Come arrivarono in Cina i primi cristiani ortodossi russi e come vivono oggi

Kira Lisitskaya (Foto: Dominio pubblico; Legion Media)
La Chiesa ortodossa cinese fa parte del Patriarcato di Mosca e la sua sede si trova nella capitale russa, nella Cattedrale di san Nicola il Taumaturgo a Golutvin. Anche se non è attualmente registrata presso il governo cinese, ha un passato ricco e in gran parte eroico, e presto potrebbe tornare a essere ufficialmente riconosciuta da Pechino

Uno dei principali promotori della fede ortodossa in Cina nel XX secolo, padre Grigorij Zhu (1925-2000), ha patito il martirio per la sua fede. Nel 1966, con l’inizio della cosiddetta Rivoluzione Culturale in Cina, padre Grigorij e sua moglie furono arrestati dalle Guardie Rosse, i membri delle brigate rivoluzionarie studentesche. Furono torturati e costretti a rinunciare alla fede ortodossa, dopo di che la moglie del padre impazzì e padre Grigorij Zhu fu mandato ai lavori forzati nelle cave, dove rimase imprigionato per 12 anni, fino al 1978. Il duro lavoro danneggiò irreversibilmente la salute di padre Grigorij, ma dopo la sua liberazione tornò al servizio religioso e, nel 1983, divenne nuovamente parroco della Chiesa dell’Intercessione della Madre di Dio ad Harbin, posizione che aveva ricoperto fino all’inizio della Rivoluzione culturale.

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I primi ortodossi in Cina 

Un giovane albazinese, 1874

La storia dell’Ortodossia in Cina è una storia di lotta e di difficoltà ed è iniziata con un conflitto militare. Nel 1685 la fortezza russa di Albazin, sul fiume Amur, fu assediata dall’esercito cinese, con uomini dieci volte più numerosi di quelli che difendevano la cittadella. Una parte della guarnigione riuscì a fuggire lungo il fiume, e un’altra parte, circa 100 cosacchi e le loro famiglie, tra cui russi, buriati e calmucchi fu fatta prigioniera e portata a Pechino.

L’imperatore cinese Kangxi (nato col nome di Xuan Ye), che regnava sotto il motto “Prospero e radioso”, decise di non giustiziare o tenere in prigione i russi, ma li arruolò nell’esercito cinese, formando una speciale “centuria russa”. I russi ricevettero un ottimo stipendio, regali in denaro, terre e case per uso permanente. Tra i russi portati a Pechino c’era anche Padre Maksim (Leontev), il primo prete ortodosso russo sul suolo cinese. Ai russi fu dato in uso un ex tempio buddista che convertirono in chiesa ortodossa.

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Credenti ortodossi russi cinesi, lavoratori di una tipografia della Missione ecclesiastica ortodossa russa a Pechino

Quando nel 1689 fu firmato il Trattato di Nerchinsk tra lo Zarato russo e la Cina (il primo trattato diplomatico sul commercio e i confini tra i due Stati), l’importanza politica di Albazin cominciò a declinare e divenne chiaro che i cinesi non sarebbero più stati in grado di attrarre russi al servizio della Cina promettendo alti salari. Poiché tra i primi albazinesi la maggioranza erano cosacchi maschi arrivati qua da soli, si mescolarono presto con la popolazione manciù, e dalla metà del XVIII secolo avevano perso quasi del tutto le loro caratteristiche russe. Tuttavia, la Russia usò questo piccolo raggruppamento come prova della necessità di una missione spirituale russa in Cina, che fu inaugurata nel 1716: quell’anno l’archimandrita Hilarion (Lezhajskij) arrivò a Pechino e portò con sé icone, suppellettili sacre e libri liturgici. I membri della missione spirituale erano arruolati nel servizio imperiale, in quanto erano ufficialmente n servizio ad Albazin nei quadri dell’esercito imperiale. I missionari russi non erano coinvolti nella propaganda della fede ortodossa e non interferivano negli intrighi di corte in Cina, il che permise loro di evitare le repressioni dei cristiani attuate di tanto in tanto dal governo cinese. Fino al 1861, quando la prima missione diplomatica russa fu stabilita in Cina, la missione spirituale di Pechino era l’unica fonte di informazioni sulla Cina per la Russia.

