Perché i sovietici mandarono nello Spazio cani e non scimmie?

Lev Porter/TASS; Vladimir Rodionov/Sputnik
I programmi spaziali iniziarono pressoché in contemporanea, ma gli statunitensi preferirono fare sperimentazione sui primati. Mosca, invece, basò i suoi studi sul migliore amico dell’uomo, e furono 51, in totale, i bastardini raccolti per strada che decollarono a bordo dei razzi

Gli esperimenti intesi a dimostrare se il volo spaziale con equipaggio fosse possibile, iniziarono in Unione Sovietica e negli Stati Uniti all’incirca nello stesso periodo, tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta. Prima di allora, nessuna creatura terrestre aveva fatto esperienza di decollo e atterraggio all’interno di una capsula spaziale, né tanto meno si sapeva come avrebbe reagito il corpo all’assenza di gravità e alle radiazioni cosmiche.

I potenziali effetti sul corpo umano dovevano essere testati su delle cavie. Ma non su porcellini d’India o topi di laboratorio. Serviva qualcosa di  un po’ più grande. Ma cosa? Quale animale? La domanda non era affatto banale.

Perché non le scimmie?

Gli scienziati sovietici presero in considerazione varie opzioni: ratti, scimmie, gatti, cani. Naturalmente, le scimmie erano le più simili agli umani sotto molti aspetti. Proprio per questo, gli americani scelsero Albert, un macaco rhesus, come animale da far volare a bordo di un razzo nel giugno del 1948. Albert morì durante il volo. I francesi, nel 1963, inviarono un gatto nello spazio, e prima ancora avevano spedito in orbita dei topi. In Urss, tuttavia, i cani avevano tradizionalmente svolto un ruolo di primo piano negli esperimenti neurofisiologici: il fisiologo Ivan Pavlov (1849-1936, premio Nobel per la Medicina nel 1904) li aveva, come noto, utilizzati per studiare il riflesso condizionato.

La cagnetta Laika nella sua cabina ermetica, poco prima di essere piazzata nella capsula spaziale con cui sarebbe volata nello Spazio il 3 novembre del 1957

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Detto questo, l’opzione dei primati era popolare anche in Urss. Ma il dottor Oleg Gazenko (1918-2007), uno dei principali scienziati del programma spaziale sovietico, andò a osservare cani e scimmie da circo e si rese conto che con queste ultime ci sarebbero stati molti problemi. Le scimmie sono meno stabili dal punto di vista emotivo (sono più vicine agli umani, dopotutto), soffrono di esaurimenti nervosi e possono diventare aggressive. Scienziati statunitensi hanno affrontato questo problema drogando pesantemente gli animali. Prevedendo problemi, i sovietici si accontentarono dei cani. Scegliendo solo quelli randagi.

“Laika [il primo cane nello Spazio] venne trovata per strada, così come la maggior parte dei cani usati negli esperimenti. Perché bastardini? Perché sono più intelligenti e poco esigenti. E più di qualsiasi cane di razza apprezzano la gentilezza, quando la ricevono. Raccolti in strada, vennero puliti, lavati e nutriti abbondantemente”, spiegò Gazenko.

L’assistente di laboratorio Natasha Kazakova addestra il cane cosmonauta Kozjavka per un volo spaziale di prova nel 1959

I cagnolini vennero cercati nei canili o raccolti direttamente per strada. Dovevano essere piuttosto piccoli, pesare 6-7 kg, avere 2-6 anni, essere amichevoli, sani e molto pazienti. Si preferivano le femmine, perché era più facile confezionare indumenti sanitari (per smaltire le deiezioni e le urine), e la preferenza era data anche agli esemplari dal pelo chiaro, ma solo perché più telegenici in epoca di bianco e nero. E questi erano solo requisiti preliminari.

