Le merci importate dai Paesi fratelli socialisti di cui andavano pazzi in Urss: le foto

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Dai cosmetici agli autobus, dai jeans bulgari ai piselli ungheresi, i sovietici ritenevano di qualità superiore la produzione estera. E, in mancanza di merce capitalista, facevano la coda e spendevano mezzo stipendio per il made in Ddr o in Cecoslovacchia

“‘Tutte le cose migliori, sono importate’. Questo stereotipo era fortemente radicato nella mentalità dell’uomo sovietico dell’inizio degli anni Ottanta”, sottolinea la storica Elena Tverdjukova. Le merci prodotte negli altri Paesi a economia socialista apparvero sugli scaffali dell’Urss negli anni Cinquanta, e godettero di grande richiesta fino alla dissoluzione del Paese.

Ma il succo della questione, spiega la Tverdjukova, non stava sempre nella qualità. In gran parte i prodotti made in Cecoslovacchia e Polonia non erano migliori qualitativamente di quelli sovietici. Ma nei Paesi “fratelli” sapevano farli almeno belli: “L’aspetto esteriore attraente e curato della merce di largo consumo importata, faceva sì che andasse a ruba nei negozi”. In condizioni in cui l’import dai Paesi capitalisti era ridotto al minimo, l’ideale di bellezza per i consumatori era rappresentato proprio i prodotti dell’Europa dell’Est.

Abbiamo cercato di mettere in fila quali erano i beni, dagli autobus ai cosmetici, che l’Unione Sovietica importava dai Paesi del blocco socialista.

Repubblica Popolare di Bulgaria

– Sigarette “Solntse”, “Shipka” e “Opal”

“A che ti serve il Sole? Se fumi le Shipka”, si chiedeva,, giocando con le parole, Joseph Brodsky nel 1970, nella sua celebre poesia “Non uscire dalla stanza”: “Solntse”, nome delle sigarette di importazione bulgaro, in russo vuole infatti dire “Sole”. “Shipka” è una città della Bulgaria che dava il nome alle altre.

– Jeans “Rila”

La passione per i jeans, simbolo semiproibito del capitalismo, era diffusissima tra i giovani sovietici che volevano essere alla moda. Ma trovare i veri Levi’s americani o dei Wrangler originali (venduti dai  illegalmente e a prezzi folli dai fartsovshchik) non era certo cosa facile. Per tutti gli altri era necessario ripiegare su questa sottomarca bulgara.

– Brandy “Slanchev Brjag”

Oggi questo superalcolico viene paragonato come gusto al samogon, il che non è per forza negativo, ma certo non qualcosa di elitario, essendo i samogon di produzione domestica. Ma ai tempi dell’Urss il “Costa del Sole” (come il nome si traduce dal bulgaro) era un liquore che faceva status.

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Repubblica Popolare d’Ungheria

– Autobus Ikarus

Orgoglio magiaro, gli autobus Ikarus venivano esportati in mezzo mondo, ma uno dei clienti più importanti era il “fratello maggiore” sovietico. I pullman ungheresi potevano essere visti ovunque in giro per l’Urss. Dopo la perdita di questo grande mercato nel 1991, la fabbrica entrò in grossa crisi. Nel 1999 venne incorporata nel gruppo italiano Irisbus (poi Iveco Bus), che però decise di chiudere l’azienda di Budapest nel 2003.

– Cubi di Rubik

Il designer, architetto e scultore ungherese Ernő Rubik ha inventato nel 1974 il rompicapo, poi brevettato nell’anno successivo, che porta il suo nome, il “cubo di Rubik”. Il successo mondiale è stato tale che, l’allora trentenne avrebbe potuto non lavorare più nemmeno un giorno in vita sua. Anche in Urss ovviamente le vendite del gioco furono massicce.

– Piselli “Globus”

“Questi prodotti in scatola erano un campione di gusto e qualità e alcuni ritenevano i piselli confezionati ungheresi persino migliori di quelli sovietici freschi venduti nel baccello”, ricordano sulla rivista “Zhivoj zhurnal”. La marca Globus ha successo tra i clienti russi ancora oggi.

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Repubblica Democratica Tedesca

– Porcellana “Madonna”

In realtà, questi set di porcellana non erano chiamati “Madonna” e non contenevano nulla di sacro ed elevato: rappresentavano soggetti completamente frivoli della mitologia greca. Ma in Urss, nondimeno, erano abituati a chiamarli in quel modo, e la presenza di buona porcellana in casa indicava l’incredibile ricchezza del suo proprietario.

