Chapaev: il più leggendario comandante dell’Armata Rossa

Sputnik, Georgij e Sergej Vasilyev/Lenfilm, 1934
Il suo mito fu costruito dalla propaganda, con un libro e un film popolarissimo. Ma chi era nella vita vera?

Se a un russo o a un cittadino di un qualsiasi altro Paese dello spazio post-sovietico si chiede chi è secondo lui il comandante più leggendario dell’Armata Rossa, la risposta nella maggior parte dei casi sarà la stessa: Chapaev. Ma allo stesso tempo, molto probabilmente, l’intervistato non conoscerà praticamente nessun dettaglio della biografia del famoso capo militare, e a malapena avrà visto un film a lui dedicato e, se è giovane, di certo non avrà letto il romanzo che racconta la sua vita.

Vasìlij Ivànovich Chapàev (1887-1919) non era un grande comandante sovietico e, nonostante il suo coraggio, non compì imprese eccezionali tali da sorprendere l’immaginazione. Come è accaduto, allora, che un semplice comandante di divisione ai tempi della Guerra civile sia diventato non solo l’idolo della sua generazione, ma che anche ora, dopo cent’anni, il suo nome non sia ancora dimenticato nella Russia moderna?

Eroe di due guerre

Il percorso militare di Vasilij Chapaev (vero cognome: Chepàev) iniziò sui campi di battaglia della Prima guerra mondiale, durante la quale salì fino al grado di “feldfebel” (dal tedesco Feldwebel) e fu decorato con tre croci di San Giorgio. Nel settembre 1917, proprio alla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre, Chapaev si unì ai bolscevichi.

Di origine contadina, in possesso di una ricca esperienza di combattimento e di eccezionali qualità di leadership, Vasilij Ivanovich fece rapidamente carriera nell’Armata Rossa. Durante la Guerra civile che infuriava nel Paese, passò da comandante di reggimento a comandante di divisione.

Vasilij Chapaev (al centro) con i comandanti dell'Armata Rossa

Più tardi, la propaganda sovietica lo avrebbe ritratto come un audace cavaliere. Ma in realtà, Chapaev, a causa di una ferita rimediata durante la Prima guerra mondiale, non poteva stare a lungo a cavallo, e preferiva muoversi in auto o su una motocicletta con sidecar. E non comandava la cavalleria, ma la fanteria.

Nella primavera e nell’estate del 1919, Chapaev prese parte alle ostilità contro gli eserciti bianchi del “Comandante supremo della Russia” Aleksandr Kolchak (1874-1920) nella regione del Volga e negli Urali meridionali. I bolscevichi riuscirono a fermare l’offensiva del nemico, così come a prendere il grande centro industriale di Ufà, capitale della Baschiria. E le unità della 25ª Divisione di fucilieri, comandate da Chapaev furono le prime a irrompere in città.

Chapaev partecipò anche alla repressione delle rivolte contadine contro la cosiddetta appropriazione in eccesso: il ritiro dalla popolazione del pane in eccesso e di altro cibo per i bisogni dello Stato. Ma più tardi l’Urss preferì glissare su questo dettaglio.

L'attraversamento del fiume Belaya da parte della 25° Divisione Fucilieri sotto il comando di Chapaev, 1919

L’uccisione

L’episodio più misterioso nella biografia di Chapaev sono le circostanze della sua morte. Non è ancora noto come sia effettivamente morto il leggendario comandante di divisione.

Il 5 settembre 1919 un migliaio di cosacchi bianchi compì un’audace incursione alle spalle dell’Armata Rossa e attaccò improvvisamente il quartier generale della divisione di Chapaev a Lbishchensk (oggi questo villaggio di 9.500 abitanti, in Kazakistan, si chiama Chapaev in suo onore). “Prima dell’alba, il nemico si è avvicinato a Lbishchensk da tre lati. Dal quarto, quello orientale, scorre il fiume Ural. Le linee telefoniche e telegrafiche di comunicazione con le truppe e con Uralsk erano state interrotte. Alcuni dei cosacchi locali erano tornati a Lbishchensk per sparare alle spalle, seminare panico e morte”, si legge nel libro “Chapaev. Ocherk zhizni, revoljutsionnoj i boevoj dejatelnosti” (ossia: “Chapaev. Profilo della vita, delle attività rivoluzionarie e militari”), scritto dai figli del comandante di divisione: Aleksandr e Klavdija.

Una scena tratta dal film

I rossi subirono una terribile sconfitta: 1.500 uomini morirono in città, altri 1.000 furono fucilati nella steppa dai bianchi o persero la vita nel fiume Ural mentre cercavano di mettersi in salvo. Secondo la versione ufficiale, è così che morì anche il famoso comandante: nel mezzo del fiume venne colpito un proiettile nemico. Secondo un’altra versione, il ferito Chapaev venne trasportato in barca sull’altra sponda, dove spirò. C’è anche una versione secondo cui sarebbe stato fatto prigioniero e ucciso. In ogni caso, i suoi resti non sono mai stati ritrovati.

