Storia della pelliccia, il capo invernale russo per eccellenza

Boris Kustodiev; Ivan Kramskoj
Dalle origini ai tempi sovietici, curiosità ed evoluzione della shúba, il cappotto di pelo (anche sintetico) che ripara dal freddo

“E sarei sceso alla stazione di Erivan’ con la pelliccia invernale in una mano e con il bastone da vecchio (...) nell’altra”, scriveva Osip Mandelshtam nel suo pamphlet “Chetvertaya proza” (La quarta prosa), composto fra il 1929 e il 1939 (stampato per la prima volta a Tallin nel 1988 dopo un lungo periodo di circolazione clandestina). La pelliccia, (шу́ба, shúba) è un capo indispensabile nel guardaroba dei russi: un’arma invincibile per combattere il pungente gelo del nord. 

Il caldo costa caro

Il termine “shuba” deriverebbe dalla parola araba “jubba”, che indica “un cappotto a maniche lunghe”.

In Russia, fin dall'antichità, indossare una shuba è sempre stato segno di ricchezza: la pelliccia, infatti, è un capo molto costoso; per realizzarne una lunga fino al ginocchio, un pellicciaio aveva bisogno di 50-60 pelli di martora o di volpe argentata.

Cosa indossava allora la gente comune? Cappotti di pecora o di lepre: animali molto più economici e facili da reperire rispetto alla martora, alla volpe argentata o allo zibellino.

Nella Rus' di Kiev e nelle terre russe in generale, prima dell'invasione mongolo-tatara del XIII secolo, la pelliccia era usata come forma di denaro, e quando veniva esportata in Medio Oriente e in Europa veniva scambiata con argento e oro, promuovendo così in Russia l'uso del metallo prezioso per coniare monete. Dopo l'invasione mongolo-tatara, alcune terre russe iniziarono a pagare i tributi mongolo-tatari in pelliccia; nella regione di Novgorod, per esempio, si pagavano con zibellini neri.

Una scena del film

Uno zibellino per amico: salvato da un allevamento di pellicce, oggi è una star di Instagram 

I comandanti mongoli di alto rango usavano il pelo di animali russi per realizzare delle shuba da sfoggiare come segno di ricchezza e potere. È curioso notare che queste shuba venivano indossate in un modo del tutto particolare: ci si metteva addosso prima una shuba con il pelo rivolto all’interno, per tenere caldo, e poi un’altra con il pelo rivolto verso l’esterno, per mostrarla a tutti. 

Questa usanza fu presa in prestito anche dai principi russi e dai boiardi, insieme a molte altre cose che adottarono dai mongoli-tatari. Anche le corone degli zar russi erano bordate di pelliccia, così come voleva la tradizione mongola.

Un boiardo russo in una shuba. Da notare che il boiardo indossa una shuba con il collo di pelliccia rivolto verso l'esterno

Successivamente, i principi russi, i boiardi e le persone generalmente ricche adottarono l'abitudine di indossare la shuba con il pelo all'interno. Questi cappotti di pelo erano a forma di “campana” (si allargavano quindi verso il basso), con maniche larghe e colletti di pelliccia rovesciati. Sul lato esterno erano ricoperti di tessuto costoso, come broccato, raso o velluto, ricamato con oro e pietre preziose.

Talvolta le persone più ricche indossavano diverse shuba in una volta sola, specialmente nelle occasioni di festa. E visto che la pelliccia rappresentava ormai uno status symbol, veniva portata anche in estate! Immaginate come dovevano sudare quei boiardi, chiusi nelle loro shuba e nei grossi cappelli di pelliccia, all’interno di una stanza soffocante in un polveroso palazzo di legno!