Tempi bui

Una funzione per gli albazinesi nella Missione Ecclesiastica Ortodossa Russa a Pechino

Già a metà del XVIII secolo, gli albazinesi, che per tradizione continuavano a godere di una posizione privilegiata, erano diventati un’élite semi-decaduta in Cina. Se fin dall’inizio non erano propriamente di etnia russa, l’assimilazione non aveva ormai lasciato quasi nulla dei tratti russi. Nelle loro case conservavano tradizionalmente croci e icone lasciate dai loro antenati, ma a giudicare dal loro stile di vita le virtù cristiane erano loro estranee.

Un prete ortodosso di Pechino scrisse che gli albazinesi “consideravano qualsiasi lavoro indegno di loro, e si ritenevano una casta speciale di abitanti di Pechino in quanto membri ereditari della guardia imperiale. Arroganti nel loro comportamento, orgogliosi della loro posizione privilegiata, non sapendo cosa fare del loro tempo libero, vagavano per le strade, visitando case da tè e alberghi, ristoranti e teatri, e iniziarono a indulgere nel fumo dell’oppio. Gradualmente, sono diventati spiritualmente e fisicamente degenerati, finendo nei debiti e nelle mani degli usurai”. Nella società di Pechino gli albazinesi si fecero una reputazione estremamente negativa di ubriaconi, imbroglioni e truffatori. Nel 1831 solo 94 persone si identificavano come albazinesi, ma il loro numero era probabilmente più alto. A causa della cattiva reputazione molti erano riluttanti a rendere pubbliche le loro radici.

Gli edifici della Missione ecclesiastica ortodossa russa a Pechino (vista aerea)

Nel 1895 la Cina perse la guerra contro il Giappone e la Russia ne approfittò: i russi presero la Manciuria e iniziarono a costruire la Ferrovia orientale cinese. Sempre più russi cominciarono ad arrivare nelle terre cinesi e la stessa costruzione della ferrovia minacciò di lasciare decine di migliaia di cinesi disoccupati: barcaioli, portatori, facchini, mandriani e messaggeri. Insieme alla siccità che colpì le province del nord e l’afflusso di merci straniere sul mercato cinese, questo portò a proteste popolari di massa, note come la Ribellione dei Boxer (1899-1900).

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Durante la rivolta, molti cristiani ortodossi, che in seguito divennero noti come Nuovi Martiri Cinesi, furono assassinati, e la sede della Missione spirituale russa fu saccheggiata e distrutta. Ma la Russia ripristinò rapidamente le attività della missione spirituale, anche attraverso l’assistenza finanziaria del Santo Sinodo russo, e il capo della missione, l’archimandrita Innokentij (Figurovskij) (1863-1931) fu ordinato vescovo. Nel 1900, la Chiesa dell’Annunciazione della Beata Vergine Maria fu edificata ad Harbin. Nel 1916, c’erano più di 5.000 cristiani ortodossi in Cina, 2 monasteri, 19 chiese e scuole ortodosse maschili e femminili.

L’ortodossia cinese nel XX secolo

Padre Innokentij (Figurovskij) in piedi presso la Chiesa di Tutti i Santi Martiri (distrutta durante la

Dopo la Rivoluzione del 1917 migliaia di rifugiati russi, principalmente sostenitori del potere zarista, che erano fuggiti all’est dell’Impero dalle forze bolsceviche, si riversarono in Cina attraverso l’Estremo Oriente. Nel 1920 i resti di alcuni membri della Casata Romanov e persone a loro vicine, assassinati la notte del 18 luglio 1918 ad Alapaevsk, insieme alla famiglia imperiale, furono portati a Pechino. Il vescovo Innokentij (Figurovskij) accolse le spoglie mortali a Pechino e si occupò della sepoltura nel cimitero della Missione Spirituale Russa.

Nel 1919, tutti i campi missionari ortodossi sul territorio della Cina furono chiusi. Da quel momento in poi, la funzione principale della Missione Spirituale Russa fu quella di assistere i rifugiati russi. Padre Innokentij, che era stato elevato al rango di arcivescovo nel 1921, usò tutte le sue energie e risorse per aiutare queste persone, e diede loro la maggior parte della proprietà della missione per un uso a lungo termine. Sfortunatamente, la proprietà finì male. “Le continue cause legali dell’Arcivescovo Innokentij con molti residenti russi a Pechino, Shanghai e altre città della Cina, specialmente negli ultimi 8 anni, ha portato la Missione Spirituale Russa a Pechino alla totale rovina e povertà”, scrisse l’Arciprete Aleksandr (Pinjaev) nel 1928.

