Tre donne d’acciaio che hanno cambiato la Russia con la forza

Fonte: R. Popovkin/RIA Novosti
Due socialiste rivoluzionarie e una bolscevica. Non temettero il carcere o l’esilio. Dimostrarono una determinazione spesso superiore a quella dei loro compagni maschi

Catherine Breshkovsky – La “nonna” della rivoluzione russa (1844-1934)

Quando nel 1917 in Russia divampò la Rivoluzione di Febbraio, aveva già 73 anni e, nonostante la veneranda età, era ancora in esilio in Siberia per via del ruolo attivo avuto nella Rivoluzione del 1905.

La sua età non rappresentò un ostacolo, e riuscì a essere protagonista anche negli eventi del 1917. Fu soprannominata la “Nonna (Babushka) della rivoluzione russa” e aveva un nutrito seguito di sostenitori, grazie ai suoi decenni di lotta contro il regime zarista.

La Socialista rivoluzionaria russa Catherine Breshkovsky. Fonte: Little, Brown and Co, Boston, 1918; fotografo ignotoLa Socialista rivoluzionaria russa Catherine Breshkovsky. Fonte: Little, Brown and Co, Boston, 1918; fotografo ignoto

L’attivismo politico della Breshkovsky era iniziato nel 1870, quando, insieme ad altri giovani radicali, lei, che era di origini nobili (della casata Verigo), cercò di attirare il sostegno del popolo alla causa rivoluzionaria. Non molto tempo dopo, fu arrestata e condannata alla kàtorga, i lavori forzati.

Dopo aver trascorso diversi anni in prigione, lasciò la Russia (riparando in Svizzera e in America), per tornare in occasione della Rivoluzione del 1905. Intanto aveva preso parte alla creazione del Partito Socialista Rivoluzionario (SR). Nonostante fosse religiosa, la Breshkovsky incoraggiò l’ala armata del partito a utilizzare metodi terroristici.

Venne arrestata di nuovo e mandata in Siberia, dove dovette attendere fino agli avvenimenti del 1917, quando, in seguito alla Rivoluzione di febbraio, i prigionieri politici vennero liberati. Il suo viaggio di ritorno a Pietrogrado (San Pietroburgo era stata ribattezzata così nel 1914, perché dopo la guerra contro la Germania il vecchio nome suonava troppo tedesco) avvenne su una speciale carrozza ferroviaria e ad ogni fermata fu accolta da orchestre e reggimenti militari che le rendevano omaggio.

“La Russia liberata attende Babushka (“la nonna”) per esprimere il dovuto ringraziamento e condividere con lei la grande felicità della tanto attesa libertà”, scrisse il giornale liberale “Rech” (“Discorso”).

Quando finalmente raggiunse la capitale, l’accoglienza andò oltre ogni immaginazione. I ministri andarono alla stazione ferroviaria per incontrarla e fu portata al Palazzo d’inverno, dove le venne data una stanza.

Sostenne il governo provvisorio e odiava i bolscevichi. Invitò il popolo a macellarli come “cani selvaggi”. E ad Ottobre, quando si affermarono, sconvolta, fu costretta a lasciare per sempre i Paese. Negli Stati Uniti tentò invano di raccogliere fondi per la lotta contro i bolscevichi. Più tardi, negli anni Venti, pose fine alla sua attività politica e morì in Cecoslovacchia nel 1934, a 90 anni compiuti.

 

Maria Spiridonova – “La madonna dei Socialisti rivoluzionari” (1884-1941)

Maria Spiridonova è ricordata come una delle figure più importanti della rivoluzione russa. Apparteneva al Partito Socialista rivoluzionario e trascorse la maggior parte della sua vita in esilio e in carcere, sia sotto il regime zarista che sotto quello sovietico. A causa della sua volontà inossidabile era conosciuta come la “La madonna del Socialismo rivoluzionario”.

