Così le epidemie in Russia hanno scatenato linciaggi e rivolte nel corso della storia

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In passato la popolazione non capiva l’importanza della quarantena per fermare i contagi. E così intere città si ribellavano all’isolamento forzato, non facendo altro che peggiorare la situazione

Quando l’epidemia di peste mise in ginocchio il paese, nel 1654, le misure di contenimento dei contagi vennero adottate quando la situazione era ormai fuori controllo. La diffusione del virus uccise 700.000 persone.

La consapevolezza della popolazione sui rischi derivanti da un’epidemia aumentò solo nella seconda metà del XVIII secolo. Nel 1768 Caterina la Grande si vaccinò contro il vaiolo, una delle malattie infettive più diffuse all'epoca, e insistette affinché lo facessero anche tutti i suoi cortigiani e i funzionari. Ma tre anni dopo fu la peste, e non il vaiolo, a mettere a dura prova il paese.

La rivolta della peste di Mosca del 1771

Nel 1771, i soldati di ritorno dalla guerra ottomana portarono la peste a Mosca. 

Senza solide misure di contenimento e sicurezza, il batterio si diffuse molto velocemente. Nel luglio dello stesso anno a Mosca morivano migliaia di persone ogni giorno. Prese dal panico, le autorità - governatore compreso - fuggirono, lasciandosi alle spalle una città investita dalla paura e dai disordini.

Con il personale sanitario ridotto al minimo, i cadaveri venivano abbandonati per strada o nelle case: nessuno li raccoglieva né li seppelliva. Questo compito in breve tempo fu affidato ai detenuti, che, nonostante gli indumenti “protettivi”, iniziarono ad ammalarsi e a morire in massa.

In mezzo a questo caos, iniziò a circolare una voce secondo la quale vi era un’icona in grado di proteggere dalla peste. L’icona fu affissa sopra la porta della città e attirò centinaia di fedeli, che accorrevano da ogni dove per pregare e baciare la sacra immagine. 

Il risultato fu catastrofico: la folla che si creò davanti all’icona non fece che propagare la malattia a macchia d’olio. 

L'arcivescovo Ambrogio di Mosca (1708-1771) cercò di fermare gli assembramenti, ma il suo tentativo di rimuovere l’icona scatenò una feroce rivolta. La folla si precipitò al Cremlino, alla ricerca dell’arcivescovo, e finì per saccheggiare l’antico monastero di Chudov. Il giorno dopo Ambrogio fu catturato nel monastero di Donskoj, dove si era nascosto, e linciato dalla folla, composta perlopiù da poveri cittadini e contadini.

Su decisione di Caterina, la gestione della situazione fu affidata al generale Pyotr Yeropkin, che entrò in città con 10.000 soldati riuscendo a sedare la rivolta. Il 16 e 17 settembre 1771 Yeropkin attaccò gli insorti con armi leggere e cannoni, uccidendo più di 100 persone; altre 300 furono condannate all'esecuzione o all'esilio.

Dopo la rivolta, a Mosca vennero mandati altri quattro reggimenti per garantire la sicurezza e assicurare l’osservanza delle misure di quarantena. Gli storici tuttavia fanno notare che la ribellione fu innescata non solo dalla quarantena, ma anche e soprattutto dalla povertà, dalla guerra in corso con gli ottomani e dalle terribili condizioni di vita della maggior parte della popolazione.

Le rivolte del colera del 1830-1831  

L'epidemia di colera del 1830 iniziò poco dopo la guerra russo-turca del 1828-1829, e anch’essa fu causata dal rientro delle truppe in patria. 

La piaga, inizialmente scambiata per un’altra malattia, si diffuse soprattutto nelle regioni meridionali della Russia. Il conte Arsenij Zakryevskij, allora ministro dell'Interno, fu nominato responsabile delle misure di sicurezza, e fece rispettare severe quarantene su tutte le principali strade: vennero bloccati migliaia di carri merci dai funzionari doganali, il commercio si paralizzò, città e villaggi rimasero senza rifornimenti. In diverse zone del paese scoppiarono rivolte. 

