Gorkij e gli altri: gli illustri prigionieri della fortezza di Pietro e Paolo a San Pietroburgo

TASS; Tanfel Backman/Archivio di Aleksandr Odinokov
Durante il periodo zarista, questa fortezza, edificata su progetto dall’architetto Domenico Trezzini, era utilizzata come prigione politica: qui vennero incarcerati filosofi e pensatori di grande fama

1 / Mikhail Bakunin

Il famoso filosofo e rivoluzionario russo Mikhail Bakunin era un seguace delle idee del filosofo tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Dopo essersi trasferito a Berlino, nel 1840, Bakunin si avvicinò all'ideologia comunista. Conobbe Karl Marx, con il quale però entrò in conflitto. Bakunin aveva infatti elaborato idee proprie di anarchismo e sosteneva la teoria del panslavismo, ovvero quella teoria che mirava a una federazione di popoli slavi per salvarli dall'assolutismo.

Rivoluzionario e attivista durante le sollevazioni in seno alla primavera dei popoli, in seguito della rivolta di Dresda del maggio 1849, Bakunin venne arrestato, internato prima nella fortezza di Pietro e Paolo di San Pietroburgo, e poi trasferito in Siberia.

Durante la sua prigionia nella fortezza costruita sull’isola delle Lepri, alla foce del fiume Neva, su progetto dall’architetto Domenico Trezzini, lo zar Nicola I gli ordinò di scrivere le sue idee filosofiche sulla Germania e il mondo slavo. Quest’opera passò alla storia con il titolo di “Confessione”, e dimostra come Bakunin fosse emotivamente distrutto durante il periodo di prigionia: ammise lui stesso di essere un criminale e invocò la morte. 

In una lettera alla sua famiglia, scritta nel 1854, disse: “Spero che capiate che chiunque abbia un minimo di rispetto per sé stesso preferirebbe la più terribile delle morti piuttosto di questa lenta e vergognosa agonia”, in riferimento all’ergastolo a cui lo avevano condannato. 

Nel 1857, Bakunin fu esiliato in Siberia dove visse fino al 1861, quando fuggì negli Stati Uniti passando per il Giappone. Si trasferì poi a Londra dove lavorò con Aleksandr Herzen per la rivista Kolokol (Campana). 

2 / Nikolaj Chernishevskij 

Chernishevskij si avvicinò alle idee socialiste e nichiliste durante i suoi studi all'Università di San Pietroburgo, e frequentò le riunioni del circolo politico di Mikhail Petrachevskij per approfondire le idee rivoluzionarie, pur non avendo mai fatto parte di quello stesso circolo. 

Dopo la laurea, cercò di intraprendere la carriera di insegnante, dalla quale ben presto si discostò per diventare pubblicista. Nel 1854, iniziò a scrivere per la rivista Sovremennik (Il contemporaneo), dove lavorò con il famoso poeta russo Nikolaj Nekrasov. Voleva usare questa rivista per divulgare le idee rivoluzionarie, ma nel 1862 Sovremennik fu sospesa per otto mesi e Chernishevskij arrestato per attività sovversiva. Fu imprigionato nella fortezza di Pietro e Paolo e durante questo periodo scrisse la sua opera principale, il romanzo “Chto delat?” (Che fare?). 

I censori lo lessero, ma non vi intravidero le idee del socialismo utopico rivelate nel romanzo, così Nekrasov fu autorizzato a pubblicarlo su Sovremennik. Avdotya Panaeva, che lavorava per la rivista, nel suo libro “Ricordi” scrive che Nekrasov aveva deciso di portare personalmente alla tipografia per la stampa il suo manoscritto “Che fare”. Panaeva raccontò: “Non era ancora passato un quarto d’ora, che Nekrasov tornò, sorpendendomi con una strana espressione dipinta sul volto mentre entrava nella mia stanza”. Aveva perso il manoscritto durante il tragitto. Fortunatamente fu ritrovato grazie a un annuncio, ma ci vollero alcuni giorni, e Panaeva ricorda: “Nekrasov era talmente preoccupato che non riusciva nemmeno a cenare. Era cupo e silenzioso, e all’improvviso iniziava a parlare del tragico destino del suo manoscritto”: 

“Che fare” ebbe un grande successo, ma la vita di Chernishevskij prese una piega tragica. Dopo la prigionia, fu mandato in esilio e gli fu permesso di tornare solo alcuni mesi prima della sua morte.

3 / Maksim Gorkij

All'inizio del XX secolo, Maksim Gorkij (all’anagrafe Aleksej Peshkov) era già un noto autore e pubblicista. Quando si accorse dell’umore della gente, durante un viaggio a San Pietroburgo, nel 1904, non potè far finta di nulla. 

Il giorno prima della tragica manifestazione guidata dal sacerdote ortodosso Georgij Gapon, il 9 gennaio 1905, passata alla storia come “Krovavoe Voskreseniye” (la Domenica di sangue), Gorkij fu tra gli attivisti sociali che visitarono alcune delle figure chiave dell'establishment politico russo. 

Più tardi, nelle sue memorie, Gorkij avrebbe riconosciuto che fu tutto inutile. Quando il 9 gennaio i manifestanti pacifici furono accolti da una raffica di spari sulla folla e da cariche della cavalleria, Gorkij, in una lettera alla moglie, scrisse: “I sentimenti stanno crescendo. Qui il prestigio dello zar è rovinato. Questo è il contenuto della giornata”. 

In quella lettera Gorkij rivelò anche di aver protetto Gapon. “Gapon è sopravvissuto per miracolo, è sdraiato nel mio appartamento e sta dormendo”. Inoltre, scrisse una lettera aperta in cui esortava la gente a combattere l'assolutismo. E furono proprio queste le ragioni che portarono all’arresto di Gorkij e alla sua reclusione nella fortezza di Pietro e Paolo. 

Nelle sue memorie, dice che il suo caro amico, produttore e filantropo Savva Morozov, lo aiutò ad uscire su cauzione nel giro di un mese. Ma gli fu imposto di lasciare la capitale. 

Il mese trascorso all’interno della fortezza tuttavia si rivelò piuttosto produttivo per lo scrittore, che lì lavorò alla stesura dell’opera teatrale “Deti solntsa” (I figli del sole) e iniziò a scrivere uno dei suoi romanzi più famosi, “Mat” (La madre).



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