La volta in cui i soldati russi conquistarono Pechino

Truppe russe a Pechino

Truppe russe a Pechino

Archivio Storico Universale/Getty Images
La Russia era alleata con altre sette potenze, tra cui il Giappone (con cui presto avrebbe fatto guerra), e l’Italia, che si sarebbe conquistata uno sbocco in Asia, con la città di Tientsin mantenuta in concessione fino al 1943. Erano i giorni della “Ribellione dei boxer”

Alla fine del XIX secolo, l’Impero Cinese della dinastia Qing, un tempo potente, era ormai in uno stato pietoso. Si era trasformato ormai in una semi-colonia di potenze straniere, con Stati Uniti e Giappone che lo sfruttavano senza pietà per i propri interessi. Incapace di opporre resistenza alle pressioni straniere, l’élite politica del Paese era preoccupata solo di mantenere il potere e trarre almeno qualche beneficio dalla situazione. Il grosso della popolazione cinese, intanto, si era rapidamente impoverita.

L’insoddisfazione dei cinesi per il dominio straniero portò alla creazione di numerose società segrete, riunite sotto il nome di Yihetuan (cioè “Società di Giustizia e Concordia”). Gli europei li chiamavano però “boxer”; ossia “pugili”, perché si riunivano spesso nelle palestre dove si praticavano il kung-fu o lo shaolinquan, e inizialmente avevano il nome di Yihequan “[Scuola di] Pugni della Giustizia e della Concordia”.

Pechino, inizio '900

Nel 1899, i membri di queste associazioni sollevarono una rivolta su vasta scala nel Celeste Impero contro i “diavoli d’oltremare” che, come credevano, stavano portando tradizioni estranee e pericolose nella terra cinese, che minavano le fondamenta secolari della società. I “boxer” iniziarono a uccidere gli stranieri, compresi i sacerdoti cristiani, così come i cinesi che si erano convertiti al cristianesimo. “Non contenti della distruzione e dell’incendio della chiesa e del monastero, i boxer hanno ucciso quasi tutto l’intero gregge ortodosso e molti cristiani albazini [discendenti di cosacchi russi che si erano stabiliti in Cina dal XVII secolo circa; ndr] sia nel territorio della missione che nelle vicinanze… I cadaveri dei nostri cristiani sono stati gettati nei pozzi, e insieme ai morti ci hanno buttato anche i vivi… persino gli alberi sono stati abbattuti, i boxer hanno distrutto anche il cimitero russo fuori dalle mura della città, sfasciando tutte le lapidi e gettando via le ossa dei sepolti,” così il diplomatico russo Ivan Korostovets ricordò la strage nella missione spirituale russa a Beiguan, nella provincia di Henan.

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Poiché il governo dell’imperatrice madre Cixi non era in grado di reprimere la rivolta anti-occidentale, e presto vi si unì addirittura con un comunicato ufficiale di appoggio ai ribelli, in Cina iniziò un intervento su larga scala della cosiddetta “Alleanza delle otto nazioni”: Russia, Germania, Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti, Giappone, Austria-Ungheria e Italia. Nel giugno 1900, i cinesi attaccarono la Ferrovia Orientale Cinese, di proprietà dell’Impero Russo, in Manciuria, e a Pechino misero sotto assedio il quartiere degli ambasciatori, dove i diplomatici stranieri e i loro familiari si erano rifugiati sotto la protezione di diverse centinaia di soldati. “Dei due mesi di questo assedio, le prime tre settimane furono per noi le più difficili e piene di tensione. Al mattino non sapevamo se saremmo rimasti vivi fino alla sera, e quando ci vedevamo la notte non sapevamo se ci saremmo incontrati di nuovo la mattina dopo”, ricordò un testimone, il dottor Vladimir Korsakov. 

Truppe russe difendono il quartiere degli ambasciatori a Pechino

Nonostante il vantaggio numerico, le truppe Qing e le unità “boxer” erano notevolmente inferiori agli alleati nell’efficacia del combattimento. “Il soldato cinese non è un codardo, ma non è addestrato a essere coraggioso, non è addestrato a controllarsi, non è abituato a essere un soldato come un europeo”, scrisse Korsakov. Dopo la conquista dei Forti Taku, fortezze situate nella foce del fiume Hai He, grazie anche allo sbarco dei fucilieri italiani, e la conquista di Tientsin (città che rimase poi sotto il controllo del Regno d’Italia fino al 1943), le truppe dell’Alleanza misero gli occhi sulla capitale del Celeste Impero. A trentamila difensori di Pechino si opposero novemila giapponesi, cinquemila russi, duemila americani e 800 francesi, oltre a tremila sepoy indiani inviati dalla Gran Bretagna.

