La verità su Anatolij Djatlov, il capro espiatorio perfetto della tragedia di Chernobyl

Vladimir Samokhotskij/TASS; HBO
Era lui al comando dell’esperimento nella maledetta notte del 26 aprile 1986, al termine del quale si verificò l’esplosione del reattore della centrale nucleare. Anche nella nuova mini serie americana fa la parte del super cattivo. Ma è davvero l’unico colpevole?

Un uomo spiacevole, autoritario e criminalmente negligente che volontariamente chiude gli occhi sulla realtà. Questo è il modo in cui Anatolij Djàtlov, vice-capo ingegnere della centrale nucleare di Chernòbyl, appare nella mini serie della Hbo “Chernobyl”, in onda in Italia dal 10 giugno su Sky Atlantic ogni lunedì alle 21.15. Dice parolacce, urla, umilia i sottoposti e trascura in modo incredibile ogni procedura di sicurezza, il che alla fine porta all’esplosione del reattore nucleare, costando chissà quante vite umane.

È uno dei personaggi più odiati dagli spettatori della serie, ma Djatlov è stato anche nella realtà una persona così orribile come è ritratto nella finzione cinematografica? Qual era il suo background e cosa gli è successo dopo essere stato condannato al carcere? 

Un capo competente, ma duro 

Nato nel 1931 nel piccolo villaggio di Atamanovo, nella regione russa di Krasnojarsk (4.200 chilometri a est di Mosca), Anatolij frequentò sette anni di scuola. Poi, nel 1945, si iscrisse al dipartimento di Ingegneria elettrica della Scuola Tecnica di Estrazione e Metallurgia di Norilsk, dove si diplomò a pieni voti cinque anni dopo. Dopo aver lavorato per tre anni a Norilsk, venne ammesso all’Istituto di Fisica ingegneristica di Mosca, dove conseguì la laurea come Ingegnere fisico con specializzazione in automazione ed elettronica, con lode.

Gli fu assegnata una posizione in un cantiere navale di Komsomolsk-na-Amure, nell’Estremo Oriente russo, dove lavorò nel laboratorio segreto № 23 che equipaggiava i sottomarini con reattori nucleari. Nel 1973, per motivi familiari, Djatlov fu trasferito alla nuova centrale nucleare di Chernobyl e lavorò lì per 13 anni, facendo carriera, da vice capo della sala reattori a vice ingegnere capo della centrale, e ricevette due premi statali (l’Ordine del Distintivo d’onore e l’Ordine della bandiera rossa del lavoro). 

Come hanno ricordato quelli che lavoravano con lui, Djatlov era un professionista competente, ma spesso troppo duro ed esigente. Alcuni lo hanno ricordato come ingiusto, testardo, lento e incline al conflitto, altri dicono invece che era un uomo responsabile, onesto, di sani principi e molto concentrato sul lavoro. Le opinioni che seguono mostrano come fossero opposte le idee su di lui. 

“Djatlov non era appassionato del lavoro, anche se si comportava come un capo severo ed esigente”, ha ricordato Razim Davletbaev, un dipendente della centrale di Chernobyl. “Gli operatori non lo rispettavano. Aveva l’abitudine di respingere tutti i suggerimenti e le obiezioni che richiedevano a lui qualche sforzo aggiuntivo.” 

“Poteva essere comprensivo se il personale commetteva degli errori a causa di ragioni spiegabili, ma non tollerava l’incuria, l’incompetenza e l’abbandono delle proprie funzioni”, ha ricordato Anatolij Krjat, ispettore statale sulla sicurezza nucleare dell’Ucraina. 

Nel suo libro “Chernobyl: Kak eto bylo” (“Chernobyl: come è andata”), lo stesso Djatlov ha sostenuto di non essere il peggiore dei capi. “Non ho mai cercato di essere amato dai miei sottoposti, sia giovani che esperti. Penso che sia sufficiente essere competenti ed equi per assicurare dei normali rapporti di lavoro. In ogni caso, nessuno dei miei dipendenti si è mai licenziato perché era impossibile lavorare con me. A volte posso essere stato troppo duro, ma niente di più. Ero solo esigente”, ha scritto. 