La rivolta di San Pietroburgo

La velocità con la quale si propagava la malattia, l’orrore dei suoi sintomi e il fatto che si manifestassero perlopiù dopo aver mangiato spinsero la gente a pensare che si trattasse di una sorta di avvelenamento. Un avvelenamento dei pozzi - si credeva - architettato dai medici, colpevoli della diffusione di questa nuova piaga.

Per prevenire i contagi, i dottori iniziarono a suggerire di strofinare mani e viso con aceto o con altre soluzioni a base di cloro. Ma la gente comune iniziò a sospettare che si trattasse di veleni, messi in circolazione per qualche strana ragione. E così cominciarono i linciaggi ai danni dei medici.

Il 4 luglio 1831 la gente saccheggiò e ridusse in cenere un ospedale dove erano ricoverati tantissimi malati di colera. Nel rogo morirono diversi medici e ufficiali militari. Gli scontri principali si svolsero in piazza Sennaya, dove era di stanza il reggimento della Guardia Reale Izmajlovskij. La rivolta si calmò solo quando sul luogo dei disordini si presentò lo zar Nicola I, che, una volta tornato a palazzo, bruciò tutti i suoi vestiti e - si dice - trascorse molto tempo in bagno nel disperato tentativo di ridurre il rischio di un possibile contagio.

La rivolta di Staraya Russa

Il 22 luglio 1831 iniziò una rivolta a Staraya Russa, nella regione di Novgorod, dove si sparse la voce che i funzionari del governo stessero diffondendo una strada malattia, avvelenando l’acqua. In breve tempo si scatenò il panico. 

Quando sopraggiunse la sera, la folla si precipitò a linciare e a uccidere i medici; poi fu la volta delle autorità locali. Iniziarono i disordini e i saccheggi. 

Tre giorni dopo in città fu inviato un battaglione dell’esercito nel tentativo di fermare la rivolta. Ma la situazione era ormai fuori controllo: ai disordini si unirono anche gruppi di soldati, e alcuni ufficiali e generali vennero uccisi dalle proprie truppe. 

Si riuscì a contenere la rivolta solo la settimana successiva, con l’intervento dello zar Nicola I che diede ordine di aprire il fuoco sulla folla. Al termine di un lungo processo, vennero giustiziati e mandati in esilio più di 3.000 persone, fra soldati e contadini.

La rivolta di Sebastopoli

Due anni prima, nel 1828, Sebastopoli era già finita in quarantena a causa di un'altra epidemia, per la quale ancora oggi gli studiosi si interrogano se fosse peste o colera. Vennero adottate severe misure di contenimento. 

Nel 1829 tutti coloro che per qualsiasi motivo passavano per Sebastopoli si ritrovarono a dover rispettare due settimane di quarantena. E a causa dei blocchi stradali, in città iniziarono a scarseggiare le scorte di cibo. 

Nel 1830, con lo scoppio dell’epidemia di colera, la quarantena fu inasprita ulteriormente e alla gente fu fatto divieto di lasciare le proprie abitazioni. 

Uno dei quartieri della città si oppose alle misure, e così furono inviati due battaglioni di fanteria per tenere sotto controllo la zona della quarantena. 

Ma nel giro di poche ore scoppiò il caos: la città fu presa in mano dai vandali, il governatore Nikolaj Stolypin (1781-1830) fu assassinato dalla folla e alla rivolta si unirono perfino le truppe. La rabbia fu alimentata dal fatto che la popolazione, male informata, non aveva capito il reale pericolo del colera e credeva che si trattasse di una diabolica messa in scena. La chiusura delle chiese non fece che alimentare il malcontento e i disordini.

La rivolta fu sedata quattro giorni dopo con l’arrivo a Sebastopoli di una nuova divisione militare, che arrestò circa 6.000 persone; 7 rivoltosi furono giustiziati, 1.000 persone furono condannate ai lavori forzati e più di 4.000 civili furono deportati in altre città. 

Misure rigide che si rivelarono però efficaci negli anni successivi, visto che in città non si registrò più alcun focolaio di colera. 

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