Dalla Scala al Bolshoj, la rivoluzione di Vaziev

Makhar Vaziev.

Makhar Vaziev.

: AP
Dopo sette anni alla guida del teatro milanese, il ballerino e coreografo russo torna in patria per dirigere il corpo di ballo del Bolshoj. “L’esperienza scaligera? Straordinaria e irripetibile”

Dopo sette anni a Milano, dove ha lavorato come direttore del corpo di ballo della Scala, Makhar Vaziev all’inizio del 2016 è tornato nella sua Russia per guidare il corpo di ballo del Teatro Bolshoj. Ecco i ricordi, le speranze e gli obiettivi del celebre ballerino e coreografo russo.

Negli ultimi sette anni lei ha diretto il Corpo di ballo del Teatro alla Scala, è riuscito a seguire la situazione del balletto al Bolshoj?

Sì, certo. Il fatto che abbia lavorato in un altro Paese non significa che sia stato all’oscuro di quanto avveniva in generale in Russia, e in particolare nella vita teatrale, al Bolshoj come al Mariinskij. Certo, quando il direttore generale del Teatro Bolshoj, Vladimir Urin, è entrato in trattative per ingaggiarmi, ho cominciato a interessarmi in modo più approfondito alla realtà russa.

La realtà è stata all’altezza delle sue aspettative?

Non ho avuto sorprese sconvolgenti, però non mi aspettavo affatto di trovare ben 63 solisti nel corpo di ballo. Un simile numero mi ha stupito. Sono profondamente grato a Urin per avermi descritto la situazione in modo assolutamente chiaro, così sono riuscito a non crearmi delle illusioni. Un altro discorso è che non conoscevo la troupe e le persone che la compongono.

Ha imparato a conoscerli?

Ora che lavoro con loro ormai da 4 mesi sì. Mi piace la compagnia. Ci sono molte persone di talento: insegnanti, artisti, sia tra i professionisti, sia tra i giovani. La troupe dispone di un immenso repertorio, perciò non ha limiti.

Questa non è la prima volta che riceve l’invito di lavorare al Bolshoj, ma finora aveva sempre declinato. Cosa le ha fatto cambiare idea, una ragione di tipo personale o dipende dalle proposte del teatro?  

Il non essere riusciti a trovare un’intesa finora con i rappresentanti del teatro dipendeva solo da me. La prima volta che mi hanno invitato avevo cominciato da appena un mese a collaborare con la Scala. Mi aveva fatto molto piacere la loro proposta, ma sono sempre stato abituato a rispondere di ciò che faccio e ad assumermi la responsabilità delle persone con cui lavoro. I corpi di ballo del Mariinskij e del Bolshoj sono come una macchina: possono funzionare a un ritmo più o meno intenso, ma non si possono bloccare e la presenza di una guida è solo un’occasione per aiutare i collaboratori del teatro perché tutto è già stato messo a punto dai nostri predecessori. Alla Scala invece la situazione è completamente diversa. Lì avevo l’impressione che gli attori fossero molto più dipendenti da me, perciò in quel momento non potevo abbandonarli.

Che obiettivo si prefigge come direttore della troupe?

Il mio obiettivo principale è quello di aiutare la compagnia, di aiutare gli attori, gli insegnanti a creare un’atmosfera stimolante e creativa. Ciò che conta è avere delle opportunità di crescita. Mi creda, non basta pagare somme ingenti di denaro per garantire tali chance, prima o poi il ballerino soccomberà. Perciò l’essenziale è dargli la possibilità di crescere. Come si fa? Occorre lavorare 24 ore al giorno, ecco tutto. E questo non deve risultare punitivo, ma dev’essere un piacere. Oggi, confesso, io lavoro 12-13 ore al giorno. Nessuno mi costringe, lo faccio volentieri. Solo seguendo questo ritmo si possono conseguire dei successi.