Il test fatale

Nel giorno della tragedia, il lavoro andava avanti come al solito e fu una sorpresa totale per lo staff, incluso Djatlov, quando sentirono un’esplosione. Nel tentativo di effettuare un test programmato (che era già stato provato senza successo alcune volte), gli operatori cercarono di spegnere il quarto reattore, ma il calore all’interno del reattore aumentò drammaticamente. Gli operatori spinsero il bottone di emergenza per fermare il reattore, che invece esplose. “Si è trattato di questo: la catastrofe più totale che possa accadere in un reattore di energia”, ha ricordato Djatlov nel suo libro.

Rifiutando all’inizio di credere che il reattore fosse esploso, ordinò di pomparvi acqua per raffreddarlo, ed essendo sotto choc, mandò due membri dello staff ad abbassare le barre manualmente, una decisione che Djatlov in seguito ammise essere assurda. “Se le barre non entrano nei canali quando le frizioni sono disattivate, allora non entreranno certo se ruotate manualmente”, ha spiegato.

Secondo altri resoconti della notte della tragedia, Djatlov era in preda all’ansia, urlava costantemente al personale, e non voleva credere che si fosse verificata un’esplosione nel reattore. Praticamente, in modo molto simile a come Djatlov è stato interpretato nella mini serie della Hbo.

Carcere e malattia 

Poi, dopo un incontro con il direttore della centrale Viktor Brukhanov, e la conferma che il reattore era effettivamente esploso, apparvero i primi segni di esposizione alle radiazioni di Djatlov (vomito continuo) e Djatlov venne trasportato in un ospedale di Mosca. In quella fatidica notte fu esposto a radiazioni per 390 Rem (Roentgen Equivalent Man) e dovette imparare a camminare di nuovo una volta guarite le ferite da radiazioni alle gambe. 

Insieme ad altri responsabili del disastro (Brukhanov e l’ingegnere capo della centrale, Nikolaj Fomin), Djatlov subì un processo e venne condannato a 10 anni di carcere, nonostante la malattia. Djatlov disse di aver esaminato ogni passo compiuto quella notte, ed era pienamente certo che la sua responsabilità nella tragedia fosse solo parziale. 

“Il reattore non rispondeva a più di 30 requisiti di progettazione standard; più che sufficienti per provocare un’esplosione. Per spiegarlo in altro modo: prima che la protezione fosse rimossa, il reattore raggiungeva uno stato simile a una bomba nucleare e non c’era segnale di allarme. Come poteva il personale capirlo; dall’odore, dal tatto?”, ha argomentato nel suo libro. “Prima di incolpare lo staff, pensate a questo: il reattore è stato fatto detonare dal suo sistema di emergenza”. 

Nonostante la malattia e la disabilità, Djatlov ha scontato la pena in prigione, prima a Kiev e poi nella regione di Poltava, sempre in Ucraina. Dopo quattro anni e diverse lettere di richiesta di grazia, incluse quelle del fisico nucleare russo Andrej Sakharov e della moglie di Djatlov, nel 1990, Anatolij venne rilasciato a causa delle sue cattive condizioni di salute. Si sottopose a un trattamento medico in Germania, ma soffriva molto e morì nel 1995 a causa di insufficienza cardiaca provocata dalle radiazioni.

Fino alla sua morte, Djatlov ha continuato a incolpare della tragedia i difetti di progettazione e ha sostenuto che l’Unione Sovietica semplicemente non poteva ammettere queste responsabilità, e quindi ha accusato le persone costrette a lavorare con attrezzature difettose. Per dimostrare il suo punto di vista, ha rilasciato un video nel 1994 (video disponibile su YouTube) e ha scritto un libro.  

Ci sono molte opinioni contrastanti sulla personalità di Djatlov, e ognuno può scegliere come ricordarlo. Ma è stato ammesso ufficialmente in seguito che i difetti della centrale hanno avuto un ruolo importante nella tragedia, e non si è trattato solo di un errore di Djatlov.

 

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