Stalin finì due volte sulla copertina di “Time” come “Uomo dell’anno”. Perché?

Dominio pubblico
Accadde a tre anni di distanza, e se la prima volta era “l’uomo più odiato al mondo”, la seconda era ormai l’eroe di Stalingrado

Oggi, il leader sovietico Stalin (1878-1953) è spesso ricordato come uno spietato dittatore, che fece vivere nel terrore milioni di persone. Quindi è un po’ sorprendente vedere la sua faccia sulla copertina simbolo, dal bordo rosso, della rivista statunitense “Time”, come “Person of the Year”, proprio al posto in cui nel gennaio 2020 abbiamo visto Greta Thunberg. Tuttavia, si guadagnò quella posizione prestigiosa. E neanche una volta sola. È infatti uno dei quattro non americani che riuscì a ripetersi (gli altri sono Winston Churchill, Deng Xiaoping e Mikhail Gorbachev). E questo la dice lunga sul ruolo che quest’uomo ha ricoperto nella storia mondiale.

1939: la prima copertina per il patto con Hitler

Anno 1939. La guerra è imminente. Hitler aveva appena invaso la Cecoslovacchia, e i futuri Alleati, Francia, Gran Bretagna e Unione Sovietica, stavano negoziando un trattato di difesa multilaterale nel tentativo di fermare la Germania nazista.

Ma i colloqui erano in fase di stallo. La Francia e la Gran Bretagna erano diffidenti nei confronti di Stalin e pensavano che avrebbe usato l’aiuto militare come pretesto per occupare gli Stati vicini (non avendo mai dimenticato, in Occidente, l’idea originale dei comunisti di una rivoluzione mondiale). Inoltre, si chiedevano se, dopo le purghe, l’Armata Rossa fosse effettivamente in grado di combattere una guerra su ampia scala. Come scrisse a un suo amico l’allora premier britannico Neville Chamberlain: “Devo confessare la più profonda sfiducia nei confronti della Russia. Non credo affatto nella sua capacità di condurre un’offensiva efficace, anche se lo volesse.”

Stalin, da parte sua, sospettava che gli altri due Paesi sperassero di deviare le mire espansionistiche di Hitler verso Est, in modo che comunisti e nazisti si indebolissero a vicenda, risparmiando l’Europa occidentale da tutti i guai. Anche lui aveva le sue buone ragioni per dubitare di loro: entrambe le potenze europee avevano appena tradito la loro alleata Cecoslovacchia e avevano chiuso un occhio quando Hitler aveva appoggiato i fascisti in Spagna, annesso l’Austria e fatto a pezzi il trattato di Versailles.

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È in quel clima che Stalin fece l’ultima scommessa e scelse di puntare su un patto di non aggressione con Hitler, al posto di quella che sembrava una traballante prospettiva di alleanza con Gran Bretagna e Francia. Con il patto, guadagnò tempo per prepararsi alla guerra e, come da protocollo segreto, spostò i confini sovietici di diversi chilometri più a ovest, annettendo i Paesi Baltici, la Polonia orientale e parti della Romania, all’incirca entro i confini dell’ex Impero russo. Hitler, da parte sua, si assicurò la neutralità sul fronte orientale ed era ora libero di fare la guerra su quello occidentale.

La firma del patto Molotov-Ribbentrop

I due leader ravvivarono anche la cooperazione economica sovietico-tedesca, che era drasticamente diminuita dopo l’ascesa al potere di Hitler nel 1933. Quattro giorni prima del trattato di non aggressione, Mosca e Berlino firmarono un massiccio accordo commerciale in base al quale l’Urss avrebbe fornito al Terzo Reich materie prime come pagamento per macchinari e attrezzature. Per Stalin, significava poter fare affidamento sulla tecnologia tedesca per completare l’industrializzazione dell’Urss, mentre Hitler, da parte sua, avrebbe avuto accesso alle vaste scorte di materie prime sovietiche per mantenere la sua economia di guerra.

