La Domenica di Sangue del 1905: ecco come Nicola II divenne un nemico del popolo

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In quel giorno, gli operai avanzarono pacificamente per consegnare una petizione riguardante alcune riforme, ma furono accolti da spari sulla folla e da cariche della cavalleria. Centinaia (o forse migliaia) di loro rimasero a terra senza vita, e lo zar perse per sempre il rispetto da parte delle classi lavoratrici

“Non dimenticherò mai quello che ho visto il 9 gennaio [22 gennaio secondo il calendario attuale; del 1905] dalla finestra dell’Accademia delle arti”. Valentin Serov, un famoso pittore russo di grande talento, ricordò così gli eventi di quella che divenne nota come la “Domenica di sangue”. “Una folla calma, orgogliosa e disarmata, marciava contro gli spari e gli attacchi di cavalleria, è stata una visione terrificante… Chi ha comandato questo massacro? Nessuno potrà mai lavare questa macchia.”

Molti altri testimoni concordarono con Serov: la scena dei soldati che sparavano sulla folla dei lavoratori che marciavano pacificamente verso il Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo (la residenza ufficiale dell’Imperatore) era terrificante. Ma come si arrivò a tanto?

Un’esistenza miserabile

Nel 1905 c’erano centinaia di migliaia di operai a San Pietroburgo. Come in altre zone industrializzate del Paese vivevano in condizioni difficili: 11 ore di lavoro, nessun giorno di riposo né di vacanza e nessun sindacato. I proprietari delle fabbriche avevano il diritto di licenziare chiunque partecipasse agli scioperi.

In queste condizioni, un movimento operaio legale per ampliare i diritti del lavoro esisteva, tuttavia doveva essere fedele al governo ed era piuttosto docile. L’“Assemblea degli operai russi di fabbrica e d’officina di San Pietroburgo” fu fondata nel 1903 e riuniva circa 10.000 lavoratori. Il suo leader, il sacerdote popolare Georgij Gapon (1870-1906), sosteneva i diritti dei lavoratori, ma non fu mai un rivoluzionario, al contrario, collaborò strettamente con le autorità, cercando di agire all’interno del quadro legale. L’Assemblea si dava da fare per aumentare la consapevolezza culturale dei lavoratori, oltre ad aiutare i bisognosi e a svolgere altre attività correlate. “Il governo guardava con condiscendenza; i suoi funzionari donavano dei soldi alle nostre biblioteche, giornali, riviste…”, ricordò Nikolaj Varnashov, collaboratore di Gapon all’Assemblea.

Segni di malcontento

La situazione stava gradualmente cambiando nel 1904, quando la Russia stava perdendo la Guerra russo-giapponese in modo umiliante. Lentamente, ma in modo inesorabile, l’idea che il governo dello zar fosse inefficace aveva messo radici tra il popolo. Diversi consigli locali, noti come zemstva, firmavano petizioni per chiedere una forma più democratica di governo, con un parlamento eletto e più ampi diritti civili.

Anche Gapon iniziò a diffondere le idee di riforme necessarie tra la sua gente. Era un affare rischioso: la maggior parte dei lavoratori rimaneva fedele allo zar ma, giorno dopo giorno, il loro risentimento stava crescendo.

“Stavamo guidando i pensieri dei lavoratori in due direzioni”, ha scritto Varnashov. “Primo: non possiamo più vivere così, lo zar ha bisogno di essere aiutato da rappresentanti popolari perché ora viene truffato da ministri corrotti. Secondo: i lavoratori devono unirsi al coro delle altre classi sociali della Russia.” L’Assemblea rifiutava ancora le idee rivoluzionarie (almeno ufficialmente) ma le tensioni stavano crescendo.

Uno sciopero massiccio

La situazione era talmente tesa, che persino un incidente minore poteva portare a gravi conseguenze: quell’incidente avvenne alla fine di dicembre del 1904, quando quattro operai, membri dell’Assemblea, furono licenziati dalle Acciaierie Putilov di San Pietroburgo. L’indagine seguente dimostrò che i loro il capo, un membro di un’organizzazione conservatrice, era stato motivato da motivi politici.

L’Assemblea prese la cosa come una sfida diretta. “Se voltiamo le spalle, nessuno si fiderà mai più di noi, per non parlare del fatto che questo incoraggerà solo il dispotismo”, scrisse Gapon nelle sue memorie. Dopo che i tentativi di far reintegrare i licenziati fallirono, Gapon e l’Assemblea proclamarono uno sciopero di massa, non solo presso le Acciaierie Putilov, ma in tutta la capitale.