– Macchine da cucire “Veritas”

Queste macchine da cucire provenienti dalla Germania dell’Est erano il sogno di ogni donna sovietica, capaci di competere in pieno con le americane Singer, arrivate nel Paese prima della Rivoluzione. Adesso per le Veritas ormai non si trovano più pezzi di ricambio, la produzione è stata da tempo interrotta e i pochi esemplari che ancora funzionano, sono rarità di un’epoca perduta.

– Computer “Robotron”

Beh, con un Macbook aveva poco a che spartire, ma questo pc apparso all’alba dell’era informatica, prodotto nella Germania Est offriva all’utente un editor di testo, un semplice programma per lavorare con le tabelle e non meno primitivi, per gli standard odierni, sistemi di gestione del database. Ma negli anni Ottanta, tali computer erano un miracolo della tecnologia e venivano usati, anche nelle università sovietiche e negli uffici di progettazione.

– Macchine fotografiche Praktica

Vero gioiello per gli appassionati sovietici di fotografia, è l’unica fotocamera reflex straniera che poteva essere acquistata legalmente in Urss. “In Unione Sovietica, Praktica super tl era uno dei prestigiosi modelli di fotocamere per dilettanti esperti, e anche molti professionisti erano felici di usarla per i lavori all’aperto”, ricorda il fotografo amatoriale S. Andrianov.

– Rullini fotografici ORWO

La produzione tedesca in Urss era considerata sinonimo di qualità, anche tra i fotografi dilettanti. Le pellicole in bianco e nero ORWO CHROM e quelle a colori ORWO COLOR prodotti nella fabbrica Wolfen erano costosi e non alla portata di tutti. Nel 1995 la fabbrica è fallita.

– Ferrovia giocattolo PIKO

Per i sovietici, abituati all’idea che il loro Paese era in grado di costruire bellissimi razzi e astronavi per la conquista del Cosmo, ma non di produrre qualcosa di elegante e funzionale per il consumatore, le ferrovie in miniatura PIKO apparse negli anni Sessanta erano un miracolo della tecnica. Ed erano un piacere costoso: negli anni Settanta i set PIKO costavano 25 rubli, quando lo stipendio medio era di 100.

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Repubblica Popolare di Polonia

– Cosmetici

La Polonia, oltre a molto altro, esportava in Unione Sovietica soprattutto cosmetici, che erano ritenuti di qualità molto elevata…

– Profumo “Byt mozhet

Altra grande voce nell’export di Varsavia era questo profumo dal nome intrigante (si traduce “Può essere”) che riuscì a entrare in concorrenza con quello di produzione nazionale, il sovietico Krasnaja Moskvà (“Mosca Rossa”) e a sostituire, quanto a chic, l’introvabile, per i comuni mortali, “Chanel” francese.

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Repubblica Socialista Cecoslovacca

– Cristallo di Boemia

Era l’assoluta incarnazione dell’eleganza e del lusso nel mondo sovietico. Come dice la protagonista del film “Devushka bez adresa” (“La ragazza senza indirizzo”), girato nel 1957: “Ma questo è cristallo di Boemia! Non puoi toccarlo, puoi solo guardarlo.” In effetti, era considerato uno spreco usare oggetti di cristallo di Boemia nella vita di tutti i giorni, e molti si limitavano ad ammirarli nella credenza di casa, senza mai togliere la riverita etichetta “Bohemia”.

– Mobili a parete

Tali mobili componibili che coprivano un’intera parete sembrano oggi assolutamente anacronistici, ma nell’era sovietica erano considerati uno dei simboli della bella vita. Ce n’erano di tedeschi, polacchi e jugoslavi, ma quelli cechi divennero particolarmente famosi.

– Tram Tatra T3

Se sul mercato degli autobus la faceva da padrone l’ungherese Ikarus, i tram erano invece principalmente importati dalla Cecoslovacchia. Alcuni tram Tatra possono ancora essere visti oggi in qualche città provinciale russa, mentre a Mosca sono andati praticamente tutti in pensione.

– Motociclette Jawa

“In quei tempi, visto che i motocicli di fabbricazione europea e giapponese potevano essere visti solo in cartolina, la Jawa, per i centauri sovietici, era quasi un sinonimo di perfezione”, scrive “Avto-Revjù”, ed è difficile metterlo in discussione. Senza Harley Davidson e Kawasaki a disposizione, la cecoslovacca Jawa, che si poteva acquistare, spiccava.

– Calzature “Tsebo”

I sovietici erano pronti a starsene ore e ore in fila per comprare le scarpe di questa marca: sia con il tacco da donna, che scarponcini, che da ginnastica.

E la cosa valeva anche per il resto delle merci di questa nostra lista: il “lusso” importato non bastava certo per tutti, e non appena faceva la sua comparsa nei negozi, iniziava un vero e proprio assalto da parte della clientela.


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