Perché il sistema socialista crollò in Unione Sovietica?

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In pochi decenni si passò dall’ottimismo dell’espansione dei governi comunisti in giro per il mondo, all’ineluttabilità del fallimento. Ecco per quali ragioni

All’alba dell’Urss, le speranze di un imminente governo globale del comunismo aumentarono vertiginosamente tra le sinistre del mondo. Ma in pochi decenni, divenne chiaro che gli ideali socialisti di Lenin avevano fallito. Come mai? 

Il comunismo attraverso la porta socialista

“È importante distinguere il socialismo dal comunismo”, dice Elena Malysheva, decano della Divisione di studi archivistici presso l’Istituto di Storia e Archivistica. “Mentre il socialismo era il tipo effettivo e formale di amministrazione statale dell’Urss, il comunismo ne era l’ideologia. Il progetto dello stato socialista era inizialmente utopico e populista.” 

Rudolf Pikhoia, dottore in Scienze storiche ed ex Archivista di Stato della Russia, sostiene nel suo saggio “Perché l’Unione Sovietica si è sciolta?” che la caratteristica principale dello Stato sovietico era la completa sovrapposizione degli organi del governo e del Partito comunista. La Costituzione sovietica del 1977 definì il Partito “il nucleo del sistema politico”. Cosa significava in pratica? 

Lenin sosteneva che i soviet – gli organi eletti dell’autogestione locale – erano una forma di democrazia diretta, e che quindi non c’era bisogno né del Parlamento né della separazione dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario). Tutto sarebbe gestito dai membri del Soviet Supremo dell’Unione Sovietica, che comprendeva gli eletti dei soviet locali. Ma le elezioni dei soviet erano una finzione. Tutti i funzionari erano nominati dal Partito Comunista dell’Unione Sovietica, e il suo Comitato Centrale era l’organo che realmente governava lo Stato. L’esercito, i funzionari amministrativi, la polizia e i servizi segreti appartenevano tutti al partito. La sicurezza dello Stato era assicurata da una pletora di agenti del Kgb: in una recente intervista, il generale Philipp Bobkov (1925-2019), ex vice capo del Kgb dal 1983 al 1991, ha stimato che in ogni regione ci fossero circa 300-500 agenti sotto copertura del Kgb, con un massimo di 1.500-2.000 nelle principali regioni del Paese.

In tali condizioni, ogni forma di dissenso era spento con la minaccia della prigione e del campo di lavoro. L’orribile sistema del Gulag aveva oltre mezzo milione di campi nel 1933; dal 1936, c’erano oltre un milione di detenuti, che raggiunsero il numero record di 2,5 milioni all’inizio degli anni Cinquanta. Le atrocità del sistema erano ovvie, soprattutto per gli stranieri. 

“Un campo di concentramento è meglio”

“Il progetto sovietico conteneva elementi di ciò che ora chiamiamo ‘stato sociale’: mobilità sociale, istituti di società civile, sostegno sociale, servizi sanitari gratuiti, ecc. Ma, a causa della natura utopica del progetto, tutto questo non poteva essere implementato a pieno”, dice Elena Malysheva. “La non separazione dei poteri, l’auto-amministrazione del popolo, tutto questo richiede alte responsabilità sociali che la società sovietica non aveva”.

Lenin e i suoi compagni erano forse inizialmente convinti che tutti i funzionari del Partito e quelli sovietici sarebbero stati onesti e non si sarebbero lasciati corrompere, non avrebbero rubato o abusato del loro potere. Sfortunatamente, la realtà fu lontana da questo. Fin dall’inizio dello Stato sovietico, i bolscevichi usarono metodi inumani per farsi consegnare il grano dai contadini che lo producevano. Incontrarono fortissime resistenze, che a volte portarono allo scoppio di ribellioni come quella di Tambov del 1920-1921, con oltre 50.000 contadini coinvolti nell’esercito Verde, che impegnò per quasi un anno, e con oltre 11 mila vittime, l’Armata Rossa. 

