Cosa accadde davvero agli invalidi di guerra sovietici?

Nikolaj Naumenkov/TASS
Per anni sono girate voci di un trattamento inumano dei mutilati, espulsi dalle città perché non belli da mostrare per una nazione che aveva trionfato nel conflitto e rinchiusi in speciali sanatori-lager. In realtà non era così, e condussero una vita piuttosto dignitosa negli istituti per disabili

“Centinaia di migliaia di persone disabili, senza braccia o gambe, abbandonate al loro destino e costrette a mendicare nelle stazioni ferroviarie e per strada. Il popolo sovietico vittorioso guardava con diffidenza questi mutilati di guerra. Ma come? Ordini e medaglie brillano sul loro petto, e chiedono qualche spicciolo di elemosina fuori dai negozi di alimentari!? È inaccettabile! Toglieteceli dai piedi il prima possibile. Mandateli negli ex monasteri, su qualche isola, dove volete, ma lontano da qui! E in pochi mesi, il Paese ripulì le sue strade da questa ‘vergogna’. Ecco come nacquero gli ospizi per i mutilati di guerra…” 

È così che Evgenij Kuznetsov, uno storico dell’arte di Leningrado, descrisse la completa evacuazione dei veterani disabili della Seconda guerra mondiale dalle città della Russia. Per quarant’anni, Kuznetsov aveva lavorato come guida nel monastero di Valaam, che divenne il principale sanatorio per i veterinari disabili. I suoi ricordi emotivi e accusatori, tuttavia, non rendono giustizia alla verità. In realtà, il Paese trattò i suoi eroi mutilati molto meglio di così. 

Il soprannome dissacrante di “samovar” 

Le cifre dicono che durante la Seconda guerra mondiale, l’Unione Sovietica aveva smobilitato circa 4 milioni di persone a causa di ferite e malattie, tra cui circa 2,5 milioni di persone disabili; tra queste, circa 450-500 mila avevano perso gli arti. Coloro che tornarono a casa senza braccia e senza gambe furono definiti piuttosto sprezzantemente ”samovar”, a causa della triste somiglianza del torso senza arti con un samovar (la tipica caldaia del tè russa). Una leggenda metropolitana narra che dopo la guerra, i disabili furono evacuati dalle città negli ex monasteri del nord della Russia, e secondo quanto riferito spesso, l’operazione sarebbe stata svolta durante la notte. È difficile da credere, e infatti è falso. Dobbiamo rivolgerci ad altre fonti più credibili.

Eduard Kochergin, uno scrittore di San Pietroburgo, ha descritto la vita di uno degli amputati di guerra nell’ex monastero Goritsy, che era stato trasformato in un sanatorio per mutilati.

“Poco dopo il suo arrivo a Goritsy, Vasilij divenne famoso. Da tutto il nord-est della Russia vennero portati i ‘monconi’ di guerra, uomini e donne senza gambe e braccia. La gente li chiamava ‘samovar’. Vasilij, con tutta la sua passione e abilità per la musica, aveva creato un ‘coro di samovar’ e trovato un nuovo significato alla vita… In estate, due volte al giorno, le infermiere li portavano a prendere un po’ d’aria oltre le mura del monastero, mettendoli sull’erba alta sulla ripida riva del fiume Sheksnà… La sera, mentre le imbarcazioni arrivavano e partivano dal molo, i ‘samovar’ tenevano un concerto. Sorpresi dal suono possente e sfrenato, i passeggeri si alzavano sulle punte dei piedi e andavano al piano superiore delle loro navi per vedere da dove provenisse il canto, ma i ‘monconi’ non si vedevano tra l’erba alta…” 

Tenuti d’occhio perché non avevano niente da perdere 

Nonostante nomignoli poco piacevoli come “samovar” o “moncone”, è una cosa audace dire che i sovietici volevano semplicemente nascondere quelle persone per motivi di “decoro”. Molte di loro avevano famiglie, ma queste famiglie, impoverite e in parte distrutte dalla guerra, potevano provvedere ai disabili? D’altra parte, gli invalidi di guerra erano davvero senza paura; non avevano nulla da perdere, quindi non si facevano problemi a criticare apertamente il regime sovietico. Secondo quanto riferito, il Kgb aveva una divisione speciale che monitorava le attività degli amputati. Ecco perché così tanti documenti degli istituti per mutilati sono conservati negli archivi. Grazie a Vitalij Semenov, il genealogista che li ha trovati, ora sappiamo che vivere là non era obbligatorio e che non erano affatto prigioni. 

La cosiddetta “evacuazione” dei mutilati iniziò intorno al 1948, tre anni dopo la fine della guerra. Lo Stato offriva rifugio e cibo alle persone disabili che non riuscivano a ritrovare le loro famiglie (perché erano state trasferite, sfollate o erano morte in guerra) o alle persone che erano state abbandonate dai parenti (purtroppo ci furono dei casi simili). Semenov, tuttavia, ha trovato diversi documenti su disabili che riuscirono a tornare dalle loro famiglie. Nel 2012, uno studente ha inviato a Semenov alcune memorie sui mutilati che aveva registrato nei sanatori di Andoga, Nikolskoe e Cherepovets: “Quelli incapaci di camminare venivano portati fuori nei giorni di sole. I disabili erano sistematicamente seguiti, dal punto di vista medico. Ogni giorno alle 8 tutti i pazienti venivano visitati, venivano dati loro farmaci, tre pasti al giorno e uno spuntino pomeridiano. I disabili amavano lavorare, leggere libri in biblioteca, e, quelli che potevano, andare a raccogliere funghi e bacche. Quasi nessun parente veniva a trovarli, ma molti disabili iniziarono nuove relazioni con le giovani donne che avevano perso i loro mariti in guerra. Il sanatorio rimase attivo fino al 1974.” 

Dopo gli scritti di Kuznetsov, l’istituto per invalidi del monastero di Valaam era percepito quasi come un campo di concentramento, con razioni scarse e condizioni terribili. Ma Semenov indica i numeri dei disabili lì presenti: 1952: 876, 1953: 922, 1954: 973, 1955: 973, 1956: 812, 1957: 691. Questo mostra chiaramente un tasso di mortalità relativamente basso per un gruppo di disabili. Tra l’altro, i disabili non erano stati portati qui da “tutta l’Unione Sovietica”, come spesso si sostiene: erano trasferiti in istituzioni simili nelle regioni vicine. Furono anche organizzati corsi per diventare calzolai o contabili, per dare un lavoro ai disabili. Inoltre, sono state trovate molte lettere e documenti che dimostrano che ai disabili era permesso tornare a casa, se ne avevano una. I documenti mostrano anche che potevano uscire in qualsiasi momento, e molti lo facevano, se non altro per ubriacarsi in città e farsi riportare dalla polizia sovietica. 

La legge inoltre trattava i disabili in modo speciale, con più garanzie. Un ex assistente di sanatorio ha ricordato: “Una volta, un ex detenuto mi ha attaccato in cucina, era uno bello grosso, con una protesi alla gamba, ma ci era vietato rispondere alle violenze, potevi essere denunciato e perdere il processo. Mi colpì e non potevo vendicarmi! Ma il vicedirettore arrivò e lo colpì così forte che rimbalzò contro il muro. Ma lui non sporse denuncia, sapeva di avere torto marcio!”

 

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