I sette santi più venerati dai russi ortodossi

Dominio pubblico
Tra loro ci sono un ammiraglio, invitto in battaglia, e una cieca dalla nascita. Molti furono monaci, ma non mancano i cosiddetti “stolti in Cristo”, che si aggirarono per le città della Russia come vagabondi della fede, pregando e chiedendo l’elemosina

Cosa bisogna fare per diventare santi nella tradizione ortodossa? Ci sono solo due punti in elenco: in primo luogo, vivere una vita giusta piena di amore per il prossimo. In secondo luogo, morire. Il defunto, se ha contribuito alla diffusione dell’Ortodossia, ha servito fedelmente Dio, ha fatto miracoli o è stato martirizzato per la fede cristiana, può essere annoverato tra i santi della Chiesa ortodossa russa.

“La Chiesa definisce ‘Santi’ quelle persone che, dopo essersi purificate dal peccato, hanno acquisito la grazia dello Spirito Santo, e hanno mostrato la Sua potenza nel nostro mondo”, spiega l’archimandrita Tikhon Sofijchuk, presidente della Commissione per la canonizzazione della diocesi di Kiev. I criteri per la canonizzazione sono ampi: non è necessario guarire i malati con l’imposizione delle mani; è sufficiente condurre una vita virtuosa.

In totale, nel corso degli anni dell’esistenza della Chiesa ortodossa russa, sono state canonizzate oltre 2.500 persone. Alcuni dei santi, tuttavia, sono particolarmente venerati. Ecco quali

Sergio di Ràdonezh (1314 o 1322 – 1392)

Il monaco Sergio di Radonezh (in russo: Sergij Ràdonezhskij) visse in un’epoca in cui il concetto di “Russia” non esisteva ancora. Nel XIV secolo, decine di principati, spesso in lotta tra loro, sorgevano nella moderna parte occidentale del Paese. Padre Sergio, che godeva di grande autorità, fu il primo starets (termine che si riferisce ai mistici ortodossi dotati di particolare carisma e seguito), a cui i potenti chiesero consigli.

Fu Sergio di Radonezh a fondare il più grande monastero e lavra (centro spirituale) ortodosso russo, il Monastero della Trinità di San Sergio, e, secondo gli annali, fu sempre lui a benedire il principe di Mosca Demetrio di Russia, detto “Donskoj” (“del Don”), alla vigilia della battaglia contro i tatari a Kulikovo, uno dei punti di svolta nella storia russa.

La stessa nascita della Russia come nazione ortodossa è associata al nome di Sergio. “L’emergere della cultura spirituale russa e della cultura russa in generale, la ‘Santa Russia’ come ideale culturale… sono certamente legate a San Sergio”, sottolinea Vladimir Legojda, presidente del Dipartimento sinodale della Chiesa ortodossa russa per le relazioni con la società e i media.

Basilio il Benedetto (1462/1469 – 1552 o 1557)

La Chiesa ortodossa rispetta profondamente gli jurodivye; i cosiddetti “stolti in Cristo”. Persone che, nonostante l’apparente follia, sono illuminati spiritualmente e considerati vicini a Dio. Il più conosciuto e venerato tra loro è sicuramente Vasilij Blazhennyj, noto nella tradizione italiana come Basilio il Benedetto.

Il vagabondo Vasilij in estate e in inverno girava quasi senza vestiti e non aveva casa, ma tutta Mosca lo conosceva e lo riveriva. Si riteneva che questo santo “pazzo di Dio” sapesse prevedere il futuro. Malediceva senza pietà i peccatori e suscitava paura e rispetto persino nell’animo dello spietato Ivan il Terribile. Dopo la morte di Vasilij, i suoi resti furono conservati nella Cattedrale dell’Intercessione della Madre di Gesù sul Fossato, sulla Piazza Rossa, e da allora questo celeberrimo edificio sacro, simbolo della Russia, è noto come Cattedrale di San Basilio.

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Ksenija di Pietroburgo (1719/1730 – 1803?)

Come Basilio il Benedetto, anche Ksenija di Pietroburgo (in russo: Ksenija Peterburgskaja) era una stolta in Cristo. Secondo quanto tramandato, dopo la morte di suo marito, iniziò a indossare i vestiti di lui, a presentarsi con il suo nome e a dire a tutti di essere suo marito, e che lei era morta. Ksenija distribuì tutta la sua ricchezza ai poveri. Girovagava per la città chiedendo l’elemosina, e di notte pregava Dio.

