Grigorovich, il coreografo diventato sinonimo del Bolshoj

Il coreografo Yurij Grigorovich.

Il coreografo Yurij Grigorovich.

: Aleksej Kudenko / RIA Novosti
Yurij Grigorovich è una leggenda vivente del balletto sovietico. E il 2 gennaio compie 90 anni. Intanto sui palcoscenici di Mosca e San Pietroburgo vanno in scena nuove edizioni dei suoi leggendari spettacoli

Nella seconda metà del XX secolo il binomio Bolshoj e Grigorovich è stato indissolubile e questo legame sopravvive anche oggi. I mesi di gennaio e febbraio del 2017 si apriranno all’insegna di Grigorovich: il più prestigioso teatro della Russia metterà in scena nel palco storico l’intero repertorio degli spettacoli del grande coreografo.

L’instancabile Grigorovich aveva già aperto la stagione del Bolshoj con un rinnovato allestimento del balletto “L’età dell’oro” a cui sono seguiti, sul palcoscenico del Marinskij, “Il fiore di pietra” e “Spartacus” nei teatri di Monaco e Anversa. Ma dove trova tante energie il 90enne coreografo?

Il viaggio da Leningrado a Mosca

Nipote del celebre Georgij Rozay, danzatore del Marinskij e dei Balletti russi di Diagilev, Yurij Grigorovich, dopo essersi diplomato all’Istituto di coreografia di Leningrado ed essersi esibito in ruoli da solista al Teatro Kirov, si trasferì a Mosca nel 1964.

Nel 1957 aveva raggiunto di colpo la notorietà mettendo in scena il balletto “Il fiore di pietra”, ispirato alle fiabe della tradizione popolare degli Urali. Lo spettacolo era stato accolto come un’opera sperimentale e d’avanguardia che usciva dai canoni del dramma coreografico e trasformava il balletto in un romanzo coreografico della quotidianità, eleggendo a principale mezzo espressivo la classica tecnica sulle punte.

Il balletto “Il fiore di pietra”. Fonte: youtube

Inoltre, il balletto non si limitava alla semplice narrazione della fiaba. Grigorovich apparteneva a una generazione che aspirava a innovare il ruolo dell’arte nella vita. Il suo maestro intagliatore Danila, protagonista del balletto, vuole ricreare nella pietra la bellezza di un fiore e s’immerge in un meraviglioso universo ideale che gli appare sotto le sembianze della Signora della Montagna di Rame, dominatrice del regno delle gemme degli Urali. Ma già nella scena successiva Danila fa ritorno al suo villaggio natale dove scorre la vita quotidiana e impazza la fiera con i suoi balli popolari, gli zingari e gli orsi. Dopo aver scoperto il mondo della grande arte, l’intagliatore torna tra la gente per renderla partecipe della bellezza che gli si è rivelata.

Il balletto fu creato da Grigorovich nei ritagli di tempo dagli impegni principali e servì a lanciare un’intera generazione di ballerini, diventati in seguito delle stelle di prima grandezza. Un paio di anni dopo fu portato al Bolshoj e fu uno dei primi spettacoli che vide l’esibizione di due leggende della danza come Ekaterina Maksimova e Vladimir Vasilev.

A distanza di altri due anni Grigorovich mise in scena “La leggenda dell’amore”, ispirato a un celebre soggetto persiano che narra la travagliata storia di Farkhad e Shireen. Il balletto era un esempio di spettacolo parabola, la nuova forma stilistica ideata da Grigorovich con lo scenografo Simon Virsaladze, dove agli assoli dei protagonisti si alternavano grandiosi ensemble coreografici.

Il maestro di una generazione di ballerini

Grazie a questi spettacoli Grigorovich conquistò la fama e nel 1964 assunse la guida del corpo di ballo del Teatro Bolshoj. Il suo primo lavoro da direttore artistico fu una nuova versione di un classico accademico del balletto, “Lo schiaccianoci”, che Grigorovich trasformò da spettacolo per ragazzi in un apologo filosofico. Alla prima si esibì ancora una volta sul palcoscenico la coppia Ekaterina Maksimova e Vladimir Vasilev, sostituita nelle repliche da Nataliya Bessmertnova e Mikhail Lavrovskij.

Tutti questi ballerini, che appartenevano alla cosiddetta “generazione di Grigorovich”, portarono il balletto classico a nuovi vertici di virtuosismo, la cui perfezione fu ottenuta dal coreografo combinando gli esiti tecnici con l’innovazione artistica.

“Spartacus” fu la vetta della sua collaborazione con il Teatro Bolshoj. Grigorovich, con grande disappunto del compositore, ridusse e tagliò la partitura, realizzando un nuovo libretto. Il balletto che creò si concentrava sulle figure dei due protagonisti: da un lato lo schiavo ribelle e dall’altro il nobile generale romano. I salti acrobatici e gli slanci vertiginosi consentivano alla nuova edizione del balletto di competere con le più elevate performance sportive, ma la scena della morte di Spartacus e il suo requiem evocavano gli affreschi michelangioleschi della Cappella Sistina e le messe di Bach.

Un modello messo alla prova dal tempo

Quest’arte, complessa e al contempo chiara e accessibile come un manifesto programmatico, con il tempo si trasformò in una delle principali icone sovietiche. A “Spartacus” seguirono l’epopea di “Ivan il Terribile” e successivamente  “L’età dell’oro” che celebrava i primi anni dell’Urss.

Ma il coreografo, che nei suoi primi allestimenti era apparso un innovatore instancabile, con gli anni sembrava aver perso la voglia di sperimentare. I suoi allestimenti si trasformarono in formule  codificate, imponenti maestose, ma come imbalsamate. Il Bolshoj continuava a mettere in scena i suoi balletti, senza lasciare spazio a tendenze alternative. A poco a poco il coreografo preferì concentrarsi sul rifacimento di balletti classici di Petipa, come “La bella addormentata”. Dopo 30 anni di indiscusso regno, nel 1995 Grigorovich fu costretto a lasciare il Bolshoj di cui era divenuto il simbolo.

Dopo anni di esistenza separata il Bolshoj e il maestro hanno sentito di nuovo la necessità di collaborare insieme. Ma qualunque esibizione veda impegnata la troupe del Bolshoj, la sua energia e lo splendore del suo virtuosismo continuano a essere quelli impostati da Grigorovich.