La nascita di una leggenda

La morte di Chapaev non fu un evento straordinario: leader militari non meno famosi che ricoprivano incarichi più alti di lui morirono nella Guerra civile. Tuttavia, nel 1923 ci fu un evento che lo glorificò per le generazioni a venire: venne pubblicato il romanzo “Chapaev” di Dmitrij Furmanov (1891-1926) sulle gesta del valoroso comandante di divisione. 

In Italia è uscito nel 1951 per i tipi di Universale Economica (in seguito, Feltrinelli) con il titolo di “Ciapaiev” e la traduzione di Tommaso Giglio (1923-1987), poeta e giornalista.

Vasilij Chapaev (al centro) con una benda e Dmitrij Furmanov alla sua destra, 1919

Furmanov conosceva bene il suo eroe: era infatti un commissario nella 25ª divisione di fanteria. Ma è interessante notare che Furmanov e Chapaev non erano dei grandi amici. Anzi, ebbero un un grave screzio, perché Chapaev corteggiava la moglie di Furmanov. “Ho iniziato a disprezzarvi pochi giorni fa, quando mi sono convinto che siate un carrierista, e quando ho visto che le molestie stanno diventando particolarmente arroganti e offensive per l’onore di mia moglie…”, scrisse Furmanov a Chapaev. “Il vostro modo di toccarla ha lasciato in me una sensazione di disgusto. L’impressione era quella di un rospo che tocca una colomba bianca: ho sentito freddo e disgusto…”. 

Poco prima del massacro di Lbishchensk, Furmanov lasciò la base della divisione (cosa che gli salvò la vita). Ci sono testimonianze che i due si fossero riconciliati prima della sua partenza, e l’immagine eroica di Chapaev che lo scrittore ha tratteggiato nel suo romanzo, sarebbe la conferma di questo fatto.

Furmanov cambiò il cognome “Chepaev” in “Chapaev”, ritenendolo più eufonico con la lettera a. Il nuovo cognome letterario mise radici così tanto nell’immaginario collettivo che divenne ufficiale. Anche i figli del comandante di divisione dovettero cambiare i loro documenti e abituarsi al fatto che ora si sarebbero chiamati Chapaev.

Un mito popolare

Una scena tratta dal film

Il film “Chapaev”, uscito nel 1934, per la regia dei fratelli Vasiljev (in realtà erano solo omonimi) elevò Chapaev a un livello di popolarità ancora più alto. La pellicola era basata sul romanzo di Furmanov, che, morto nel 1926, non visse abbastanza per vedere la trasposizione sul grande schermo.

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Nella fase di creazione della sceneggiatura, Stalin si unì alla lavorazione. Su suo ordine fu aggiunta una linea romantica, con l’amore che sboccia tra l’aiutante di Chapaev, Petka, e la mitragliera della divisione, Anka.

Stalin contribuì deliberatamente alla creazione del un culto degli eroi caduti della Guerra Civile. Non era saggio glorificare coloro che erano sopravvissuti: potevano diventare concorrenti significativi nella lotta per il potere (molti di loro sarebbero comunque presto morti durante il periodo delle Purghe). I caduti, invece, non rappresentavano un pericolo.

Il film ebbe un successo straordinario. Fu visto da 40 milioni di spettatori e proiettato per diversi anni. Stalin stesso vide “Chapaev” ben 38 volte!

Durante la Seconda guerra mondiale, Chapaev divenne una delle immagini principali della propaganda sovietica. Su uno dei poster si poteva vedere la sua immagine con la didascalia “Combattiamo alla grande, lottiamo accanitamente, siamo i nipoti di Suvorov, i figli di Chapaev!”.

Nel 1941 fu girato il cortometraggio “Chapaev s nami”, per la regia di Vladimir Petrov, in cui il comandante di divisione riesce a nuotare attraverso il fiume Ural. Sceso sull’altra sponda, incontra i soldati dell’Armata Rossa durante la Seconda guerra mondiale e si rivolge a loro con un appello ardente a sconfiggere spietatamente il nemico.

Protagonista delle barzellette

Nel corso degli anni, l’immagine di Chapaev perse la sua grandezza. Il pubblico non piangeva più quando vedeva la scena della sua morte.

Il videogioco

La sua figura si radicò nel folklore: Vasilij Ivanovich Chapaev divenne il protagonista di infinite barzellette in cui si trovava costantemente in situazioni comiche con il suo fedele assistente Petka e Anka la mitragliera. In questo divertente ruolo, è finito persino in una decina di giochi per computer.

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Ma l’immagine dell’eroe è stata usata recentemente anche in modo più serio. Il comandante della divisione è uno dei personaggi principali del romanzo filosofico cult di Viktor Pelevin (1962-) “Chapaev i Pustotà”. In italiano il titolo è stato cambiato in “Il mignolo di Buddha” e, nella traduzione di Katia Renna e Tatiana Olear, è uscito nel 2011 per Mondadori. Oggi è fuori catalogo.


Quei poster di propaganda che raccontano l’odio della Guerra civile 

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