Il casting a quattro zampe

Il processo di selezione e addestramento per i cani era altrettanto rigoroso quanto quello per i cosmonauti umani che li avrebbero seguiti nello Spazio. Venne sviluppato un programma scientifico speciale, composto da diverse fasi. In primo luogo, gli animali erano addestrati e testati per la resistenza.

Dovevano abituarsi alle tute spaziali: una per limitarne gli spostamenti all’interno della capsula e una per la raccolta di feci e urina. Inoltre, venivano addestrati a mangiare da un alimentatore automatico, a a ruotare in una centrifuga, a stare in piedi su un supporto, e così via.

Veterok e Ugoljok

La prova più difficile era quella di rimanere all’interno della capsula chiusa, e il tempo veniva gradualmente aumentato con il progredire dell’addestramento. Gli animali destinati a lunghi voli dovevano sopportare fino a 20 giorni di reclusione, un periodo che fu determinato empiricamente. Inizialmente, questi esperimenti nelle capsule duravano fino a un massimo di 55 giorni. Inutile dire che non tutti i cani potevano sopportare un simile stress; alcuni piagnucolavano incessantemente e cercavano di abbattere la porta. Si credeva che tali esperimenti avrebbero rivelato il carattere e la psiche dell’animale e per quale tipo di volo fosse adatto: breve, lungo o nessuno dei due. Gli esemplari che superarono la selezione preliminare vennero poi operati (con interventi di per sé piuttosto rischiosi): vennero loro inseriti elettrodi e cateteri per monitorare la salute e somministrare farmaci direttamente nel circolo sanguigno, e le loro code furono mozzate (poiché potevano interferire con il sistema di ventilazione interno della capsula).

I sovietici preferirono inviare i cani nello spazio in coppia per assicurarsi che i risultati ottenuti non fossero basati su una reazione individuale, e li selezionarono in base alla compatibilità psicologica; altro fattore chiave.

In totale, l’Urss ha lanciato 51 cani a bordo di razzi, 12 dei quali non sono sopravvissuti al volo. La morte di Laika, nel 1957, fu la più tragica, data la vastità e la pubblicità dell’evento.

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La missione venne preparata con una fretta tremenda. Nell’ottobre di quell’anno, Nikita Khrushchev, segretario generale del Partito comunista, ordinò che un cane dovesse essere messo in orbita terrestre entro il 7 novembre, quarantesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. Ma non esisteva ancora la strumentazione necessaria per permettere un rientro in sicurezza dell’animale. Laika era quindi condannata, ma nessuno doveva saperlo. In realtà, “si pensava che Laika sarebbe morta circa una settimana dopo il decollo. Sfortunatamente, morì molto prima”, ricordò Gazenko.

A causa di un errore di calcolo della conducibilità termica, Laika soffocò solo poche ore dopo il lancio, ma questo fatto è stato rivelato solo nel 2002. Nel 1957, la stampa sovietica continuò a pubblicare rapporti sulla sua salute per sette giorni, durante i quali Laika era ufficialmente “sana e salva”. Successivamente, l’Urss annunciò che, avendo acquisito conoscenze inestimabili dall’esperimento, Laika era però stata abbattuta, provocando una raffica di critiche da parte dell’Occidente.

Più tardi, commentando la morte di Laika, Gazenko disse che “lavorare con gli animali era straziante. Li trattavamo come bambini che non sapevano parlare. Più passa il tempo, più me ne pento. Non avremmo dovuto farlo. Non abbiamo ottenuto abbastanza informazioni da queste missioni per giustificare la loro morte.”

Anni dopo, negli anni Ottanta e Novanta, l’Unione Sovietica e poi la Russia hanno tentato la fortuna con le scimmie. Dodici sono volate nello spazio nell’ambito del programma Bion, ma l’ultima di loro, chiamata Multik, è morta a seguito di un difficile atterraggio. Dopo questa tragedia, il programma è stato cancellato.


I sovietici avevano già tragicamente provato a far volare qualcuno nello spazio prima di Gagarin? 

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