Nel frattempo, le persone che non si adattavano al “nuovo mondo”, soprattutto ex borghesia e proprietari terrieri, dovevano essere eliminate: “Lo sterminio senza pietà è necessario”, scrisse Lenin. “Sugli stranieri, non affrettatevi con le espulsioni. Forse un campo di concentramento è meglio”, sostenne. Lenin stava cercando di costruire uno stato ideale di giustizia sociale e uguaglianza, ma con metodi atroci. Lo psicologo e pensatore Jordan Peterson sostiene che idealizzare Lenin e affermare che abbia perseguito solo il bene della classe lavoratrice è ingenuo. Lo ha fatto in modo appropriato, anche se troppo semplicistico, “lo scagnozzo di Lenin era Stalin. E se il tuo scagnozzo è Stalin, non sei un bravo ragazzo.”

Alla fine, per schiacciare la resistenza dei contadini, lo Stato dichiarò la nazionalizzazione della proprietà privata e la collettivizzazione della terra e dei mezzi di produzione agricola. Ora, la terra, le greggi e gli attrezzi agricoli dei contadini appartenevano ai kolkhoz, le fattorie collettive. I contadini furono praticamente privati dei soldi. Avevano un salario “a giornata”, ma venivano pagati in natura. Se gli storici parlano dell’abolizione della servitù della gleba in Russia nel 1861, ebbe un ritorno nel 1932-1937, quando ai contadini fu proibito di lasciare il kolkhoz a cui erano stati assegnati.

La rovina economica 

Il sistema dell’agricoltura collettiva portò a un netto calo della produzione di cereali. La fornitura doveva essere importata dall’estero. Una tempo uno dei principali esportatori mondiali di grano, la Russia divenne uno dei principali importatori. Rudolf Pikhoia ricorda che nel 1973 l’Urss importò il 13,2% della quantità di grano necessario per il suo fabbisogno, e nel 1981 già 41,4%.

Nel 1987, solo il 24% della produzione del Paese era composta da beni di consumo: lo Stato aveva senza precedenti potenziato la sua militarizzazione a scapito della sua stessa popolazione.

Ma da dove venivano le entrate? Dal 1970 al 1980, la produzione di petrolio in Siberia aumentò di dieci volte (da 31 milioni di tonnellate a 312 milioni di tonnellate) mentre la produzione di gas crebbe da 9,5 miliardi di metri cubi a 156 miliardi di metri cubi. E questo petrolio e gas venivano esportati in Occidente, l’unica ancora di salvezza per l’economia sovietica in declino.

“L’apparato del Partito e l’apparato statale si erano fusi a tutti i livelli: esecutivo, amministrativo e sistema delle comunicazioni”, dice Malysheva. “In caso di crisi di uno di essi, anche tutto il resto sarebbe andato in declino. Quindi, quando la democrazia iniziò a svilupparsi verso la fine degli anni Ottanta, il Partito non riuscì a mantenere il potere. Sebbene l’ideologia comunista avesse di per sé la capacità di sopravvivere, la fusione con l’apparato statale condusse il comunismo alla fine.”

La catastrofe di Chernobyl mostrò che l’esecutivo era marcio fino al midollo. Dopo che Mikhail Gorbachev avviò riforme sociali e politiche, l’instabile equilibrio tra Partito e Stato si disgregò. Dopo l’introduzione di vere elezioni, i popoli delle repubbliche sovietiche mostrarono una forte inclinazione per la sovranità nazionale e la volontà di cogliere l’opportunità di prendere le proprie decisioni.

Nel frattempo, il vecchio apparato del Partito per lo più rassegnò le dimissioni: nel 1986-1989, il 90% dei funzionari locali del Partito in tutte le repubbliche si dimise, e alla fine l’Unione cadde in pezzi. Incapace di riformarsi per venire incontro alle esigenze dell’epoca, il sistema sovietico si dimostrò insostenibile.

 

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