Dire che il patto in Occidente fu uno choc è dir poco. Il “Time” lo definì “un’iniziativa diplomatica letteralmente sconvolgente” e nominò Stalin “Man of the year” (“Uomo dell’anno”; il nuovo nome di “Persona dell’anno” è stato introdotto solo nel 1999) per aver da solo “cambiato gli equilibri del potere in Europa” e aperto la strada alla Germania per l’inizio della Seconda guerra mondiale.

“Con l’unico scopo di evitare la guerra nazista e successivamente diventando persino un partner di Adolf Hitler nell’aggressione, Stalin ha gettato dalla finestra la reputazione meticolosamente promossa dalla Russia sovietica di essere una nazione amante della pace e rispettosa dei trattati”, si legge sulla rivista, molto critica con la mossa di Stalin, dopo anni in cui si era opposto ai nazisti.

Anche la stampa europea era rimasta altrettanto sorpresa. Il britannico “Guardian” definì la mossa una “defezione della Russia” e suggerì che l’Urss e la Germania avrebbero potuto arrivare a dividersi le sfere di influenza nell’Europa orientale. In Francia, il quotidiano “Paris-soir” scrisse che i lavoratori delle fabbriche si erano “stropicciati gli occhi leggendo tali notizie” e paragonò il patto a una “bomba esplosa sul fronte diplomatico europeo”.

Nel frattempo, anche la stampa sovietica dovette superare lo choc: dopo anni passati ad attaccare ogni giorno il Terzo Reich come “invasore fascista” e “aggressore”, dovette improvvisamente usare un linguaggio molto più moderato, come “truppe tedesche” o “tedeschi”. La maggior parte dei giornali elogiò il patto di non aggressione come un passo verso la pace e pubblicò il discorso del ministro degli Esteri Vjacheslav Molotov in prima pagina.

In esso, il ministro accusava Londra e Parigi di “lentezza” e di atteggiamento “negligente” nei colloqui per l’alleanza, in un modo che, sosteneva, aveva lasciato a Mosca poca altra scelta, se non quella di cercare “altre vie per garantire la pace ed eliminare il rischio di una guerra tra Germania e Urss”. Questo, secondo lui, era il significato ultimo del trattato: porre fine all’animosità tra i due Paesi più grandi d’Europa e, quindi, rafforzare la pace.

Il “Time”, tuttavia, aveva una sua idea sul perché Stalin avesse stretto un accordo con Hitler. “Da molto tempo, i russi sono ossessionati dall’incubo di una alleanza di nazioni capitaliste che si potrebbero rivoltare contro di lei”, si legge sulla rivista, che suggerisce che forse “è stata questa paura ossessiva a spingere Stalin a prendere misure… contro un facile attacco”.

Ancora oggi, gli storici discutono sulle reali implicazioni del patto. Rafforzò la difesa sovietica contro i nazisti o fu la dimostrazione dell’espansionismo di Stalin? Stalin avrebbe dovuto fidarsi della Gran Bretagna e della Francia? O li ha sconfitti quanto ad astuzia nel loro stesso gioco di potere? Forse non lo sapremo mai per certo.

Il dibattito non è sempre polarizzato lungo la linea Russia contro Occidente, ma entrambe le parti hanno il proprio approccio mainstream a quegli eventi. Gli studiosi americani ed europei spesso vedono il trattato in modo molto negativo e come la causa ultima che portò allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Così, ad esempio, l’autore americano Timothy Snyder sostiene: “Non sappiamo come sarebbe andata la guerra senza il trattato Molotov-Ribbentrop; quello che sappiamo è che la guerra per come è realmente avvenuta, con tutte le sue atrocità, è iniziata con il Trattato di non aggressione fra il Reich e l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.”

Alcuni si spingono oltre e affermano che, a causa del patto, Stalin è responsabile alla pari di Hitler di tutti gli orrori della guerra che ne è seguita. Visioni che hanno trovato eco nella risoluzione dell’Ue del 2019, che afferma che “la Seconda guerra mondiale, il conflitto più devastante della storia d’Europa, è iniziata come conseguenza immediata del famigerato trattato di non aggressione nazi-sovietico del 23 agosto 1939, noto anche come patto Molotov-Ribbentrop, e dei suoi protocolli segreti, in base ai quali due regimi totalitari, che avevano in comune l’obiettivo di conquistare il mondo, hanno diviso l’Europa in due zone d’influenza”.

