Chi era Valerij Legasov, l’uomo che salvò il mondo dalle conseguenze peggiori di Chernobyl

Legion Media, Igor Kostin/Sputnik
Con le sue pronte decisioni, il chimico inviato da Mosca mitigò i danni del terribile incidente nucleare, ma pagò un prezzo molto pesante per il suo eroismo

Un uomo con un maglione e occhiali dalla pesante montatura è seduto in cucina ad ascoltare la propria voce proveniente da un mangianastri. Dopo aver registrato cinque cassette contenenti informazioni su Chernobyl, esce per nasconderle dallo sguardo attento degli agenti del Kgb. Dopo aver inserito i nastri nel sistema di ventilazione della casa, rientra, dà da mangiare al gatto, si fuma una sigaretta e si impicca… 

Questa scena di apertura della miniserie “Chernobyl” della HBO, in Italia in onda su Sky Atlantic da lunedì 10 giugno alle 21.15, introduce all’orrenda storia del disastro nucleare del 1986 e alla figura di Valerij Legàsov, un importante chimico sovietico, che ebbe un ruolo chiave sia nel team che gestì l’emergenza dopo l’incidente di Chernobyl, sia nelle successive indagini sulle cause dello scoppio. 

Fu lui a insistere per l’evacuazione della vicina città di Pripjat (che all’epoca aveva circa 50 mila abitanti) e a prendere molte delle decisioni che hanno contribuito a limitare l’impatto della catastrofe che minacciava l’Europa e il mondo intero. Legasov è stato anche colui che riferì per cinque ore sulle cause del disastro all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica a Vienna; un resoconto onesto e dettagliato che calmò la comunità internazionale, ma irritò non poco i colleghi sovietici. 

Ma come ha fatto uno studioso di chimica inorganica e un esperto di radiochimica a trovarsi a fronteggiare un disastro nucleare? E cosa lo ha spinto a togliersi la vita? 

Perché arrivò a Chernobyl 

Nato nel 1936 a Tula (190 km a sud di Mosca), Valerij scelse il suo percorso professionale molto presto. Studente eccellente, finì la scuola e avrebbe potuto scegliere qualsiasi università, grazie ai suoi ottimi voti, ma optò per l’Istituto Mendeleev di Chimica e Tecnologia di Mosca, che preparava gli specialisti per l’industria nucleare e il settore energetico. 

Dopo la brillante discussione della tesi, Valerij ricevette un’offerta per un dottorato di ricerca all’Istituto per l’Energia atomica Kurchatov, ma non accettò subito, perché voleva andare nello stabilimento chimico siberiano di Tomsk (nella città chiusa di Seversk) per lavorare allo sviluppo del plutonio per le armi nucleari. 

Dopo due anni a Seversk, finalmente entrò all’Istituto Kurchatov. All’età di 36 anni, conseguì il dottorato in chimica e, a 45 anni, divenne uno dei membri più giovani dell’Accademia delle Scienze. Lì, Legasov si fece un nome come uno degli scienziati più importanti nel campo della chimica inorganica, vale a dire la chimica dei gas nobili. Per il lavoro in questo campo (in particolare per l’effetto Bartlett-Legasov) ricevette numerosi premi statali. 

Nonostante l’importanza del suo lavoro, la specializzazione di Valerij non riguardava i reattori nucleari. Fu quasi per caso che si trovò incluso nella commissione statale per la risposta al disastro di Chernobyl del 26 aprile 1986, ricorda la figlia Inga Legasova. “Non era destinato a essere a Chernobyl. La sua specializzazione era la Chimica fisica e lavorava allo sviluppo degli esplosivi”, spiega. 

“Il 26 aprile era un sabato. Mio padre stava partecipa\ndo a una riunione del presidio dell’Accademia delle Scienze con l’accademico [Anatolij] Aleksandrov (che all’epoca ne era il presidente). Anatolij ricevette una chiamata tramite la ‘vertushka’ [il soprannome di una linea telefonica di Stato chiusa]. Serviva urgentemente uno scienziato che si unisse alla commissione statale, ma tutti i vice di Aleksandrov dell’Istituto Kurchatov erano irreperibili. Un aereo di Stato stava già aspettando. Quindi mio padre fu mandato a Vnukovo [uno degli aeroporti di Mosca] e partì per Chernobyl quel giorno stesso”. 

Avrebbe potuto esserci un altro motivo per scegliere Legasov. Prima che si verificasse il disastro, aveva sottolineato l’importanza di una nuova metodologia di sicurezza per prevenire grandi catastrofi e, come ricorda sua figlia, aveva sottolineato i problemi dei reattori RBMK-1000 (del tipo, cioè di quello che esplose), in particolare insistendo sulla necessità di una struttura di contenimento; una proposta che fu bocciata dai colleghi. 

Come nel 1941, ma anche peggio 

Appena arrivato, Valerij si immerse subito nel lavoro per dare una risposta all’emergenza: insisté per l’evacuazione della popolazione di Pripjat (avvenuta il 27 aprile) e lavorò per mitigare le conseguenze dell’esplosione del reattore. Entro la mattina del 26 aprile e l’arrivo di Legasov, l’incendio era stato estinto (l’esplosione era presumibilmente avvenuta all’1.23 della notte), ma un’enorme quantità di elementi radioattivi era ormai finita nell’atmosfera e ciò che rimaneva del reattore continuava a rappresentare una seria minaccia. “C’era una tale impreparazione, un tale disordine, una tale paura. Come nel 1941, ma anche peggio”, ricordò in seguito Legasov. 

