Chi erano le donne sovietiche che raggiunsero il Polo Sud sugli sci?

Irina Kuznetsova/TASS, Sputnik
Il gruppo di sciatrici di fondo “Metelitsa” fin dagli anni Sessanta si pose ambiziosi obiettivi in un campo che in passato era considerato unicamente maschile, ed ebbe enormi successi

Quando il famoso esploratore polare britannico Wally Herbert (1934-2007) fu ufficialmente riconosciuto come il primo uomo ad aver raggiunto il Polo Nord a piedi nel 1969, la sua avventura fu d’ispirazione per  molte persone in tutto il mondo. L’Unione Sovietica non fece eccezione.

Alcuni anni prima del successo di Wally Herbert, un gruppo di giovani appassionate di sci di fondo aveva formato una squadra di sci di ricerca polare tutta al femminile, chiamata “Metélitsa” (Метелица”, che dal russo si traduce come “bufera di neve”; “tormenta”). Ora le ragazze avevano un obiettivo stampato in testa: raggiungere il Polo Sud con gli sci ai piedi!

LEGGI ANCHE: Chi ha “scoperto” il Polo Nord? Dalle prime esplorazioni al turismo polare, la Russia è sempre in pole position 

Sui giornali

Sebbene la spedizione simbolo di Wally Herbert avesse messo in testa ai membri di “Metelitsa” l’idea di raggiungere il Polo Sud con gli sci, la squadra era stata inizialmente creata sull’onda di un altro record stimolante, anche se molto meno significativo.

Il gruppo di sciatrici “Metelitsa”

Nel 1966, una squadra maschile di studenti dell’Università Tecnica Statale di Mosca “Bauman” aveva attraversato i 725 chilometri da Mosca a Leningrado (oggi, San Pietroburgo) sugli sci di fondo. Gli uomini avevano terminato la corsa in sei giorni e mezzo, il che significa che ogni giorno avevano coperto la distanza di circa 110 chilometri con gli sci.

Valentina Kuznetsova, ingegnere radiofonico di 29 anni presso uno dei centri di ricerca di Mosca e appassionata di sci, aveva avuto l’idea di rifare quella corsa con un solo aggiustamento: tutti i membri sarebbero state donne.

La fondatrice del team Valentina Kuznetsova

Il suo allenatore sostenne l’idea e le autorità locali di Mosca e Leningrado misero sotto la loro egida l’iniziativa. Ben presto si fecero avanti altre volontarie. Troppe persone, però, vennero a conoscenza del piano delle donne, e alla fine venne divulgato alla stampa e uscirono diverse notizie.

Il giornale “Moskóvskaja sportìvnaja nedélja” (“La settimana sportiva di Mosca”), pubblicò un articolo sulla sfida. Scriveva che il vero obiettivo della neonata squadra femminile, i cui membri si stavano allenando attivamente per la maratona di sci di fondo Mosca-Leningrado, era quello di battere il record che era stato recentemente stabilito dalla squadra maschile. Venne inoltre fornito l’elenco completo dei nomi delle sfidanti.

Uno spirito da leader

“Già era difficile preparare la corsa prima che l’articolo fosse pubblicato, ma è diventato quasi impossibile dopo. Quasi l’intero mondo dello sci ci ha dato addosso, come se fossimo degli impostori”, scrisse la Kuznetsova nel suo diario.

Le autorità locali, che in precedenza avevano sostenuto l’iniziativa, ritirarono il loro sostegno, poiché avevano paura di pubblicità sgradita, e soprattutto della brutta figura nel caso in cui la squadra femminile non fosse riuscita a battere il record maschile.

Ma Valentina Kuznetsova non era il tipo di persona che si arrende facilmente. Sapeva cosa ci vuole per superare le circostanze avverse per esperienza personale, non per sentito dire. Quando la futura leader di Metelitsa aveva solo cinque anni, i nazisti, che avevano occupato il suo villaggio natale nella regione di Kursk, vennero a conoscenza del fatto che sua madre stava aiutando i partigiani della guerriglia di resistenza.

Valentina Kuznetsova

“Fu un giorno terribile. Mia madre, mia sorella e io fummo portate fuori per essere fucilate. Un miracolo ci ha salvate. Ma da quel giorno per molto tempo non ho più potuto parlare”, ha ricordato la Kuznetsova.