Gli storici russi confutano con veemenza questa posizione, sostenendo che il patto è stato solo l’ultimo di una serie di mosse politiche egoiste e miopi che hanno permesso a Hitler di scatenare la guerra. “La collusione con Hitler è stato uno scenario testato per la prima volta dalle democrazie occidentali”, scrive Artjom Malgin dell’Istituto statale di relazioni internazionali di Mosca. Le azioni sovietiche, sostiene, erano ciniche tanto quanto la politica di pacificazione della Francia e della Gran Bretagna e concessioni come quelle della Conferenza di Monaco, ma “l’Urss ricorse all’accordo con Hitler a fronte di una minaccia militare al proprio territorio molto più seria e in un momento in cui la Germania era già molto meglio preparata alla guerra rispetto a un anno prima”.

Il presidente russo Vladimir Putin, nel suo articolo del 2020 per “The National Interest”, sottolinea che “a differenza di molti altri leader europei di quel tempo, Stalin non si è disonorato incontrando Hitler, che era noto tra le nazioni occidentali come un politico piuttosto rispettabile ed era stato un gradito ospite nelle capitali europee”.

Una cosa è chiara, però: gli eventi che seguirono costarono molto caro alle nazioni dell’Europa orientale. Dopo che Stalin annetté i loro territori, iniziarono gli arresti di massa e le deportazioni per schiacciare qualsiasi resistenza prima ancora che potesse prendere forma. In Polonia, 22 mila ufficiali furono deportati e poi giustiziati nel massacro di Katyn, e circa 325 mila civili furono rinchiusi in speciali campi di prigionia tra il settembre 1939 e il giugno 1941, secondo quanto stima il gruppo internazionale per i diritti umani “Memorial”. Nello stesso periodo, in Estonia furono deportate 10 mila persone e rispettivamente 17 e 17,5 mila ebbero lo stesso destino in Lettonia e in Lituania. Almeno 30 mila civili vennero deportati anche nelle regioni annesse della Romania.

Nel 1989, l’Unione Sovietica ha condannato i protocolli segreti del patto, affermando che erano illegali e violavano la sovranità e l’integrità territoriale di altre nazioni. Nel 1940, la rivista “Time” dette un giudizio molto più duro, affermando che, con l’attacco ai suoi vicini, Stalin aveva tradito i socialisti di tutto il mondo e paragonandolo al Führer come “uomo più odiato del mondo”.

1942: la seconda copertina per la vittoria a Stalingrado

Ma se nel 1939 il giudizio di “Time” era stato molto severo, tre anni dopo, la rivista americana avrebbe scoperto il suo altro lato: quello di un leader dalla volontà di ferro, di statista instancabile che si opponeva fermamente alle orde naziste e le avrebbe ridotte “in polvere”.

La rivista sottolineava che Stalin aveva salvato non solo la Russia, ma l’intero continente europeo, per il modo in cui aveva difeso Stalingrado.

“Se le legioni tedesche avessero superato la resistenza di Stalingrado e liquidato il potere offensivo della Russia, Hitler non solo sarebbe stato l’uomo dell’anno, ma anche il padrone indiscusso dell’Europa”, si legge sulla rivista, nelle pagine in cui descrive la più grande e sanguinosa battaglia di tutta la Seconda guerra mondiale. “Ma Stalin le ha fermate.”

In effetti, è sulle strade incenerite e intrise di sangue di Stalingrado che i sovietici hanno spezzato le reni alla macchina da guerra di Hitler. Complessivamente, la Germania e i suoi alleati persero lì fino a 850.000 soldati: tra quelli uccisi in battaglia, i feriti e i prigionieri. L’Armata Rossa pagò un prezzo più alto: 1,1 milioni di vittime, tra morti sul campo di battaglia e in prigionia

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Anche le perdite civili furono gravi, con migliaia di persone che persero la vita sotto i bombardamenti spietati, per malattie e fame, o direttamente per mano degli invasori. Nel 1943, una speciale commissione statale che indagava sui crimini nazisti nell’area riferì che 38.554 civili della regione di Stalingrado erano stati deliberatamente uccisi o torturati a morte dalle forze di occupazione, mentre 42.797 erano morti per i bombardamenti e 64.224 deportati in Germania per i lavori forzati. Oggi, gli storici credono che il numero effettivo potrebbe essere più alto: alcuni stimano che almeno 235 mila civili siano morti tra la città e la regione circostante durante la Battaglia di Stalingrado, anche se la questione rimane in gran parte poco studiata.

