Bakunin a Napoli rifletteva sull'Unità italica

Nel libro “Viaggio in Italia” (Elèuthera), lo storico Lorenzo Pezzica raccoglie gli scritti del rivoluzionario russo che nella città partenopea trovò la sua seconda casa
Mikhail Bakunin (Foto: Ria Novosti)

L’anarchico dissidente che amava Napoli. Seme naturale della rivoluzione, tra caffè, mare, scugnizzi. Della plebe “schiacciata dalla miseria, dalla fame, dalla malattia e dalla denutrizione”, che si sarebbe ribellata a re, padroni, borghesi e sfruttatori, preti. Una casta unita dagli interessi. A Napoli si compiva il disegno di Mikhail Bakunin con il suo anarchismo, movimento e pensiero politico, mostrato da “Viaggio in Italia” (Elèuthera, euro 12), raccolta di scritti sul mistico rivoluzionario russo, curata dallo storico e archivista Lorenzo Pezzica.

Al centro, la capitale del Mezzogiorno incastonata nel post Risorgimento. Bakunin raggiunse l’Italia dopo aver concordato a Londra, reduce da anni di esilio in Siberia, da dove scappò, con Marx, ancora suo alleato della Prima Internazionale, di trascinare sul fronte rivoluzionario i repubblicani compromessi con la monarchia.

Prima ancora, era scappato dall’esilio siberiano dove lo aveva spedito lo zar, percorrendo mezza Europa con la moglie Antonia Kwiatkowska. E a Napoli l’anarchico russo avrebbe voluto pure morire (invece ci resterà la sua famiglia).

Durante il suo soggiorno Bakunin analizzò le condizioni dell’Italia post-unitaria appena disegnata, tra speranze e fermenti risorgimentali. E del Mezzogiorno, segnato dal brigantaggio, tra contraddizioni sociali e divisioni.

A svelarci ogni segreto è proprio l'autore del libro, Lorenzo Pezzica.

La copertina del libro

Bakunin e Napoli. Un rapporto quasi familiare, il padre era stato in città?

Il padre aveva ricevuto un incarico dal governo russo, quindi venne in Italia e a Napoli. Invece lui arrivava nel 1864. L’Italia era al centro dei suoi pensieri, considerata terreno fertile per la rivoluzione. Rimase però molto deluso da Firenze. Quindi, si recò a Napoli. Una delle capitali d’Europa, dove si compirà il suo pensiero anarchico.

Quale fu il rapporto con Napoli?

Si integrò subito, come ci abitasse da anni. Con la famiglia trascorse prima del tempo a Sorrento, poi in una casa con vista sul Golfo. Voleva morire lì. Non fece in tempo, nella primavera 1876, perché era distrutto, consumato dalla sua attività, “metteva assieme pensiero e azione” come diceva Giuseppe Mazzini. A Napoli rimasero invece la moglie Antonia, che poi sposò l’internazionalista napoletano Carlo Giambuzzi, le sue figlie, tra cui Giulia Sofia, che sarebbe diventata la madre del matematico Renato Caccioppoli, e Maria, detta Marussia, studiosa di chimica, una delle prime docenti donna dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. E a Napoli fu piantato anche il seme del socialismo libertario. Tra circoli dell’Internazionale, riviste sovversive e la propaganda della rivoluzione.

Controverso il suo rapporto con Marx..

Si stimavano ma la rottura era dovuta alla natura del pensiero di Bakunin. Per lui la rivoluzione non doveva avvenire attraverso la dittatura del proletariato, come sosteneva Marx. Non poteva essere un’altra forma di Stato, una dittatura, a sostituire lo Stato.

Cosa apprezzava Bakunin di Napoli?

Innanzitutto il caffè, che doveva essere “nero come la notte, dolce come l’amore, caldo come l’inferno”. Poi adorava il cibo, il buon cibo di Napoli, il mare, gli scugnizzi. Ma il suo stile di vita non era lussuoso. Era, certo, aiutato, sostenuto dalle famiglie più ricche della città, come avveniva per altri intellettuali.

Dalla raccolta emerge un’analisi sociale del brigantaggio nell’era post-unitaria.

 

Un rivoluzionario che diventa osservatore sociale. Bakunin non analizza il fenomeno in se stesso, ma le cause. Non è un pensatore sistematico, scrive molti saggi, si sofferma sul malessere delle masse contadine. Sulla mancanza di attenzione nei loro confronti.

Nel suo scritto "La situation" (1868) invita gli italiani, per bancarotta dello Stato e l’avanzare della rivoluzione, alla giustizia, ovvero all'uguaglianza, ovvero alla libertà. Ma anche alla vendetta..

Non era un’incitazione alla violenza, ma una segnalazione sui problemi dell’Italia dopo l’unificazione di sette anni prima. Per esempio, se non ascoltati, soffocati dal brigantaggio, i contadini potevano prodursi in una vendetta sociale. Invece, secondo Bakunin, avrebbero dovuto essere guidati dal proletariato urbano e organizzati dalla gioventù socialista.   

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