Legasov lavorò senza sosta, spesso senza prestare attenzione al dosimetro, il dispositivo che misura l’assorbimento della dose di radiazioni ionizzanti. “Era l’unico scienziato che lavorava sul posto”, ricorda sua figlia. “Capiva abbastanza chiaramente quello che stava facendo e la quantità di radiazioni a cui era esposto”.

Sorvolò la centrale di Chernobyl un paio di volte al giorno, e fu sotto il suo comando che si decise di scaricare del carburo di boro in grandi quantità dagli elicotteri per fungere da spugna di neutroni e prevenire la reazione a catena. Successivamente, fu aggiunta anche la dolomite per agire come un dissipatore di calore e come fonte di anidride carbonica per soffocare il fuoco. Anche il piombo fu usato per assorbire le radiazioni, così come sabbia e argilla, che si sperava prevenissero il rilascio di particolato. La quantità totale di materiali scaricati sul reattore ammontò a circa 5.000 tonnellate, incluse circa 40 tonnellate di composti di boro, 2.400 tonnellate di piombo, 1.800 tonnellate di sabbia e argilla e 600 tonnellate di dolomite, oltre a sodio fosfato e liquidi polimerici (Bu93). Successivamente si passò a lavorare per impedire che il materiale radioattivo fuso raggiungesse l’acqua nel sistema di raffreddamento inferiore, quindi venne costruito un tunnel per impedire che gli elementi radioattivi raggiungessero le falde acquatiche.

Anche se per ragioni di sicurezza era permesso di trascorrere un massimo di due settimane sul posto, Legasov vi rimase quattro mesi! Fu esposto a 100 Rem (röntgen equivalent man), quattro volte il massimo consentito di 25 Rem. Il 5 maggio, mostrava già segni di malattia da radiazioni (abbronzatura nucleare e perdita di capelli) e il 15 maggio cominciarono ad apparire tosse e insonnia. 

La relazione di Vienna 

Nell’agosto del 1986 fu invitato a Vienna a parlare all’Agenzia internazionale per l’energia atomica, presentando un rapporto ai colleghi stranieri sulla catastrofe e sul perché fosse accaduta. Inizialmente, sembrava che a parlare dovesse essere il capo dello Stato, Mikhail Gorbachev, ma il leader decise che doveva essere Legasov, uno scienziato che aveva lavorato sul campo. 

“Un intero team di specialisti lavorò alla relazione”, ricorda Inga Legasova. “Mio padre portava i documenti a casa. A volte scienziati e specialisti passavano qualche intero giorno da noi. Mio padre controllò i numeri più e più volte. Voleva assicurarsi che tutte le informazioni fossero assolutamente veritiere”. 

Giunse alla conclusione che l’esplosione era il risultato di una serie di fattori, tra cui i difetti costruttivi del reattore e il fattore umano: il personale non era a conoscenza dei difetti, e le prove che avevano effettuato potevano provocare un’esplosione. 

Il rapporto di cinque ore a Vienna aiutò a calmare la comunità internazionale e Legasov ricevette molte lodi all’estero, ma le autorità e alcuni colleghi scienziati di casa pensarono che il rapporto rivelasse informazioni riservate. “Fecero notare che il suo obiettivo principale non era quello di giustificare l’Unione Sovietica e nascondere alcune informazioni, ma, al contrario, di educare la comunità mondiale su cosa fare in tali situazioni”, ha detto Inga al quotidiano russo MK.

“Dettero le informazioni di cui erano in possesso e il rapporto fu onesto… Penso che il problema non stesse nei dati segreti. Il rapporto ebbe un impatto enorme e mio padre divenne subito molto popolare. Fu nominato ‘Person of the Year’ in Europa e incluso nella lista dei 10 migliori scienziati del mondo. Ciò rese invidiosi alcuni dei suoi colleghi”, ha aggiunto. 

Gli ultimi giorni di vita

I due anni successivi furono difficili per Legasov, sia mentalmente che fisicamente. Sentiva l’ostilità  dei suoi colleghi ed era depresso per la mancanza di iniziative per prevenire altre catastrofi come quella di Chernobyl in futuro. Mikhail Gorbachev tolse per ben due volte il suo nome dalla lista di quelli che avrebbero ricevuto una decorazione di Eroe del Lavoro Socialista per l’intervento di risposta all’emergenza di Chernobyl, dicendo che “altri scienziati non raccomandano di premiarlo”.

“Per qualche ragione, molti credono che mio padre sia rimasto deluso dal fatto di non essere stato premiato. Ma non è così, non era un uomo ambizioso”, ritiene sua figlia. “Era un patriota ed era addolorato per quello che era successo, per il Paese, per le persone che avevano sofferto… Provava empatia ed era roso dalla sofferenza”. 

Inoltre, il malessere per le conseguenze delle radiazioni rendeva il tutto ancora più complicato. “A poco a poco ha smesso di mangiare, ha smesso di dormire… Sapeva bene cosa sarebbe successo dopo, quanto sarebbe stato doloroso. Probabilmente, non voleva essere un peso per mia madre. Lui la adorava.” 

Solo otto anni dopo il suo suicidio, nel 1996, Legasov ha ricevuto dall’allora presidente Boris Eltsin la decorazione postuma di Eroe della Federazione Russa per il “coraggio e l’eroismo” mostrato nelle sue indagini sul disastro.

 

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