Torpedo, la forza proletaria nel pallone

Lo stadio intitolato a Streltsov (Foto: A. Savin / Wikipedia)

Lo stadio intitolato a Streltsov (Foto: A. Savin / Wikipedia)

Negli anni Sessanta la terza squadra della capitale calcava le scene europee, costituendo il blocco della Nazionale sovietica

Novanta anni di storia. Tra successi, coppe, sconfitte, anche amare retrocessioni. Nel 1924 nasceva la Proletárskaya Kúznitsa, la Forza Proletaria. Dodici anni dopo, diventerà Torpedo Mosca. La meno glamour delle cinque sorelle di Mosca. Ma che ai tempi dell'Unione Sovietica, del calcio degli anni Trenta, vedeva il suo blasone inferiore solo a Spartak e Dinamo, eterne nemiche.

La Forza Proletaria cambiava nome quando veniva acquistata da un'impresa statale del settore automobilistico, la Zil, che si occupava della fabbricazione di camion. Ma le vittorie, anche in campo internazionale, arrivavano solo dopo il secondo conflitto mondiale. Anche perché negli anni Cinquanta l'Urss tirava fuori una straordinaria nidiata di giovani campioni. Per la sfida - spalleggiata dal Pcus - del pallone dell'Est alle potenze occidentali. E la spina dorsale della Cccp (vincitrice degli Europei 1960, finalista quattro anni dopo e quarta ai Mondiali 1966) veniva proprio dalla Torpedo. Dal capitano della Nazionale Valerij Voronin, al regista georgiano Slava Metreveli, alla velocissima ala destra con il gol nel sangue, Valentin Ivanov. E soprattutto, dal leggendario Eduard Streltsov, il "Pelé bianco" celebrato in molti libri, una carriera da fenomeno scolorita per cinque anni in un gulag con un'accusa ingiusta per aver rifiutato il trasferimento al Cska Mosca. Streltsov, da molti ritenuto, assieme a Lev Jascin, il più forte calciatore russo di tutti i tempi.

Campioni che vinsero assieme due campionati sovietici (1960 e 1965), arrivando anche in semifinale in un'edizione della Coppa dei Campioni. E c'è una doppia partita in cui la Torpedo s'intreccia con il calcio italiano: sedicesimi di finale di Coppa dei Campioni 1966/67 contro l'Inter di Helenio Herrera, la squadra imbattibile, che giocava a memoria, che non prendeva gol. Sconfitti 1-0 a San Siro, i sovietici si ritrovavano 110 mila tifosi sugli spalti dello stadio intitolato a Streltsov, che negli anni Novanta diventerà Luzhniki. Quasi mai l'Inter del Mago Herrera aveva sofferto tanto. L'assedio della Torpedo durò 90 minuti. Ma la sorte era avversa, passava il turno l'Inter del catenaccio.

Ma la Torpedo era omaggiata dai propri sostenitori con murales sulle pareti della scalinata che portava alle tribune. Quella squadra riempiva la bacheca del club, che contava tre campionati nazionali e sei coppe sovietiche. Poi, il saluto al comunismo, l'arrivo dell'economia di mercato: la Zil vendeva il club alla società proprietaria dello stadio Olimpico Luzhniki, che cercava una squadra che giocasse le partite interne sul proprio campo (spesso casa dello Spartak). Dopo pochi anni, la Torpedo tornava a giocare allo stadio Torpedo, ufficialmente Eduard Streltsov. Nel secondo millennio, la Torpedo tornava nelle prime posizioni della Premier Liga. Cinque anni fa, l'amara retrocessione in Seconda Divisione, equivalente alla Lega Pro italiana. 

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