I dieci libri russi più importanti usciti dal 2010 a oggi

Egor Aleyev/TASS
Gli autori contemporanei hanno riflettuto sul passato sovietico e sul Medioevo, sui più recenti anni Novanta e sulla vita di tutti i giorni, anche attraverso gli occhi di un gatto

1 / Mikhaìl Shìshkin (1961-) – “Pismòvnik”, 2010

Si tratta di un romanzo epistolare, con lo scambio di lettere tra due innamorati. Il titolo russo si traduce come “Manuale di corrispondenza”, ma in italiano il libro è inedito. Di questo autore si trovano invece “Lezione di calligrafia”, “Capelvenere” e “La presa di Izmail”, tutti pubblicati da Voland. Tornando a “Pismovnik”, tempo e spazio qui non coincidono. Lui scrive dal fronte di una guerra lontana, quello della campagna di Cina del 1900, e lei gli risponde durante il corso di tutto il XX secolo. E lui, con tutta probabilità, è già morto. L’autore sembra voler indicare al lettore che l’amore non ha confini: né il tempo né lo spazio gli sono d’ostacolo.

Il romanzo era di fatto uno scenario perfetto per un dramma, e infatti è stato messo in scena in vari teatri. Mikhail Shishkin vive in Svizzera (scrive anche in tedesco) ed è abbastanza ben conosciuto in Occidente. Le sue opere sono state tradotte in varie lingue.

2 / Ljudmìla Ulìtskaja (1943-) – “Una storia russa”, 2011

Questo libro (titolo originale russo: “Zeljonyj shatjor”; “Il tendone verde”) è sui samizdat e la vita nell’Urss negli anni Sessanta e Settanta; un giacimento inesauribile di personaggi e destini. Qualcuno è obbligato a fare la spia e a tradire degli amici, qualcun altro viene licenziato dal posto di lavoro e non riesce più a essere assunto da nessuna parte, qualcuno deve prendere per sempre le distanze dai genitori, perché non vogliono saperne degli ideali comunisti.

Ljudmila Ulitskaja ci offre un suggestivo affresco della società di quel tempo, quando, dopo un breve “Disgelo”, l”Urss venne di nuovo risucchiata nel vortice del totalitarismo e il destino di ogni individuo poteva essere distrutto da uno schiocco di dita del Kgb. 

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3 / Evgènij Vodolàzkin (1964-) – “Lauro”, 2012

Medioevo. Rus’. La fidanzata del giovane Arsenij muore durante un parto complicato. Lui si sente colpevole di quanto accaduto, perché non erano ancora sposati, e decide di dedicare tutto il resto della vita alla preghiera e al tentativo di salvare l’anima di lei. Così prende il nome di Lavr (che è anche il titolo originale del libro in russo), inizia a pellegrinare, arrivando fino a Gerusalemme, e alla fine diventa un monaco eremita, che vive in isolamento in mezzo a una foresta, dove riceve i malati per guarirli.

Evgenij Vodolazkin è il primo che nella letteratura contemporanea ha ripreso il tema degli jurodivye, gli “stolti in Cristo”, personaggi importanti nella storia della Russia medievale. Avete presente la Cattedrale di San Basilio sulla piazza Rossa? È dedicata proprio a uno di loro, Basilio il Benedetto. Erano chiamati “gente di Dio” e venivano loro perdonate le parole ardite, persino nei confronti dello zar.

Dopo l’uscita di questo libro di Vodolazkin (pubblicato in Italia da Elliot Edizioni), questo filologo e specialista del Medioevo Russo è diventato per il mondo letterario “l’Umberto Eco russo”. Ma nonostante l’evidente influenza di quest’ultimo e del suo “Il nome della rosa”, “Lauro” resta qualcosa di unico, sia per la sua fedele e interessantissima riproduzione del linguaggio della Russia antica (una vera sfida per i traduttori) sia per le profonde riflessioni sui valori morali.