I lavoratori, seppure poveri e privati di diritti, sostennero i loro colleghi. Cortei si formarono ovunque in giro per la città. L’8 gennaio, circa 100.000 lavoratori di diverse fabbriche erano in sciopero. Fu allora che Gapon decise di rivolgersi allo zar Nicola con una petizione a nome della classe operaia.

La petizione

Non c’era nulla di rivoluzionario nel documento: non richiedeva l’abdicazione dello zar e in nessun modo minacciava il regime. La petizione si concentrava su richieste come la giornata lavorativa di otto ore, la libertà di associazione e “un normale salario”.

Tuttavia, conteneva anche alcune richieste politiche, che Nicola II, un autocrate, sicuramente non era pronto ad abbracciare, come “la libertà e l’inviolabilità della persona, la libertà di parola, di stampa, di associazione, di coscienza in materia di religione e la separazione tra Chiesa e Stato”, “l’uguaglianza di tutte le persone” e il “trasferimento graduale della terra al popolo”.

Il testo della petizione, tuttavia, aveva una chiusa più o meno lealista: “Questi, Sire, costituiscono i nostri principali bisogni… Se darà ordine che siano adempiuti, renderà la Russia felice e gloriosa… Ma se non manterrà la parola, o non risponderà alla nostra petizione, moriremo qui in questa piazza davanti al tuo palazzo.” Alcuni di loro dovettero farlo davvero.

Il governo reagisce

Quando il corteo di migliaia di lavoratori delle fabbriche iniziò a scorrere per le vie della capitale il 9 gennaio, Nicola II non era nella capitale: era partito per la sua residenza di Tsarskoe Selò due giorni prima, poiché c’erano voci su rivoluzionari (non legati a Gapon) che progettavano un attentato alla sua vita. I capi dei lavoratori lo sapevano, ma non avevano certo in programma di incontrare lo zar di persona: sarebbe stato sufficiente che dei funzionari ritirassero la loro petizione per consegnarla poi a Nicola II.

Ma le autorità optarono per una strategia diversa. “Si decise di non permettere ai lavoratori di avvicinarsi al Palazzo d’Inverno, e di usare la forza nel caso in cui non avessero obbedito”, ricordò Aleksandr Spiridovich, un generale di polizia che era a conoscenza dei risultati della riunione nell’ufficio del ministro dell’Interno. I funzionari erano troppo spaventati dalle provocazioni per permettere alla folla di avvicinarsi al palazzo. “Concentrati su poche decine di veri rivoluzionari, le autorità hanno trascurato decine di migliaia di leali lavoratori!”, scrisse con rabbia.

Isteria di massa

Alla fine la tragedia era quasi inevitabile, visto che circa 30.000 soldati erano confluiti a San Pietroburgo per impedire ai lavoratori di raggiungere il Palazzo d’Inverno. Nonostante ciò, decine di migliaia di lavoratori marciarono con ritratti e icone di Nicola II, cantando canzoni patriottiche, desiderosi di presentare la petizione allo Zar. Credevano con tutto il cuore che l’esercito non avrebbe sparato su dei compatrioti pacifici.

Si sbagliavano: visto che le dimostrazioni proseguivano, i soldati aprirono il fuoco sulla folla disarmata, in varie zone della città. I cosacchi attaccarono i manifestanti arrivando al galoppo sui loro cavalli, picchiandoli con fruste e spade. Georgij Gapon, che guidava una delle colonne in marcia, riuscì a malapena a sfuggire alla morte (sarebbe poi stato ucciso circa un anno dopo da militanti social-rivoluzionari, che lo accusarono di essere un agente provocatore del regime) e dovette nascondersi. Almeno 130 persone morirono quel giorno, secondo le statistiche ufficiali, anche se altri documenti riportano fino a 4.600 morti.

La “Domenica di sangue” scioccò a tal punto l’opinione pubblica da cambiare il suo atteggiamento nei confronti di Nicola II e del suo regime. Da quel momento in poi, il soprannome di “Nicola il sanguinario” iniziò a perseguitare il monarca.

“È successo. Lo zar è ben vivo, ma può riposare in pace”, scrisse Nikolaj Varnashov dopo la Domenica del sangue. “Oggi, è come se si fosse sparato.” E anche se mancavano ancora 13 anni al giorno in cui Nicola fu effettivamente fucilato, la Domenica di sangue rimase uno dei principali punti di svolta; l’inizio di una fine molto ingloriosa per la monarchia russa.

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