Viaggio alla scoperta dei Pomory, il popolo del nord russo

Turismo
ANNA SOROKINA
I loro antenati, diversi secoli fa, sono giunti in questa terra fredda e desolata in cerca di una vita migliore. Come hanno fatto dei semplici pescatori non solo a sopravvivere, ma a creare un fenomeno culturale ed economico del tutto particolare?

La vita sul Mar Bianco è difficile anche al giorno d’oggi. Il vento gelido dell’Oceano Artico soffia insistentemente. E per più di sei mesi all’anno l’acqua resta intrappolata sotto il ghiaccio, mentre sulla superficie si scatenano furiose tempeste. Queste terre sono un vero e proprio angolo sperduto di mondo. Ma non è sempre stato così. Fino al XVIII secolo, Arkhangelsk era l'unico porto russo affacciato sul Mar Bianco, un primato poi ceduto a San Pietroburgo.  

Le persone che vivevano sulle rive del Mar Bianco (che in russo si dice “по берегам Белого моря”, po beregam Belogo morja, da dove deriva il nome del popolo “Pomory”, ovvero “vicino al mare”) dovevano affrontare condizioni di vita molto severe. Per questo dovevano avere una costituzione sana e robusta, e dovevano essere resistenti di spirito e intraprendenti. Non vivevano solo di commercio, ma soprattutto di pesca, visto che in luoghi così inospitali l'agricoltura era praticamente impossibile.

Da dove provengono i Pomory?

Le radici dei Pomory affondano a Velikij Novgorod. Nell'antichità questa città russa si estendeva sulle terre del nord e competeva con Mosca per la supremazia nella regione. Secondo Ivan Durov (1894-1938), etnografo dei Pomory, i primi abitanti della regione del Mar Bianco furono i Sámi (lapponi) che furono cacciati dai finlandesi, che a loro volta furono cacciati dagli svedesi, dai careliani e, dopo il XIV secolo, si stabilì qui il regno dei novgorodiani. “In quelle terre vergini del lontano, severo e freddo Mar Bianco essi [i Pomory] intuirono l’abbondante disponibilità di bestie, pesce e sale”, scrisse Durov. E così fu: i Pomory si dedicarono con successo alla pesca, alla costruzione di navi e alla produzione di sale. Gli insediamenti fondati all'epoca dai coloni sono ancora presenti sulla mappa: Sumskij Posad (1436), Varzuga (1466), Umba (1466) e molti altri. "La gente sceglieva persone affini per riunirsi in un artel [associazioni cooperative e imprese corporative nello Tsardom di Russia] e fare artigianato insieme - spiega Svetlana Koshkina, storica locale del “Centro di cultura dei Pomory” di Belomorsk -. E si stabilirono vicino ai fiumi che sfociano nel Mare Bianco”.

Nella metà del XV secolo le autorità di Novgorod donarono le loro terre sul Mar Bianco al monastero di Solovetskij, fondato poco prima. Tuttavia, due secoli dopo, dopo la riforma della Chiesa, quelle terre furono cedute allo Stato. 

Come i Pomory commerciavano con l'Europa

Fino a quando Pietro il Grande non ha aperto una “finestra sull'Europa” attraverso il Mar Baltico, questa “finestra” era rappresentata dal Pomorie (così come veniva chiamato il territorio della Russia europea settentrionale). I Pomory offrivano farina di segale, lino e olio; mentre gli europei vendevano loro il pesce di mare, il caffè, il tè, tessuti alla moda e gioielli. I Pomory inviavano merci straniere in Russia lungo la Dvina settentrionale da Arkhangelsk. 

Era un'attività redditizia, e le famiglie di pescatori Pomory potevano permettersi buone case, vestiti e oggetti per la casa non disponibili in altre regioni del Paese. Molte famiglie conservano ancora oggi i copricapi delle donne sposate ricamati con fili d'oro, dice Irina Ilyina, che studia e insegna l'artigianato dei Pomory a Belomorsk. “Abbiamo oggetti che hanno più di 150 anni”, racconta.

“Questa foto degli anni '30 mostra mia nonna Kapitolina e la mia bisnonna Vasilisa che indossano questi copricapo, anche con fili di perle - racconta la sua allieva Olga -. Io indosso spesso gli orecchini della mia bisnonna, che si vedono in questa foto. Mia nonna aveva anche un braccialetto e una catena con un ciondolo. Non hanno vissuto male. I Pomory dicevano: ‘Più bella è la donna, migliore è l'uomo’. Vestendo la propria donna, un uomo si faceva un nome”.

Come parlano i Pomory e cosa raccontano le loro canzoni?

I Pomory hanno uno speciale accento settentrionale, difficilmente comprensibile per un russo moderno; di un uomo morto si diceva che “lo ha preso il mare”. Molte parole e modi di dire sono arrivati fino a noi grazie al lavoro dell'etnografo Ivan Durov e al suo dizionario di 12 mila parole, pubblicato nel 1934. (Per saperne di più cliccate qui

“Gli abitanti dei villaggi conservano ancora oggi una loro intonazione particolare”, dice Viktor Vasiliev, direttore del Coro popolare del Pomorie. Da quasi mezzo secolo tiene vivo il folklore dei Pomory, visitando villaggi remoti sul Mar Bianco. È riuscito a registrare decine di migliaia di vecchie canzoni nella loro esecuzione originale. “I Pomory cantano versi d'amore, testi dedicati ai venti, al mare, all'attesa del ritorno dei loro uomini dalla pesca, e le canzoni sono di solito cantate a più voci, senza accompagnamento strumentale”. Ancora oggi i coristi sotto la sua guida cantano come facevano i Pomory in passato.

Inoltre, i Pomory avevano una lingua a parte che veniva utilizzata per comunicare con i norvegesi: il Russenorsk (chiamato anche Moja på tvoja), che si sviluppò nel XVIII secolo. Sono giunte fino a noi 400 frasi registrate, sia in latino che in cirillico. Ad esempio "drasvi" ("ciao"), "kak sprek?" ("Cosa stai dicendo?"), "kak pris?" ("Quanto costa?"). Questa lingua è praticamente scomparsa dopo la rivoluzione d'ottobre del 1917, quando furono interrotte le relazioni libere tra i Pomory e i norvegesi.

Come vivono oggi i Pomory?

Oggi in Russia ci sono poco più di 3 mila persone che si definiscono Pomory (secondo il censimento del 2010). Tuttavia, gli storici non sono ancora d'accordo su chi siano esattamente i Pomory: un popolo separato, una sub-etnia o semplicemente gli abitanti del Pomorie.

Gli stessi Pomory ritengono che solo una persona che proviene da un clan dei Pomory, che vive sul mare e ha particolari legami di sangue può essere definita così. “A mio avviso non si tratta solo di una persona che vive sul territorio di Pomorie, ma deve necessariamente essere impegnata nelle attività economiche tradizionali dei Pomory - afferma Svetlana Koshkina -. Mio marito ha radici a Virma e Kolezhma, si è occupato di pesca per tutta la vita, sa lavorare le reti, riparare le barche, e i suoi parenti non possono immaginare la loro vita senza il pesce. Tutti loro sono Pomory. Ma i nostri figli hanno interessi diversi e non li definisco Pomory, anche se vivono su terreni e in famiglie Pomory”. 

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