4 / Marina Stepnòva (1971-) – “Le donne di Lazar”, 2012

Genio della matematica, l’ebreo Lazar Lindt non viene sfiorato né dalla Rivoluzione, né dalla Guerra Civile russa, né dalla Repressione staliniana e neanche dalla Seconda guerra mondiale. La sua storia viene raccontata attraverso il prisma delle donne da lui amate. All’inizio Marusia, la moglie del suo capo, che trattava Lazar come un figlio ed era vent’anni più grande di lui. Quindi sua moglie Galina, nella quale, con tutta evidenza, Lazar aveva rivisto dei tratti di Marusia. E poi vediamo come bizzarramente il suo genio si rifletta nei tratti della nipotina Lidochka, che lui non vive abbastanza da conoscere.

Questa insolita saga familiare attraversa tutto il XX secolo e mostra in modo magistrale come i grandi rivolgimenti politici del Paese abbiano influito sulle vite dei singoli, e come le persone si siano adattate a vivere di volta in volta nelle nuove condizioni. Il romanzo di Marina Stepnova (titolo originale russo: “Zhenshchiny Lazarja”) in Italia è pubblicato da Voland.

5 / Vladìmir Soròkin (1955-) – “Tellurija”, 2013

Vladimir Sorokin scardina la consueta forma lineare del romanzo: “Tellurija” (non ancora tradotto in italiano) è composto da 50 capitoli praticamente non collegati tra di loro. Si tratta di una distopia, in cui l’autore immagina come sarà il futuro della Russia e dell’Europa a metà del XXI secolo. È una sorta di “Nuovo Medioevo”, dove dopo la guerra i territori sono divisi in piccoli principati, nei quali vivono non solo gli esseri umani, ma anche creature mitiche, come centauri e teste di cane.

Il tellurio nel libro diventa una specie di santo Graal, una droga, prendendo la quale una persona può comprendere tutto ciò che vuole e percorrere qualsiasi percorso spirituale. Ma, oltre al fatto che il tellurio offre incredibili opportunità, è anche mortalmente pericoloso…

Sorokin è uno degli autori più scandalosi della Russia moderna, che ha ripetutamente scioccato il pubblico con i suoi romanzi concettuali. Critica velatamente il governo e spesso provoca malcontento tra i filo-governativi e nella Chiesa. I suoi libri sono stati portati in tribunale e persino bruciati durante alcune dimostrazioni di piazza. Tuttavia, rimane uno degli scrittori più di successo. In Italia potete trovare tradotti i suoi libri “Ghiaccio” (Einaudi), “La coda” (Guanda), “Cremlino di zucchero” (Atmosphere Libri), “La giornata di un Opricnik” (Atmosphere Libri), “La tormenta” (Bompiani), “Manaraga. La montagna dei libri” (Bompiani). 

6 / Zakhàr Prilèpin (1975-) – “Il monastero”, 2014

Fino a questo monumentale libro (titolo originale russo: “Obitel”) Zakhar Prilepin era conosciuto come autore di racconti autobiografici e romanzi brevi sul suo servizio negli Omon (Otrjad Mobilnyj Osobogo Naznaсhenija; le unità speciali della polizia russa), sull’esperienza durante la Guerra di Cecenia e da buttafuori nei locali notturni, e sui problemi della gioventù della provincia russa.

Ne “Il monastero”, i suoi semplici personaggi “del popolo” vivono nello Slon, il famigerato lager padre di tutti i gulag, attivo fin dagli anni Venti. Lo scrittore ha lavorato con grande scrupolosità sulle fonti documentali e ha ricreato la personalità non a una sola dimensione del dirigente del campo, dei reclusi e della loro paradossale vita in celle che un tempo erano state le celle dei monaci, e i loro sogni di libertà.

Non è l’ennesimo romanzo sugli orrori del gulag, ma la storia della complicata vita di un ragazzo, che cerca di sopravvivere con tutti i mezzi a disposizione, e riflette sulle conseguenze di un possibile “compromesso con la coscienza”. In Italia di questo autore sono stati tradotti anche “Sankja”, “Il peccato”, “Scimmia nera”, “Patologie”, tutti per i tipi di Voland.