Dieci anni prima del 1917 era già un’attivista rivoluzionaria e nel 1906 uccise un funzionario provinciale, Gavriil Luzhenovskij, per vendicare il suo ruolo da lui avuto nel soffocare nel sangue dei disordini contadini nel distretto di Tambov (dove lei era nata, figlia di un segretario di collegio). Nonostante fosse una terrorista, molti russi simpatizzavano per lei, e dopo che venne arrestata, picchiata e probabilmente stuprata, il popolo sfogò la sua rabbia. All’inizio fu condannata a morte, ma il tribunale alleggerì la pena e spedì la Spiridonova in Siberia per dieci anni. L’ufficiale di cosacchi che l’aveva interrogata fu più tardi ucciso dai rivoluzionari.

La Socialista rivoluzionaria russa Maria Spiridonova (al centro, con gli occhiali), 1905. Fonte: Getty ImagesLa Socialista rivoluzionaria russa Maria Spiridonova (al centro, con gli occhiali), 1905. Fonte: Getty Images

Fu liberata solo dopo la Rivoluzione di febbraio del 1917 e, tornata a Pietrogrado, riprese la politica attiva e divenne uno dei leader del Partito Socialista Rivoluzionario di Sinistra, dopo la scissione dei Socialisti Rivoluzionari.

Non approvava i metodi bolscevichi, ma comprendeva le persone che simpatizzavano per il partito di Lenin. Quindi sostenne l’alleanza tra i due partiti dopo gli eventi dell’Ottobre, che portarono i bolscevichi al potere.

Tuttavia, l’alleanza fu di breve durata. Il Partito Socialista Rivoluzionario di Sinistra era nettamente contrario ad accettare le condizioni del trattato di Brest-Litovsk con la Germania, negoziate dai bolscevichi. Di conseguenza, il partito cercò di fare un colpo di stato nel luglio 1918, in cui la Spiridonova era fortemente coinvolta, e quando il tentativo fallì, fu nuovamente arrestata e finì in manicomio.

Questa donna determinata continuò a essere perseguitata dal regime sovietico e fu arrestata e deportata diverse volte. Nel 1937 fu privata per l’ennesima volta della libertà e, infine, venne fucilata nel settembre del 1941.

 

Aleksandra Kollontaj – La “Valchiria della Rivoluzione” (1872-1952)

Anche Aleksandra Kollontaj era di origini nobili. A differenza della Breshkovsky e della Spiridonova non militava tra le fila dei Socialisti rivoluzionari ma tra quelle dei bolscevichi. È famosa per le sue idee femministe e come sostenitrice del libero amore. Dopo il fallimento della rivoluzione del 1905 era stata costretta a riparare all’estero.

Divenne il primo ministro donna della storia. Nel gabinetto formato dai bolscevichi dopo il rovesciamento del governo provvisorio nell’ottobre del 1917, le fu assegnata la carica di ministro dell’Assistenza sociale. Pur non mantenendo a lungo l’incarico (solo fino al febbraio del 1918), riuscì a migliorare i diritti delle donne in Russia. Per la sua infinita energia e passione è stata soprannominata la “Valchiria della Rivoluzione”.

La bolscevica Aleksandra Kollontaj, attivista per i diritti delle donne e prima ministra donna al mondo. Fonte: RIA NovostiLa bolscevica Aleksandra Kollontaj, attivista per i diritti delle donne e prima ministra donna al mondo. Fonte: RIA Novosti

Durante la Guerra civile è stata responsabile del lavoro politico e propagandistico all’interno dei reggimenti dell’esercito rosso che combattevano i Bianchi in Ucraina. Era lì con suo marito Pavel Dybenko, un capo militare sovietico. Si crede che il suo matrimonio con Dybenko sia stato il primo a non essere benedetto dalla Chiesa ma registrato presso le autorità civili in Russia.

Dopo essere stata messa ai margini dalla leadership del partito nei primi anni venti, intraprese una carriera diplomatica come ambasciatore in Messico e in Scandinavia. Fu la seconda ambasciatrice donna dell’Unione Sovietica.

Credeva fermamente che le donne dovessero avere diritti uguali agli uomini, e avrebbe voluto vedere la fine dei valori tradizionali della famiglia, e una maggiore enfasi posta sulla società. I suoi concetti erano troppo radicali per i tempi, anche in quegli anni Venti che furono testimoni di enormi esperimenti sociali in Russia.

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