Ugoljok e Veterok: come due cani cosmonauti dimostrarono che era possibile andare sulla Luna

Lev Polikashin/Sputnik
Alla fine del 1965 già 25 persone erano state nello Spazio, ma nessuno per più di cinque giorni. Era l’ora di scoprire cosa sarebbe successo in caso di permanenze più prolungate, e furono due eroi sovietici a quattro zampe a farlo

Perché mai, verrebbe da chiedersi, lanciare dei cani nello Spazio dopo che ci è già volato un uomo? In uno dei banchetti in suo onore, Jurij Gagarin (1934-1968) una volta disse scherzosamente: “Non ho mai capito se sono stato il primo uomo o l’ultimo cane nello Spazio”. Ma dopo Gagarin, volato in orbita il 12 aprile 1961, l’Unione Sovietica non smise di lanciare cani nello Spazio. Il 22 febbraio 1966, il biosatellite “Kosmos-110” decollò con a bordo Veterók e Ugoljók.

Questi due sono forse gli esemplari più eroici nella storia dei “cani cosmonauti”, iniziata nel 1951 con il decollo di Dézik e Tsigàn. Rimasero infatti nello Spazio per 22 giorni, un record assoluto per i cani e temporaneamente anche per tutti gli esseri viventi. I cosmonauti (umani) della missione Sojuz-11 riuscirono a batterlo solo cinque anni dopo, rimanendo in orbita quasi 24 giorni. Ma i due bastardini pagarono un prezzo per il loro successo.

Il primo casting

Cinque giorni. Questa era stata la durata massima dei voli con equipaggio umano fino al 1965. Il fatto è che la possibilità tecnica di mettere in orbita un uomo per più tempo esisteva già, ma non si aveva la certezza che il cosmonauta potesse restare così a lungo nello Spazio senza danni alla salute.

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Tuttavia, presto, secondo i piani, i voli spaziali sarebbero diventati più lunghi ed era necessario valutare l’effetto dell’assenza di gravità e dell’aumento delle radiazioni sul corpo. Così i sovietici decisero di sperimentare, secondo una tradizione ormai consolidata, ancora una volta sui cani.

Veterók (“Venticello”; “Brezza”) e Ugoljók (“Brace”; “Carboncino”) furono due degli oltre cento bastardini selezionati per questa missione. I criteri di prima scelta erano molto basici. I cani venivano cercati per strada, perché i bastardini erano considerati più resistenti e intelligenti degli esemplari di razza. Inoltre, il loro peso non doveva essere superiore ai 6 chilogrammi e la loro altezza non più di 35 centimetri. Il desiderio particolare dei “registi” che dovevano riprendere la missione era che fossero di colore bianco. Sembrava che venissero meglio nell’inquadratura. Ma non fu sempre possibile accontentarli. Dopo aver superato un tale casting, i cani erano pronti per un vero test di sopravvivenza.

Fu necessario mozzare loro la coda

Per un tale test, i cani dovevano essere preparati prima di tutto fisicamente. Un compito non banale era risolvere i problemi legati all’alimentazione, alle escrezioni e al movimento di animali rinchiusi così a lungo in una cabina. Fu deciso di operare i cani.

“Si decise di nutrire artificialmente i cani nello Spazio attraverso una sonda gastrica. Dovetti sviluppare cibo omogeneizzato per loro in modo che entrasse nello stomaco in porzioni stabilite… Il recupero delle informazioni doveva avvenire in modo automatico. E tutto questo doveva essere provato sulla Terra, e più di una volta”, ha ricordato Jurij Senkevich, che lavorava nella squadra preparatoria, in un suo libro di memorie.

Oltre alla sonda gastrica, ai cani vennero impiantati cateteri nell’aorta, elettrodi per elettrocardiogramma sottocutanei e, cosa più dolorosa, la coda venne loro amputata. Questo perché interferiva con il sistema di ventilazione di scarico nella cabina spaziale. Questa operazione era difficile e pericolosa, poiché venivano operati animali già adulti. Veterok e Ugoljok sopportarono l’amputazione senza problemi, ma due cani dello squadrone morirono dopo essersi svegliati dall’anestesia ed essersi strappati le bende. In totale, all’epoca furono operati circa un centinaio di bastardini, ma solo 30 superarono poi con successo il test finale.