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Truppe russe all'assalto della Porta di Dongbianmen

Le truppe russe furono le prime ad attaccare. La notte del 14 agosto, la compagnia del capitano di Stato Maggiore Jaroslav Gorskij colse di sorpresa la guardia alla Porta di Dongbianmen, dopo di che la porta stessa fu bersagliata di colpi d’artiglieria. I soldati riuscirono a entrare e a salire sulle mura issandovi la bandiera russa. “Tuoni e fulmini dei cannoni, raffiche taglienti dei nostri fucilieri, spari casuali dei cinesi e il minaccioso rombo delle mitragliatrici russe, nella mezzaluna delle porte annerite dai secoli e delle maestose mura della capitale millenaria… Così è andato il primo assalto russo a Pechino”, scrisse il giornalista Dmitrij Janchevetskij, che era al seguito delle truppe.

Cannoni russi sparano alle porte di Pechino

Gli alleati iniziarono a prendere d’assalto la città solo al mattino. Per un giorno intero, le truppe giapponesi dovettero combattere feroci battaglie per la Porta di Qihuamen e chiesero persino ai russi il supporto dell’artiglieria. Nella fase finale, scesero in campo anche gli americani, mentre inglesi e francesi entrarono in città quasi senza incontrare alcuna resistenza sulla loro strada. Le truppe dell’Alleanza ruppero l’assedio al Quartiere degli Ambasciatori e presero il controllo della città entro la fine della giornata. Le maggiori perdite durante l’operazione furono subite dai russi e dai giapponesi: una sessantina di morti e circa 200 feriti.

Truppe americane all'assalto di Pechino

Il 15 agosto, dopo un po’ di colpi dell’artiglieria americana, gli Alleati occuparono il complesso del palazzo della Città Proibita, da cui l’imperatrice Cixi in quel momento era già fuggita. Nei giorni successivi, le forze di occupazione sottoposero la città a devastanti saccheggi, accompagnati dall’uccisione di membri dello Yihetuan (boxer), soldati governativi e civili. Molto tempo dopo questi eventi, le potenze dell’Alleanza si accusarono l’un l’altra dei crimini commessi, sempre scaricando tutte le colpe sui loro alleati.

Truppe russe a Pechino

Dopo la presa di Pechino, i russi sconfissero il nemico in Manciuria, assumendo temporaneamente il pieno controllo della regione e procedendo alla ricostruzione della Ferrovia Orientale Cinese. Nel settembre del 1900, l’imperatrice Cixi cambiò di nuovo schieramento, ordinando alle sue truppe di distruggere con decisione e senza pietà i boxer in tutto il Paese. Un anno dopo, la Ribellione dei Boxer era ormai in gran parte repressa e gli Alleati costrinsero la Cina a firmare il “Protocollo finale di risoluzione dei disordini del 1900”, più noto come “Protocollo dei boxer”. Secondo quanto stabilito dal documento, al Celeste Impero furono, tra l’altro, imposti obblighi di pagamento di riparazioni di guerra, un divieto di due anni nell’importazione di armi e munizioni, lo smantellamento dei Forti Taku e il trasferimento di una serie di roccaforti dalla costa fino alla capitale alle truppe delle potenze europee, degli Stati Uniti e del Giappone.

Un pugile decapitato davanti a una folla di cinesi

“Pechino è stata presa con il sangue e il sudore di due fedeli alleati: i russi e i giapponesi. Giapponesi con i quali noi, per la prima volta, sotto il fuoco e le palle di cannone, abbiamo sperimentato una confraternita d’armi”, scrisse Janchevetskij. Le relazioni alleate delle due nazioni, tuttavia, non durarono a lungo. Nel giro di pochi anni, i due imperi iniziarono una feroce guerra tra loro, che si concluse con un completo disastro per la Russia, che risultò seriamente indebolita in Estremo Oriente.

La cavalleria russa in Cina


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