Dieci curiosità poco conosciute sul primo volo di Gagarin nello spazio

Sputnik
Il 12 aprile 1961 il cosmonauta divenne una sorta di dio in terra, ma molti particolari di quella storica missione sono diventati di pubblico dominio solo recentemente

Alcune settimane prima del leggendario volo di Jurij Gagarin del 12 aprile 1961, un manichino di nome “Ivan Ivanovich” venne inviato nello spazio assieme al cane Zvjózdochka. Insieme a loro sulla navicella spaziale c’era una radio che trasmetteva a terra registrazioni di ricette culinarie e di canzoni corali. Ciò venne fatto appositamente per confondere gli americani, che monitoravano il volo e che persero un sacco di tempo, lungo e infruttuoso, nel tentativo di decifrare queste informazioni che credevano “codificate”.

La scritta “Urss” venne apposta sul casco di Gagarin letteralmente 20 minuti prima del decollo. All’ultimo momento, decisero che durante l’atterraggio, l’astronauta avrebbe potuto essere scambiato per una spia straniera da chi dovesse vederlo atterrare in qualche landa desolata. Solo un anno prima, l’aereo da ricognizione U2 dell’americano Francis Gary Powers, che indossava un elmetto simile, era stato abbattuto sul territorio dell’Urss.

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Al momento del decollo, Jurij Gagarin avrebbe dovuto usare un messaggio convenzionale:  “Equipaggio, sto decollando!” (“Ekipàzh, vzletàju!”). Ma il cosmonauta, dopo aver deciso di infrangere il protocollo, pronunciò il famoso “Poékhali!” (“Andiamo!”), passato alla storia. Era quello che di solito diceva il suo istruttore di volo Mark Gallaj quando decollava in aereo da solo, perché sinceramente non capiva che senso avesse rivolgersi all’equipaggio se c’era una sola persona a bordo.

La navicella di Gagarin, il “Vostok-1”, era controllata automaticamente, dal momento che nessuno poteva prevedere come una persona si sarebbe comportata in condizioni così estreme. In caso di emergenza, a Jurij è stata data una busta con un codice per l’attivazione del controllo manuale. Era possibile ottenere il codice risolvendo un semplice problema aritmetico, cosa difficile per una persona in stato di panico.

Prima della sua partenza, Jurij Gagarin scrisse una lettera d’addio a sua moglie Valentina, che avrebbe dovuto esserle consegnata in caso di morte. La moglie del primo uomo nello spazio ricevette questa lettera sette anni dopo, quando Gagarin morì in un incidente aereo, il 27 marzo 1968.

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A quell’epoca, non avevano una chiara idea di come un’astronave reagisse durante la discesa attraverso gli strati densi dell’atmosfera. Vedendo le fiamme dall’oblò, Gagarin decise che la navicella era in avaria e comunicò alla terra: “Sto bruciando, addio compagni!” Per ovvie ragioni, queste parole si decise poi di dimenticarle.

Jurij Gagarin partì per lo spazio con il grado di tenente anziano (“Stárshij Lejtenànt”, corrispondente a un primo tenente), e atterrò con il grado di maggiore. Esiste una versione secondo la quale Khrushchev si sarebbe rivolto personalmente al ministro della Difesa Rodion Malinovskij con l’ordine di promuovere il cosmonauta, chiedendo che il primo uomo nello spazio, saltando il grado di capitano, diventasse immediatamente maggiore.

Durante il volo del Vostok-1, per la prima volta nella storia, delle armi furono portate nello spazio. A Jurij Gagarin fu data infatti una pistola Makarov. Si presumeva che l’astronauta potesse atterrare in un’area remota, dove avrebbe potuto doversi difendere da animali selvatici. Questo è esattamente quello che accadde con l’equipaggio del Voskhod-2, che nel 1965 dovette mettersi al riparo da lupi e orsi della taiga innevata degli Urali meridionali, sparando.

L’atterraggio dell’astronauta sulla Terra all’interno della capsula era allora tecnicamente impossibile, quindi Gagarin fu espulso e scese con il paracadute. Nella sua tuta ermetica, la valvola per fornire aria non funzionò immediatamente, e rimase bloccata per un po’. Il primo uomo nello spazio, dopo aver fatto il lavoro più difficile, per poco non morì quando era quasi alla fine della missione.

Due giorni dopo il volo, ad un ricevimento al Cremlino, Nikita Khrushchev chiamò Gagarin in disparte e gli chiese se avesse visto Dio. Il cosmonauta rispose scherzosamente: “L’ho visto”. Al che il leader sovietico implorò: “Ti prego di non dirlo a nessuno”. Dopo qualche tempo, il Patriarca Alessio I si avvicinò all’astronauta con la stessa domanda. Gagarin era imbarazzato a scherzare con il capo della Chiesa ortodossa russa e rispose: “No, padre, sfortunatamente, non l’ho visto.” “Ti prego, Jura, non dirlo a nessuno”, gli disse Alessio.


Questi poster della propaganda sovietica fecero di Jurij Gagarin un semidio 

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