I Martiri Cinesi, icona

Tuttavia, molti russi che vivevano in Cina nel periodo tra le due guerre, fecero grandi sforzi per la crescita della fede ortodossa. Al 1949, 106 chiese ortodosse erano state costruite in Cina, e, secondo alcune stime, fino a un milione di cristiani ortodossi vivevano in Cina a quel tempo. Dopo la Seconda guerra mondiale, il governo comunista salì al potere in Cina e cominciò a perseguitare la fede ortodossa.

Nel 1954 la Missione Spirituale Russa fu chiusa. La sua proprietà fu in parte nazionalizzata dalla Cina e in parte data all’ambasciata sovietica. La chiesa di Tutti i Santi Martiri, che ospitava le reliquie dei martiri cinesi e i corpi dei membri della famiglia Romanov fucilati ad Alapaevsk fu distrutta, come molte altre chiese. Nel 1956 il Santo Sinodo della Chiesa ortodossa russa concesse l’autonomia alla Chiesa ortodossa cinese. L’archimandrita Basilio (Shuang) (1888-1962) fu ordinato vescovo di Pechino. Tuttavia, con la sua morte, la Chiesa ortodossa cinese perse la sua gerarchia episcopale e iniziò quello che probabilmente fu il periodo più terribile della sua storia.

Chiesa dell'Intercessione della Theotokos a Harbin

Dopo il 1965, con l’inizio della “Rivoluzione culturale”, le Guardie rosse lanciarono un attacco diretto all’Ortodossia, ai suoi simboli e ai suoi credenti. Testimone degli eventi, il filologo Vladimir Levitskij descrive la profanazione della cattedrale di San Nicola ad Harbin: “Quello che ho visto era orribile: i tamburi rullavano, si sentivano gli ululati e le grida della folla, il fumo saliva… Il territorio della cattedrale era pieno di Guardie Rosse. Alcune guardie sono salite sul tetto della cattedrale per mettervi delle bandiere rosse; altre tiravano fuori le cose sacre dall’interno e le gettavano nei falò accesi, dove tutto veniva bruciato, scintillando al sole. Sono state bruciate tutte le icone della cattedrale e delle cappelle… Al momento del rogo le campane delle tre chiese non hanno mai smesso di suonare e lo hanno fatto anche nei giorni successivi, tormentando l’anima dei fedeli: questi teppisti cinesi avevano raggiunto vette di barbarie inimmaginabili prima e ora facevano festa per il loro trionfo”.

La Chiesa di Santa Sofia, Harbin.

Ci sono voluti molti anni prima che l’Ortodossia cominciasse a essere ristabilita in Cina. Nel 1984, l’arciprete Grigorij (Zhu) ha celebrato la prima liturgia dopo la Rivoluzione culturale nella chiesa dell’Intercessione della Madre di Dio ad Harbin. A poco a poco, una piccola comunità di ortodossi russi e cinesi ha cominciato a restaurare gli edifici sacri nelle diverse città della Cina. Nel 1993, una delegazione della Chiesa ortodossa russa guidata dall’allora metropolita Kirill di Smolensk e Kaliningrad visitò la Cina. Vent’anni dopo, nel 2013, Kirill ha visitato nuovamente la Cina come Patriarca di Mosca e di tutte le Russie.

Padre Vasilij Shuan (1888-1962), vescovo di Pechino

Oggi il Patriarca è formalmente l’amministratore temporaneo della Chiesa ortodossa cinese, ma non c’è un Primate in carica in Cina. In Cina ci sono ufficialmente quattro chiese ortodosse, il resto di quelle superstiti sono ancora chiuse o sono occupate da istituzioni laiche. Ci sono ancora circa 400 discendenti di quegli albazinesi che un tempo furono i primi ortodossi in Cina, così come singole famiglie di etnia russa e cinese che praticano l’ortodossia e che vivono a Pechino.


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