7 / Guzèl Jàkhina (1977-) – “Zuleika apre gli occhi”, 2015

La musulmana Zuleika, vive in un villaggio tataro sotto l’oppressione di un marito autoritario e della suocera. Il governo sovietico porta i suoi correttivi al destino di questa ragazza: “dekulakizza” la sua famiglia (i kulakì erano i contadini ricchi, considerati nemici dello Stato), uccide suo marito, confisca tutte le proprietà e la spedisce in Siberia. Con queste premesse può apparire strano, ma per la prima volta inizia a sentirsi come una persona e non un oggetto, e a non fare come una macchina quello che le è stato ordinato.

Il debutto letterario della scrittrice di Kazan Guzel Jakhina è stato il caso letterario dell’anno 2015 e presto è diventato un bestseller. Per lavorare al libro, si è basata sulle memorie di sua nonna, che trascorse anni in esilio in Siberia, nonché sulle memorie di altri tatari espropriati delle loro terre negli anni Venti. Il romanzo in Italia è edito da Salani.

8 / Aleksèj Ivanòv (1969-) – “Nenàstje”, 2015

Un gruppo di banditi, reduci della Guerra d’Afghanistan tiene nel terrore una piccola città di provincia. Esigono rispetto e sottomissione, decidono chi può vendere al mercato, appoggiano o puniscono. Decidono anche di prendere illegalmente il possesso di un palazzo di nuova costruzione per sé e le loro famiglie.

Il protagonista, German, è molto diverso dai suoi “colleghi” malviventi. Sogna di trasferirsi sotto il sole dell’India, non ha più voglia di conflitti e gli vengono i brividi a ripensare all’Afghanistan. E poi è costretto a nascondere quello che prova nei confronti della ragazza del boss…

Questo libro è sicuramente una delle opere migliori sui “selvaggi anni Novanta” russi. Aleksej Ivanov è riuscito non solo a tratteggiare con la giusta atmosfera la vita di una città di provincia di quei tempi, ma anche a raccontare una nuova classe di persone e i loro valori. Il titolo si traduce “Maltempo”, ma l’opera è inedita in Italia, come gli altri libri di questo autore.

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9 / Aleksèj Sàlnikov (1978-) – “I Petrov e l’influenza, annessi e connessi”, 2016

Nalla famiglia Petrov c’è l’influenza; si ammalano uno dopo l’altro. E tutta l’opera è scritta tramite il prisma della loro condizione febbrile, dove non è chiaro cosa sia reale e cosa sia dovuto ai deliri dell’alta temperatura.

Il risultato principale di Salnikov è uno stile di scrittura completamente nuovo, che tratteggia gli aspetti più minuti della vita quotidiana, sia che si tratti del sudore sulla fronte di una persona malata o delle contrazioni di una gamba sotto le coperte.

Il romanzo di Aleksej Salnikov (titolo originale russo “Petrovy v grippe i vokrug nego”) nel 2016 è stato un vero caso letterario e la rivelazione dell’anno. L’autore ha ottenuto diversi premi e il famoso regista Kirill Serebrennikov ha iniziato le riprese di un film tratto da questo libro. In Italia è in corso di pubblicazione per i tipi di Brioschi.

10 / Grigòrij Sluzhìtel (1983-) – “Storia di un gatto che voleva vedere il mondo”, 2018

Si tratta della descrizione in prima persona di un gatto di Mosca, dalla nascita alla morte. È come se l’autore avesse messo una camera GoPro sulla testa del felino di strada e fosse riuscito a entrare fin nel profondo della sua coscienza. E inoltre, con lui fa un viaggio incredibilmente interessante per una Mosca ai più ignota.

Il debutto alla scrittura di Grigorij Sluzhitel (è attore teatrale) ha inizialmente suscitato un certo scetticismo tra i lettori e i critici, anche perché l’idea del gatto che parla in prima persona non era certo nuova, e tutti temevano il ricorso a metafore trite e ritrite. Invece, niente di tutto ciò. Il libro si è guadagnato le simpatie del pubblico e ha fatto in modo che tanti osservassero con uno sguardo diverso la realtà che li circonda. Il titolo originale in russo è “Dni Savelja”. In Italia è in corso di pubblicazione per i tipi di Brioschi.


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