I sovietici avevano già tragicamente provato a far volare qualcuno nello spazio prima di Gagarin?

Sputnik; Pixabay
Le teorie del complotto continuano a fiorire, anche a tanti anni di distanza, e non manca chi è pronto a sostenere che prima di quello storico 12 aprile 1961, altri uomini erano stati spediti nel cosmo dai russi, ma che la missione era finita male e quindi era stata passata sotto silenzio

Il 14 dicembre 1959, il quotidiano dell’Alabama “The Gadsden Times” pubblicò un reportage dell’Associated Press intitolato “Oberth Believes Astronauts Lost”. Nell’articolo, uno dei fondatori della scienza missilistica e dell’astronautica, lo scienziato e fisico tedesco Hermann Oberth (1894-1989), affermava che da notizie dell’intelligence americana e di altre fonti, sapeva per certo che i russi avevano fatto diversi tentativi fallimentari di inviare persone nello spazio.

“I russi usano una base missilistica vicino al Monte Elbrus, nei pressi del confine iraniano, come sito di lancio di missili spaziali con umani a bordo”, disse. Aggiungendo: “Sperimentano da due anni missili con equipaggio, anche se non hanno ancora usato piloti collaudatori di primo piano su navicelle spaziali”.

L’articolo venne pubblicato nel 1959. Uscì in Alabama perché lì, ad Huntsville, lo scienziato lavorava allo sviluppo di razzi spaziali, dopo aver vissuto alcuni anni alla Spezia, sperimentando missili a nitrato d’ammonio per la Marina Militare italiana. Nel 1961, il 12 aprile, appena due anni dopo quell’articolo, l’Unione Sovietica annunciò a tutto il mondo la conquista dello spazio da parte del primo uomo. Ma le voci su tragici lanci non andati a buon fine, che avrebbero preceduto la missione Vostok-1 con Jurij Gagarin a bordo, alimentano ancora oggi teorie del complotto.

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Una morte a lungo mantenuta segreta

Prima del primo volo nello spazio con un uomo a bordo, alcune persone associate al programma spaziale sovietico morirono davvero. Uno dei primi incidenti mortali che coinvolse un membro della squadra dei cosmonautici sovietici fu quello di Valentin Bondarenko (1937-1961).

Uno dei test che i candidati al volo nello spazio dovevano superare era un soggiorno di lunga durata in una camera pressurizzata, insonorizzata e dalla scarsa illuminazione. Qui, veniva imitato l’isolamento che gli astronauti avrebbero dovuto sperimentare durante un volo nello spazio e si studiava l’effetto della solitudine e del completo silenzio sulla psiche umana.

In parole povere, Bondarenko venne rinchiuso in una cella isolata, dove la pressione dell’aria fu diminuita e vennero aumentati artificialmente i livelli di ossigeno al 40% (quasi il doppio rispetto alla norma sulla terra). Queste condizioni trasformarono un suo piccolo errore in tragedia.

Dopo uno dei tanti test medici, Bondarenko rimosse uno dei sensori fissati sul suo corpo, vi passò un batuffolo imbevuto d’alcol per la disinfezione e lo buttò via. Sfortunatamente, per una banale negligenza, l’ovatta invece di finire in un cestino cadde su una stufetta calda e si infiammò. A causa dell’elevata saturazione di ossigeno nell’aria, il fuoco nella camera si diffuse rapidissimamente, e si incendiarono anche i vestiti di Bondarenko.

A causa della differenza di pressione non era possibile aprire immediatamente la porta. Ci volle circa mezz’ora, prima di poter accedere per soccorrere il cosmonauta. Bondarenko venne portato in ospedale con gravi ustioni, e non fu possibile salvarlo. Morì 19 giorni prima del volo del primo uomo nello spazio.

Prigioniero dei cinesi

Due giorni prima dello storico volo di Jurij Gagarin, il corrispondente da Mosca del quotidiano comunista britannico “The Daily Worker”, Dennis Ogden, scrisse un pezzo che fece sensazione.

Secondo il giornalista, il collaudatore Vladimir Iljushin (1927-2010), figlio del leggendario progettista di aerei sovietico Sergej Iljushin, era stato il primo uomo a volare nello spazio, ma si era verificata un’emergenza ed era stato costretto a interrompere il volo e a tornare a terra. Si diffuse la voce che Iljushin non fosse atterrato in Urss, ma in Cina. E che i cinesi lo avessero catturato, per farsi confessare i segreti del programma spaziale sovietico.

Inoltre, il giornalista sostenne che il primo astronauta aveva subito gravi lesioni, riportando problemi sia fisici che mentali, e che il governo sovietico aveva goffamente cercato di nascondere il fatto, mascherandolo da incidente stradale.

Le voci di un atterraggio di emergenza del “primo astronauta” in un altro Stato sono state poi alimentate dal documentario del 1999 di Elliott Haimoff “The Cosmonaut Cover-Up”, che sosteneva la teoria del complotto secondo cui il primo volo con equipaggio nello spazio si era concluso tragicamente.

Tuttavia, per tutti gli anni fino al 2020, i sostenitori di questa teoria non sono stati in grado di fornire alcuna prova del volo senza successo nello spazio di Iljushin, e lo stesso pilota collaudatore negli anni era salito al rango di maggiore generale dell’esercito sovietico ed è morto a Mosca, ormai anziano, nel 2010.

Voci meno insistenti riguardavano altri “primi” cosmonauti apparentemente andati tragicamente perduti. Tuttavia, secondo Larisa Uspenskaja, la responsabile dell’archivio della prima squadra di cosmonauti, “possiamo solo citare il manichino Ivan Ivanovich come cosmonauta numero zero”.

Il 21 marzo 1961, questo manichino, scherzosamente chiamato Ivan Ivanovich, e il cane Zvjozdochka fecero il loro primo volo spaziale, precedendo la trionfale missione storica di Jurij Gagarin del 12 aprile.


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