Tuttavia, dopo 5 mesi di brutali combattimenti, Stalin inflisse a Hitler una sconfitta da cui il Führer non si sarebbe ripreso. E lo fece, scrisse il “Time”, con tutte le sue forze, e quelle del popolo russo.

Gran parte delle sue armate erano state distrutte; così come terreni agricoli e industrie; milioni di persone lottavano, tanto al fronte quanto nelle retrovie, dove ormai lavoravano anche donne e bambini. Gli aiuti statunitensi sarebbero arrivati troppo tardi, interrotti dagli attacchi tedeschi sulle rotte marittime, e un secondo fronte europeo non si sarebbe aperto fino al 1944.

“Solo Stalin sa come è riuscito a rendere il 1942 un anno migliore per la Russia del 1941”, dice l’articolo del “Time”, “Ma lo ha fatto… Stalingrado è stata tenuta. Il popolo russo ha retto.”

“La magnifica forza di volontà del popolo russo di resistere è stata la chiave della vittoria, ma lo è stata anche l’instancabile arte di governo e diplomatica di Stalin”, scrisse il “Time”. Mentre il suo popolo, affamato e oberato di lavoro, combatteva in battaglia, ideò strategie, scelse capi dell’esercito abili e aumentò il morale della nazione promettendo aiuti dagli alleati e spingendo senza sosta per ottenerli.

Sotto quest’ultimo aspetto non filò tutto liscio. Nell’autunno del 1942, quando le consegne di aiuti attraverso la rotta artica furono sospese e la battaglia di Stalingrado infuriava, Stalin scrisse una lettera al corrispondente da Mosca di AP, Henry Cassidy, esortando i leader occidentali ad “adempiere ai loro obblighi pienamente e per tempo”. Definì anche apertamente l’aiuto degli Alleati “poco efficace”, rispetto “all’aiuto che l’Unione Sovietica sta dando agli Alleati attirando su di sé la forza principale dei nemico fascista tedesco”.

La Battaglia di Stalingrado

I grandi impianti e le fabbriche che Stalin aveva costruito a ritmi forzati nella sua spietata e rivoluzionaria industrializzazione giocarono un ruolo enorme nel 1942, quando l’Urss era invasa e non poteva fare molto affidamento sugli Alleati. Come dice il “Time”, la sorprendente forza dell’Urss nella Seconda guerra mondiale dimostrò che Stalin era realmente riuscito a trasformare la Russia “in una delle quattro grandi potenze industriali della terra”. Il “Time” arrivò persino a sostenere che i metodi “duri” di Stalin avevano “dato i loro frutti”; una cosa impensabile da dire oggi, dato il costo umano dei suoi grandiosi progetti.

Stalingrado senza dubbio capovolse le sorti della Seconda guerra mondiale ai danni di Hitler. È vero che le forze alleate ottennero altre vittorie cruciali nel 1942: gli inglesi sconfissero la Germania a El Alamein, in Nordafrica, e gli americani fecero con successo arretrare il Giappone nel Pacifico. Ma, come dice il “Time”, queste vittorie, “per quanto degne possano dimostrarsi… inevitabilmente impallidiscono rispetto a ciò che Stalin ha fatto nel 1942”.

Quindi eccole qui, le due copertine da “Man of the Year” del “Time” e le due storie di come Stalin se le sia conquistate in modo tanto diverso; una come opportunista senza scrupoli e aggressore degli Stati vicini, nonché architetto del Terrore, l’altra come eroico difensore della sua patria e pedina fondamentale per la vittoria sul nazismo, anche grazie all’industrializzazione a tappe forzate. E ancora oggi si discute su quale parte della sua eredità prevalga.


Quali foto di Stalin erano assolutamente proibite in Unione Sovietica quando lui era al potere? 

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