbero leggere? 

“Le anime morte” di Gogol: lì c’è il rapporto con lo spazio a cui facevo riferimento prima; ci sono i pensieri di un cittadino russo molto anomalo, Chichikov; c’è quella dose di follia che Gogol sapeva declinare in maniera mirabile; ci sono dei personaggi dipinti in maniera mirabile… Certo, siamo nella metà dell‘800, quindi si tratta di figure che non hanno più grande attualità; ma certi atteggiamenti - soprattutto di coloro che oggi noi chiamiamo “i nuovi ricchi” - possono essere compresi meglio anche leggendo questo romanzo.

E poi sicuramente Chekhov: tutto Chekhov! Dalle commedie ai racconti. Un autore che considero fondamentale per entrare un po’ di più nello spirito di quel paese. 

Gogol e Chekhov li consiglierei ancor prima di Dostoevskij e Tolstoj; chiaramente i grandi abissi dell’animo umano sono tutt’altra cosa; ma credo che Gogol e Chekhov per la quotidianità della vita abbiano molte cose da dirci.

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