L’allenamento alla vita in una scatola

I candidati per il volo dovevano essere addestrati a una lunga permanenza al chiuso e all’immobilizzazione. Inizialmente, vennero bloccati nella cabina di pilotaggio solo per poche ore, e ogni volta successiva sempre più a lungo.

In questi esperimenti, i cani erano fissati in una certa posizione in cui non potevano sedersi né sdraiarsi, ma stavano in piedi e appesi alle cinghie cucite alla tuta. A partire dal ventesimo giorno, lo stato mentale degli animali iniziava a deteriorarsi. Quasi tutti cominciarono a perdere peso e a diventare apatici. Dopo 35-45 giorni, tutti i cani perfettamente addestrati ancora piagnucolavano. In totale, vennero effettuati tre esperimenti da 50-55 giorni nell’ambito del programma di volo. Ma nello Spazio reale sarebbero rimasti non più di 20 giorni. Questo era considerato il periodo ottimale.

Veterok e Ugoljok si dimostrarono i migliori. Veterok divenne il soggetto principale del test, Ugoljok quello di controllo. Senkevich scriverà: “Abbiamo lavorato senza sosta e preparato l’esperimento più complicato in meno di un anno. Veterok e Ugoljok hanno volato per 22 giorni e, nonostante l’attenta preparazione, hanno avuto delle difficoltà”.

La missione

I cani furono messi a bordo della navicella sei ore prima della partenza, in due cabine separate. Oltre a loro, il satellite per gli esperimenti includeva larve di Drosophila melanogaster (il moscerino della frutta), bulbi e semi secchi di piante, lievito, siero del sangue e alcuni batteri infettati con virus.

Il volo avvenne secondo i piani. A Veterok era stato somministrato un agente anti-radiazioni direttamente nel sangue, come ad altri due cani sulla Terra del gruppo di controllo. Il farmaco non venne invece iniettato a Ugoljok.

Il 21° giorno (sì, già oltre la soglia raccomandata di 20 giorni), apparve una tendenza persistente a un graduale deterioramento della composizione dell’aria nell’abitacolo e si decise di far rientrare il satellite a terra.

“Il satellite atterrò il 16 marzo e alle sette di sera i cani erano già all’Istituto per i Problemi biomedici del Ministero della Salute dell’Urss. Tutti erano al settimo cielo. Gli speciali contenitori all’interno dei quali si trovavano i cani vennero portati in sala operatoria per farli uscire. La nostra gioia fu però rimpiazzata da una sensazione di dolore quando le tute di nylon vennero tolte ai cani, e vedemmo che non avevano più peli, ma solo pelle nuda, dermatiti e persino piaghe da decubito”, ha ricordato un’altra dipendente dell’istituto, Elena Jumasheva.

I cani non si reggevano sulle zampe ed erano molto deboli, disidratati e con un battito cardiaco accelerato. Ma i canali tv statali sovietici stavano aspettando un servizio con i cani eroici, e gli animali furono portati nello studio televisivo quel giorno stesso.

“Furono accuratamente lavati con disinfettanti, legati e portati a Shabolovka per la puntata di ‘Intervidenije’ delle 22. La trasmissione andava in onda in diretta, allora. Facemmo finta che i cani stessero in piedi da soli. Ero molto dispiaciuta per loro. Non si sono nemmeno lamentati, ma si leccavano l’un l’altro”, ha raccontato la Jumasheva.

Una lunga vita sulla Terra

Veterok e Ugoljok, tuttavia, si ripresero molto rapidamente. Un mese dopo, correvano già felici per il cortile e vissero poi una vita canina lunga, abbastanza ordinaria, nell’istituto, fino alla fine dei loro giorni.

Ugoljok lasciò una prole: ben sei cuccioli. Veterok amava vivere sotto la scrivania di colui che lo aveva mandato nello Spazio. Nel corso degli anni, il cane iniziò a perdere i denti per una carenza di calcio. Non poteva nemmeno più masticare un po’ di salume da solo, cosa che l’intero laboratorio iniziò a fare per lui negli ultimi tre anni di vita. Morì di vecchiaia 12 anni dopo il volo nel Cosmo.

Grazie al loro esperimento, il passo successivo nella “Corsa alla Luna” divenne possibile. Fu il volo di Andrijan Nikolaev e Vitalij Sevastjanov nel 1970 (Sojuz-9). Durò quasi 18 giorni.


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