Che ricordi conserva del suo lavoro a Milano?

È stato per me una scuola straordinaria, irripetibile. Inizialmente non avevo un gran desiderio di andare a Milano. Immagini, la prima volta che ho incontrato la compagnia si era ancora nel periodo in cui gli uomini andavano in pensione a 52 anni e le donne a 47. Non riuscivo a capire cosa fare con loro, quali obiettivi fissare. E in più esisteva un sistema operistico rigido, assolutamente inadatto alla specificità del balletto. Sono molto grato a Stéphane Lissner, l’allora sovrintendente del Teatro alla Scala. Quando mi ha invitato abbiamo avuto un colloquio di quasi cinque ore. E mi ha detto subito: “Voglio che la Scala abbia una buona compagnia di balletto. Se lo ritieni necessario, puoi rivoluzionare tutto”. Allora non capivo bene come funzionasse il sistema. Quando si hanno già altre esperienze di lavoro, un sistema teatrale che non si conosce può far paura. Il problema sorge quando non si conoscono le persone e non si sa nulla della loro personalità, dei loro percorsi interiori. Sa, in Italia mi ci è voluto del tempo per capire. Quando dovevo dichiarare che una proposta si poteva realizzare, ma non volevo rischiare, usavo la formula: “Ma la Costituzione dice che si può…”

Ha dovuto studiare la Costituzione italiana?

In parte sì. Ma non sarei riuscito a ottenere niente senza il sostegno di Stèphane Lissner. Ho trasgredito molte volte tutte le regole e le leggi: non c’era altra via per ottenere qualcosa. E io sono abituato a lavorare e non a far finta di lavorare, anche nel più meraviglioso dei teatri. Non importa se si tratti della Scala o di un altro teatro, ciò che m’interessa è la sostanza. Nella direzione c’erano persone che erano continuamente turbate dal mio modo di agire, ma mi perdonavano queste trasgressioni. Credo che tutti capissero qual era il mio scopo. E nel rispetto delle convenzioni esistenti sono riuscito a ottenere risultati discreti. Ad aiutarmi molto è stata Laura Contardi, responsabile della didattica. Abbiamo avuto i nostri solisti, giovani, brillanti: Nicoletta Manni, Claudio Coviello, Virna Toppi, Vittoria Valerio, Lusymay Di Stefano. Ho cominciato a lavorare con Timofej Andryashchenko, Nicola Del Freo. Mi dispiace che Angelo Greco abbia abbandonato la compagnia, aveva un talento straordinario. Due mesi dopo la fine della scuola ha danzato in “Romeo e Giulietta” di MacMillan e sei mesi dopo ancora nel “Don Chisciotte”. Un altro ballerino molto dotato è anche Jacopo Tissi. Continuo a tenere i contatti con loro. Mi scrivono, mi mandano filmati per avere il mio giudizio. Non perché abbiano cattivi rapporti con l’attuale direzione, ma perché, sa, abbiamo lavorato insieme per sette anni.

Cosa pensa dei filmati in diretta che il balletto del Bolshoj trasmette nelle sale cinematografiche di tutto il mondo, in internet e sulla Piazza del Teatro a Mosca?

Pochi giorni fa il Bolshoj ha mostrato le dirette dei suoi spettacoli sulla Piazza del Teatro a Mosca. Durante gli intervalli andavo nel mio studio e vedevo che la gente arrivava persino portandosi dietro le sedie. Ho detto agli attori: “Guardate come ci amano e come ci apprezzano”. Il primo giorno il tempo non era caldo, eppure è venuta un’enorme quantità di persone. Sono favorevole a qualunque forma che renda accessibile la nostra arte e che ci consenta di condividerla con gli altri.

Continua a leggere: 

Così la Scala conquista il Bolshoj

Sul palco la danza è extralarge

I balletti di Eifman, coreografo dissidente

Tutti i diritti riservati da Rossiyskaya Gazeta