La bambina di cinque anni non proferì più parola per i due anni successivi e iniziò a subire il bullismo degli altri bambini, che trovavano divertente prendere in giro la “muta”.

“Erano molto divertiti. Cercavano costantemente di costringermi a dire qualcosa. Per qualche motivo, a loro piaceva particolarmente la parola “galletto” e io provavo a sbloccarmi e a pronunciarla fino a sfinirmi… Per sbarazzarmi di loro ho deciso di imparare a dire questa parola a tutti i costi. Così, grazie alla crudeltà dei bambini, ho ripreso a parlare, ha confessato la Kuznetsova anni dopo, in una delle sue numerose interviste.

Nel 1966, la leader di Metelitsa era un ingegnere, una moglie e una madre. Ma proprio come la bambina traumatizzata dai nazisti, la Kuznetsova non poteva accettare di tornare sui propri passi così facilmente: la corsa sugli sci doveva essere fatta!

Da Mosca a Leningrado

La partenza, prevista alle 10 del mattino del 22 dicembre 1966, fu segnata da un’inaspettata tragedia. La casa che apparteneva a uno dei membri di Metelitsa, Valentina Kurepkina, prese fuoco e fu rasa al suolo.

Ma non si poteva certo fermare la prima gara femminile di tale portata, e la mattina della partenza Valentina Kuznetsova e il resto della squadra, compresa Valentina Kurepkina, erano regolarmente alla linea di partenza.

“Quasi il 99 per cento del lavoro associato a qualsiasi spedizione è dedicato all’organizzazione, alla preparazione della squadra e del percorso, alla rimozione o alla prevenzione di tutti i rischi, alle complicazioni impreviste e alla contabilità e alla previsione di fattori soggettivi. Contrariamente a quanto si possa credere, è con l’inizio della spedizione che i membri della spedizione vivono una vita migliore: una vita più calma, anche se allo stesso tempo più difficile (fisicamente difficile, ma non moralmente)”, ha scritto Valentina Kuznetsova.

Due ragazze del team Metelitsa dopo l'impresa sugli sci da Mosca a San Pietroburgo

Le giovani donne perseguirono il loro primo obiettivo con una dedizione senza precedenti. Percorsero 98 chilometri al giorno, combattendo con temperature che scesero fino a -34 °C. Ci vollero loro sette giorni e mezzo per completare il viaggio, e così le donne raggiunsero una parità simbolica con gli uomini che avevano percorso la stessa distanza in sei giorni e mezzo.

“Alcuni membri del team, pur portando a cose normali un numero di scarpe 37-38, hanno dovuto farsi arrivare dei 42, da tanto che i loro piedi erano gonfi”, raccontò la Kuznetsova.

Un articolo di giornale sulla corsa femminile intitolato “725 km di coraggio” pose la domanda che era già sospesa nell’aria tra i membri di Metelitsa: “Continueranno con nuove avventure?”.

Tra Artico e Antartide

Dopo il loro primo successo, il team di Metelitsa condusse varie spedizioni. Andarono a Helsinki, in Alaska, e anche in zone di difficile accesso, come Capo Cheljushkin (il punto continentale più settentrionale della Russia, dell’Eurasia e del mondo), Sévernaja Zemljà, e la Terra di Francesco Giuseppe.

Le ragazze del team nell'Artico

Le ragazze di Metelitsa parteciparono a ben otto spedizioni sulla Terra di Francesco Giuseppe; più che in qualsiasi altro posto. “Conosciamo le isole e gli stretti della parte centrale della Terra di Francesco Giuseppe meglio delle strade di Mosca”, scrisse la Kuznetsova.

Ogni nuova corsa delle ragazze era più audace e più pericolosa. Le donne dovevano resistere a tempeste di neve, temperature estreme, ghiaccio sottile pronto a spezzarsi e persino agli orsi.

“Prima della nostra prima spedizione, gli istruttori ci hanno detto: ‘Se un orso vi segue, non ve ne accorgerete finché non vi attaccherà. Se lo vedete, vuol dire che è solo di passaggio’”, scrisse la Kuznetsova.