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“Fabbriche di pidocchi”

Pietro il Grande si sbarazzò delle shuba a corte nel XVIII secolo: a partire da quel momento, infatti, tutti i cortigiani, i funzionari e i comandanti militari furono costretti a indossare abiti in stile europeo. Sicuramente in inverno - magari di nascosto - tiravano fuori dall’armadio le vecchie e care shuba, più sobrie e senza troppi ricami. Anche all’epoca le shuba venivano indossate con il pelo rivolto all’interno; solo la gente più semplice le portava con la pelliccia in vista come facciamo noi al giorno d’oggi. 

Ma c’era un “ma”: tutti, indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza, si ritrovavano a fare i conti con i pidocchi… onnipresenti! Charles François Masson, un francese al servizio della Russia alla fine del XVIII secolo, scrisse: “Quando arrivano a un ballo, le signore russe lasciano le loro magnifiche pellicce nere e marroni di volpe artica, ermellino, martora e zibellino ai propri lacchè; mentre aspettano le loro signore, i lacchè si sdraiano su quelle pellicce. E quando le dame si congedano dalla festa, i lacchè le avvolgono in pellicce preziose, infestate dai parassiti…”. Ecco, quindi, qual era il prezzo da pagare per indossare una shuba. 

Come spiega la storica Yulia Demidenko, esistevano delle regole da seguire per indossare una pelliccia: “C’erano delle regole gerarchiche nell'indossare le shuba, non per classe, ma per età e status sociale: le donne in età avanzata indossavano lo zibellino, le ragazze giovani lo scoiattolo siberiano o la pelliccia di pecora Karakul o la lepre”.

Le ragazze giovani erano tenute a indossare pellicce economiche, e anche se la loro ricchezza permetteva loro di indossare visone e zibellino, questa era l'usanza. Alla fine del XIX secolo, per le ragazze e le donne si impose la moda indossare la shuba con la pelliccia all'esterno, per mostrare la bellezza del capo.

La shuba in epoca sovietica

In Russia, nessuno penserebbe di buttare via una vecchia shuba! Anche se consumata e impolverata, può sempre essere rimodellata, o riutilizzata per fare un cappello o un colletto per un’altra pelliccia. Il costo elevato di questo capo, infatti, portava la gente a conservarlo con cura per molti anni.

In epoca sovietica, una shuba decente poteva davvero costare una fortuna per le tasche di un cittadino medio, e le esportazioni di pellicce - così importanti per l'economia russa - non sono mai calate: nel 1925-1926, la quota di pellicce nell’export sovietico rappresentava l'89,6%. A partire dagli anni '30, la produzione di pellicce fu monopolizzata dallo Stato. Il 25 novembre 1939, il governo proibì la produzione individuale di pellicce e vietò a qualsiasi individuo di commercializzarle, al fine di proteggere il commercio interno dai profittatori.

Un ufficiale dell'intelligence militare sovietica che indossa una shuba, 1943

Le esportazioni, sommate alle grandi quantità di cappotti di pelliccia prodotti per l'Armata Rossa durante la Seconda guerra mondiale, portarono la Russia sovietica ad esaurire le riserve di animali da pelliccia. Negli anni '60, la pelliccia naturale era ancora poco disponibile sul mercato, e i responsabili della produzione di pellicce lamentavano il fatto che solo un terzo del materiale grezzo fosse di buona qualità. 

Nel 1958, Nikita Khrushchev sostenne attivamente l'introduzione della pelliccia artificiale: una shuba di pecora artificiale poteva costare 1.000 rubli (rispetto ai 4.000 rubli di una shuba di pecora naturale). Lo stipendio di una donna delle pulizie in quegli anni era di 30 rubli al mese, un venditore in un grande magazzino guadagnava 100 rubli al mese, mentre un lavoratore altamente qualificato poteva guadagnare fino a 200 rubli in un mese. Per la maggior parte delle persone, quindi, una shuba costava una fortuna.

Ma le shuba di pelliccia artificiale avevano un grande difetto: tenevano molto meno caldo rispetto alla pelliccia naturale. E così la gente sovietica ha continuato a preferire la pelliccia naturale, ed era pronta a spendere tempo e denaro per ripararla. 

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