“Per le sue grandi imprese e la pazienza, il Signore, già durante la sua vita terrena, glorificò la sua eletta. Alla serva di Dio Ksenija fu concesso il dono di leggere i cuori altrui e il futuro”, ha scritto la suora Taisija nella biografia della santa. Morì dopo 45 anni di vagabondaggio.

Fedor Ushakòv (1745 – 1817)

È improbabile che l’ammiraglio Fedor Ushakov (il nome si legge Fjòdor), famoso comandante navale del XIX secolo, si immaginasse che quasi due secoli dopo la sua morte, la Chiesa avrebbe deciso di canonizzarlo. Già in vita ebbe molte soddisfazioni: durante tutta la sua carriera militare Ushakov subì neanche una sola sconfitta, non perse una sola nave, e nessuno dei suoi subordinati è stato mai catturato dal nemico. Grazie a Ushakov e al suo talento, la Russia iniziò a dominare sul Mar Nero.

Tuttavia, l’ammiraglio aveva anche meriti spirituali: per esempio, era fortemente contrario agli eccessi alcolici tra i marinai, distribuì tutta la sua ricchezza in beneficenza e pregò a lungo nei monasteri. “La forza del suo spirito cristiano è stata manifestata non solo dalle gloriose vittorie nelle battaglie per la Patria, ma anche nella grande misericordia”, afferma la dichiarazione sulla sua canonizzazione. Dal 2004, l’ammiraglio Ushakov è il santo patrono della flotta russa.

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Serafino di Saròv (1754 – 1833)

Erede spirituale di Sergio di Radonezh, anche lo starets Serafino di Sarov (in russo: Serafìm Saròvskij) viveva lontano dal mondo, nella foresta, ma persone provenienti da tutta la Russia cercavano la sua compagnia e i suoi consigli. Secondo la sua leggendaria biografia, anche gli orsi e i lupi si inginocchiavano davanti alla benevolenza del vecchio. Un’altra leggenda, un po’ più plausibile, vuole che una volta che Serafino fu derubato da dei rapinatori, che gli aprirono il cranio con un colpo d’ascia, reagì mettendosi a pregare affinché si redimessero.

Cominciarono a venerare Serafino di Sarov quando era in vita, ma fu poi canonizzarono nel 1903, su iniziativa di Nicola II, che sperava che il santo gli avrebbe dato un erede. Come scrisse il ministro Sergej Witte, l’imperatore e sua moglie “erano sicuri che il santo di Sarov avrebbe dato alla Russia un erede maschio dopo che erano nate quattro femmine”. L’erede di Nicola nacque davvero: fu lo sfortunato zarevic Aleksej Nikolaevich, torturato per tutta la breve vita dall’emofilia. 

Giovanni di Kronshtàdt (1829 – 1908)

A differenza di molti altri santi, Giovanni di Kronshtadt (in russo: Ioann Kronshtadtskij) non era un monaco, ma un parroco, e viveva vicino a San Pietroburgo, ritenendo, come scrive il suo biografo, che gli abitanti della rumorosa capitale “conoscano Cristo non più dei selvaggi della Patagonia”. Padre Giovanni si stabilì nella città-porto di Kronshtadt, dove vivevano operai, avanzi di galera e ubriaconi.

In tali condizioni, fece tutto il possibile per rafforzare la fede dei suoi compatrioti: predicava, guariva e aiutava con i soldi. A poco a poco, il sacerdote divenne una vera star, a tal punto da scortare l’imperatore Alessandro III nell’ultimo viaggio. Fino alla fine della sua vita, padre Giovanni rimase un sostenitore dell’autocrazia e un conservatore di destra: persino la filantropia non gli impedì di odiare sentitamente coloro che considerava nemici della fede ortodossa.

Matrona la Cieca (1881 – 1952)

La contadina Matrona era non vedente fin dalla nascita e dall’età di 16 anni non fu più in grado di camminare, ma, secondo la sua agiografia, “non si lamentò mai della sua malattia, ma portò umilmente questa pesante croce che le era stata data da Dio”. Come altri santi, Matrona Moskovskaja (“di Mosca”), come è chiamata in Russia, già in vita divenne nota tra gli ortodossi, che si recavano da lei per consigli o cure.

Inoltre, la maggior parte della sua vita cadde nel periodo sovietico, quando le autorità atee ostacolavano la pratica religiosa. Matrona e i suoi adepti dovevano vagare da un appartamento all’altro, rischiando l’arresto. Ma alla fine, il governo sovietico non toccò Matrona. E questa santa rimane una delle più venerate, spesso pregata durante la malattia o i momenti difficili.

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