Una ragazza del team Metelitsa durante una spedizione

Per proteggersi dagli orsi, la squadra aveva sempre torce e pistole pronte. Durante una delle spedizioni, le donne ricevettero anche un fucile Kalashnikov e le munizioni.

Il team trascorse un intero decennio facendo numerose spedizioni, affinando le proprie abilità, padroneggiando la resistenza personale e nei confronti degli elementi. Tuttavia, il Santo Graal di Metelitsa, l’Antartide e il Polo Sud, rimase a lungo un sogno irraggiungibile.

Ma il tempo per le donne sovietiche di mettere piede per la prima volta in Antartide arrivò nel dicembre 1988. Dopo che una squadra di ricognizione aveva visitato il continente e pianificato la corsa, nove membri della squadra di Metelitsa sbarcarono alla prima stazione scientifica antartica sovietica, la Mirnyj, con l’intenzione di raggiungere la stazione Vostok, altra stazione di ricerca sovietica, nell’entroterra della regione della Terra della Principessa Elisabetta, percorrendo 1.420 chilometri sugli sci.

Una ragazza del team Metelitsa nell'Artico

Il gruppo della spedizione era composto da Valentina Kuznetsova, la storica capogruppo che aveva già 51 anni, e da altri vecchi e nuovi membri di Metelitsa: Natalja Bakhareva, Irina Gurieva, Svetlana Gurieva, Svetlana Zubkova, Ljudmila Kosareva, Irina Romanchenko, Elena Khovantseva e dalla figlia ventisettenne della Kuznetsova, Irina. Le donne progettavano di percorrere un percorso lungo e difficile in Antartide, anche se per il momento il Polo Sud rimaneva fuori dalla portata della loro missione.

Irina Kuznetsova, figlia di Valentina, fotografa del team

“Quando siamo atterrate alla stazione Mirnyj, ci è stato detto: ‘Ragazze, se andate almeno tre giorni con gli sci, sarete dei supereroi”. Siamo andate avanti per 57 giorni. Quando la squadra ha iniziato, la temperatura era di -7 °C, quando abbiamo finito era di -48 °C. Di notte la temperatura scendeva a -55 °C. Abbiamo camminato dalla costa al centro […] dal punto 0 [altitudine sopra il livello del mare] all’altezza di 3.800 metri. Data la mancanza di ossigeno e altre condizioni, questi 3.800 metri erano equivalenti a 5.000-6.000 metri sul Tian Shan [catena montuosa]”, ha scritto Valentina Kuznetsova.

Prima che il team di Metelitsa si avventurasse ad attraversare 1.420 chilometri tra la neve e il ghiaccio dell’Antartide, pochissime persone avevano creduto che fosse possibile. Per gli ultimi 12 chilometri, le donne avanzarono vestite con uniformi rosse, per celebrare un risultato sovietico che in precedenza si pensava fosse altamente improbabile.

Le ragazze con le uniformi rosse indossate per percorrere gli ultimi 12 chilometri

La pagina conclusiva del diario di viaggio che il team ha regolarmente compilato lungo la strada è concisa ed emotiva: “Signore, l’abbiamo fatto davvero?!”

Sì, c’erano riuscite. E sette anni dopo, nel 1995, cinque membri della squadra di Metelitsa issarono la bandiera russa al Polo Sud, raggiungendo l’obiettivo principale della squadra e realizzando il sogno della sua fondatrice.

Le ragazze del team Metelitsa al Polo Sud

Fin dalla loro prima avventura, da Mosca a San Pietroburgo, alle donne è stato continuamente chiesto perché lo facevano e cosa le motivava.

La fondatrice di Metelitsa, Valentina Kuznetsova, morta per cause naturali a Mosca all’età di 73 anni il 3 settembre 2010, amava rispondere con un’altra domanda: “E perché le persone scalano le montagne, vanno in barca al centro degli oceani, o volano nello spazio inesplorato? Una mente inquieta e una grande missione guida e continua a guidare gli esseri umani verso l’ignoto”.


Così i russi per primi raggiunsero l’Antartide 

Per utilizzare i materiali di Russia Beyond è obbligatorio indicare il link al pezzo originale

Scoprite le altre entusiasmanti storie e i video sulla pagina Facebook di Russia Beyond

Questo sito utilizza cookie. Clicca qui per saperne di più

Accetta cookie