L’ultimo zar: 20 anni dopo il crollo dell’Unione Sovietica

Partecipanti alla cerimonia pubblica di commemorazione della morte dello zar a Kiev nel 2002 (Foto: Aleksandr Polyakov / RIA Novosti)

Partecipanti alla cerimonia pubblica di commemorazione della morte dello zar a Kiev nel 2002 (Foto: Aleksandr Polyakov / RIA Novosti)

Da diverse generazioni i russi tendono a relazionarsi in modi differenti con la figura di Nicola II. Per l'anniversario della sua morte, un'analisi su come la Russia post-sovietica lo ricorda

Nel corso della storia della Russia post-sovietica, l’immagine dell’ultimo zar russo Nicola II ha attraversato tre periodi significativi. Il primo, agli inizi degli anni Novanta, fu caratterizzato da una percezione ereditata perlopiù dall’epoca della perestrojka, per la quale l’esecuzione, non solo di Nicola II, ma anche dei suoi figli e della servitù, era interpretata come un’anticipazione della crudeltà estrema delle repressioni sovietiche, che non risparmiarono nemmeno i bambini. In quel periodo, la società non dimostrava un grande interesse per il suo regno né per la sua politica. E la sua immagine di leader malinconico e politicamente debole non fu messa in discussione.

Tuttavia, nella prima metà degli anni Novanta, sotto l’influenza della Chiesa ortodossa russa fuori dalla Russia, che aveva canonizzato Nicola II già nel 1981, in alcune parti del Paese, iniziò a emergere una sorta di adorazione nei confronti dell’ultimo imperatore in qualità di santo. Nei primi anni ’90, il Patriarcato di Mosca continuava, tuttavia, a opporsi alla canonizzazione di Nicola II per tutta una serie di ragioni: innanzitutto perché l’abdicazione era considerata inammissibile dai canoni della Chiesa e poi per via della politica interna condotta da Nicola II nei confronti della Chiesa. Nonostante le richieste dell’episcopato, lo zar si oppose, infatti, alla restaurazione del Patriarcato, abolito già sotto Pietro il Grande.

Inoltre, non si era ancora fatta chiarezza sui resti della famiglia reale. Quelli ritrovati nel 1971, dal gruppo di studiosi guidati da Aleksandr Avdonin e Geli Ryabov, erano contestati da una parte della comunità storica ed ecclesiastica. Il Patriarca Alessio aveva poi ereditato il punto di vista di quella parte dell’episcopato prerivoluzionario, caratterizzata da un atteggiamento estremamente critico nei confronti di Nicola II e che si basava sul Concilio episcopale locale del 1917-1918, nel quale la Chiesa elaborò importanti principi di vita che non tenevano conto della monarchia.

Infine, il regno di Nicola era stato danneggiato dalla figura di Rasputin, il cui favoritismo aveva diviso l’episcopato russo.

Il dibattito sulla canonizzazione dei Romanov causò grande eco anche nella letteratura. In quegli anni, in Russia, fu ripubblicato il libro, della letteratura russa d’emigrazione, “L’imperatore Nicola come un uomo di forte volontà”. Comparvero numerosi articoli e documentari intenzionati a riscattare la figura di Nicola II, quale buon padre di famiglia e saggio “padre del popolo”. Nei primi anni dopo il crollo del blocco sovietico, lo zar Nicola fu una delle tante vittime politiche dei comunisti. Ma a partire dalla seconda metà degli anni ’90, la sua immagine assunse un nuovo significato.

Nel 1996, la seconda presidenza di Eltsin fu accompagnata da una profonda spaccatura in seno alla società. Le speranze di una rapida integrazione con il mondo occidentale svanirono in fretta dopo il crollo del comunismo. Nicola II divenne un importante simbolo dell’opposizione conservatrice che lo vedeva come una figura sacra, protettrice del popolo russo e della sua fede contro una cospirazione guidata dalla civiltà occidentale atea. I passi politici di Nicola II furono interpretati nell’ambito di una lotta globale per preservare l’unico vero cristianesimo, ovvero la fede nella Russia, quale “Terza Roma”.

Durante gli anni ’90, il tema della famiglia reale continuò a essere di grande attualità. Nel 1993, Eltsin istituì una commissione speciale incaricata di identificare i loro resti. Tale commissione lavorò per ben cinque anni al caso, e i numerosi dibattiti ed esami si conclusero nel 1998, con una cerimonia solenne di sepoltura della famiglia reale.

Foto: Vladimir Udilov

La Cattedrale sul Sangue
a Ekaterinburg
(Foto: Vladimir Udilov) 

Ciononostante, anche dopo l’autenticazione dei resti da parte dello Stato, una parte dell’opinione pubblica continuò a contestare la loro autenticità. E questa contestazione continua tutt’oggi. Nel 2013, il Patriarca Kirill ha, all’improvviso, fatto una dichiarazione secondo cui sarebbero trapelate delle nuove informazioni. Nonostante, nel corso di tutti questi anni, il primo luogo di sepoltura della famiglia reale (la miniera di Ganina Yama) sia diventato un luogo di pellegrinaggio, il vero luogo di sepoltura dei Romanov potrebbe trovarsi in realtà in una zona paludosa chiamata “Porosyonkov Log”.

Per Eltsin il destino di Nicola II aveva anche una dimensione personale. Eltsin amministrava la città di Sverdlovsk (oggi Ekaterinburg) proprio negli anni in cui si decise di distruggere Casa Ipatiev, dove fu giustiziata la famiglia reale. Pertanto, egli attribuiva grande importanza all'immagine storica di Nicola II e della sua famiglia.

Con l’arrivo di Putin al Cremlino, il tema della famiglia di Nicola II perse importanza. All’inizio, infatti, Putin non dimostrò particolare interesse per il periodo presovietico della storia russa. Egli aveva ereditato da Eltsin una società divisa. Il padre fondatore della Russia post-sovietica non era riuscito a liquidare in fretta l’eredità del comunismo, come avevano fatto invece altri Paesi dell'ex “blocco orientale”.

Durante il suo primo mandato, Putin cercò di costruire una politica che ponesse simbolicamente fine alla “lunga guerra civile russa del XX secolo” e conciliasse i “bianchi” e i “rossi”. Da un lato, ripristinò il vecchio inno sovietico; dall’altro, si avvicinò a Solzhenitsyn, fautore della monarchia e fece riseppellire nel monastero di Danilov le spoglie dei generali delle truppe bianche, morti in esilio.

Dopo il 2005, a seguito del rafforzamento del suo regime politico, Putin e la sua amministrazione cercarono, in maniera tenace, di creare una sorta di pantheon di simboli della grandezza russa, in cui oltre ad Aleksandr Nevsky, Stalin, Lenin, Yuri Gagarin, il più celebre santo russo Serafino di Sarov e il maresciallo Zhukov, rientrava anche Nicola II. Il tentativo di Putin di creare una sorta di “religione civile” sulla base di eventi simbolici e figure del passato ebbe più successo rispetto all’epoca di Eltsin. Ma il prezzo fu più alto, dal momento che non si trattava più della storia per la “società civile”, bensì per i “soggetti dell’autoritarismo illuminato”.

Tutta la seconda metà degli anni 2000 venne dedicata a dibattiti televisivi sulla grandezza di Stalin e dei suoi generali. La storia russa venne nuovamente trattata come la storia del “potere forte”. L’approccio di Putin alla storia si rivela privo di calore. Egli si riferisce alla storia dal punto di vista “manageriale”, tecnico.

Le celebrazioni del 400mo
dei Romanov nella fotogallery 

Per questo, oggi Nicola II, in qualità di ultimo imperatore e rappresentante di una particolare concezione del potere russo, non emerge più di tanto tra gli altri governanti russi. Per la stampa semi-ufficiale russa, la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale e il ruolo di Stalin sono molto più importanti della crescita economica registrata durante il regno di Nicola II. Secondo questa stampa semi-ufficiale, lo zar Nicola II, non è che uno dei tanti leader russi che hanno anticipato l’"autoritarismo illuminato" di Putin. E tra tutti, egli non fu di certo il più fortunato, dal momento che non riuscì a superare i disordini del 1917. Eppure, rientra nelle onorabili file dei simboli antiliberali della Russia moderna.

La formazione di una società civile post-sovietica non è stata ancora completata e la divisione in seno alla società permane. La Russia deve ancora riconciliarsi pienamente con il suo passato e la sua storia non è ancora vista come una “casa”, bensì come un “campo di battaglia”. Stando ai risultati del sondaggio, condotto nel 1994, su chi, tra i personaggi storici del passato, si potrebbe definire un vero patriota russo, solo il 5 per cento degli intervistati scelse Nicola II, che non rientrava nemmeno nei primi dieci. Secondo i sondaggi pubblici di quegli anni, Nicola II non figurava mai nemmeno tra i primi nomi delle figure storiche più importanti della Russia.

Verso il 2013 la situazione è cambiata radicalmente. L’ultimo sondaggio condotto dal Centro Levada ha dimostrato che il ruolo di Eltsin e Gorbaciov è stato valutato positivamente solo dal 4 e 3 per cento della popolazione, rispettivamente. I due leader sono stati battuti, con un ampio margine di distacco, da Stalin (13 per cento), Brezhnev (13), e Nicola II (14). Allo stesso tempo, Nicola II ha ricevuto il numero più basso di giudizi negativi. Lo zar è apprezzato e non è considerato un tiranno o un malfattore.

Dopo essere stato nominato Presidente della Federazione Russa per la terza volta, Putin ha chiesto agli storici russi di cercare di scrivere una storia coesa, e come lui stesso l’ha definita, “coerente” della Russia. Come verrà trattato il tema del regno di Nicola II non è ancora chiaro.

Il 400mo anniversario della dinastia Romanov, quest’anno, viene celebrato in sordina, senza un importante programma ufficiale e culturale. Il Cremlino ha deciso di festeggiare ampiamente un altro anniversario, quello dell’inizio della Prima Guerra Mondiale, giacché la tematica militare e quella del "valore delle truppe russe" si adatta più facilmente alle esigenze ideologiche dell’“autoritarismo illuminato”.

L'autore è un analista politico

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