Ecco come una ragazzina di un villaggio russo ha conquistato la Royal Opera di Londra

Andrey Uspensky
Ajgul Akhmetshina viene dalla Baschiria e ha una voce fantastica. Gli esperti le pronosticano grandi successi nella carriera lirica

Dotata di un timbro di voce davvero raro, la mezzosoprano di coloratura Ajgul Akhmetshina, che nel 2019 compie 23 anni, è stata la più giovane partecipante al programma giovanile della Royal Opera House del Covent Garden. Le pronosticano una carriera da stella dell’opera mondiale e la definiscono la “nuova Anna Netrebko”. Adesso, Ajugul, nata in un piccolo villaggio della Baschiria, si esibisce sui più grandi palcoscenici operistici del mondo, dalla Deutsche Oper di Berlino al Teatro Real di Madrid, a vari teatri italiani e israeliani. Ajgul ha raccontato a Russia Beyond di non riuscire a smettere di stupirsi della gentilezza dei britannici; come combatte i due nemici dello studio delle lingue straniere, e come si rilassa nei parchi londinesi…

In che senso non vuoi piùcantare? Non ci pensare neppure! 

Ho iniziato a praticare l’arte vocale a livello professionale all’età di sei anni. Nella nostra famiglia tutti hanno di natura voci liriche, ma per qualche ragione invece di una dinastia di cantanti d’opera abbiamo una dinastia di poliziotti. Ma la mia mamma mi diceva sempre: “Tu devi realizzare il mio sogno”. Quando avevo 12 anni siamo andati in concerto in Italia: cantavo sia canzoni nazionali baschire che arie classiche. Ho trovato persino il modo di interpretare “Ja li v pole da ne travushka bylà…” (“Io non ero un’erbetta nel campo”) di Pjotr Chajkovskij e la “Chanson espagnole” di Léo Delibes.

In Baschiria mi sono diplomata all’Istituto d’Arte di Ufà, ma non sono poi invece entrata al conservatorio, e ho continuato a studiare con la mia insegnante di canto Nailja Jusupova. In quel momento la mia voce cominciava a cambiare e ho deciso di proseguire. Andavo a lezione ogni giorno. Anche il maestro Delfo Menicucci del Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano mi ha consigliato di non cambiare insegnante: “Stai andando nella direzione giusta, vai avanti così”, mi ha detto. Quella stessa estate è successo però un brutto incidente e ho perso la voce. Tutti i progressi fatti fino ad allora erano perduti. Le note più alte non le raggiungevo più. Ero a pezzi, e avevo persino deciso di mollare il canto e seguire i passi dei miei, andando a lavorare in polizia. Ma la mia insegnante si è indignata: “In che senso non vuoi più cantare? Non ci pensare neppure!”. Se non fosse stato per lei, difficilmente sarei arrivata a Londra.

Qui sono la piùgiovane, mi chiamano baby

Al concorso internazionale operistico “New Opera World” mi ha notata il presidente della giuria David Gowland, e mi ha invitata a una seconda sessione di audizioni a Londra, nel programma giovanile della Royal Opera House di Covent Garden. 

La mia famiglia non è ricca, ma mi hanno aiutata gli sponsor e, sebbene non conoscessi l’inglese, sono partita. Mentre volavo a Londra ero nel panico: da sola, con nessuno che mi aspettava… e in qualche modo dall’aeroporto sarei dovuta arrivare al Covent Garden… Ma tutte le mie paure sono svanite quando ho fatto conoscenza con i cantanti del teatro. In totale c’erano 365 candidati. E da questo enorme gruppo avrebbero scelto 5 cantanti. Io già pensavo di aver preso una decisione folle ad andare… E invece sono stata una delle cinque! Mi hanno detto che ero una delle cantanti più giovani mai prese e mi hanno persino chiamata “baby”. E io ho capito che quella era la mia casa per i due anni a venire.

La carta in tasca qui non conta piùdi tanto

Qui si può personalizzare il proprio programma di studio, prendendo lezioni di canto, di lingue straniere, di recitazione. E nessuno fa pressioni affinché scegliamo questa o quella materia. Per esempio, io so bene che devo studiare le lingue, per poter lavorare su un vasto repertorio, poter comunicare direttamente con il pianista e così via. Mi sembra che qui tra i direttori e gli artisti i rapporti siano più informali che in Russia. Non studiamo con loro, ma anche loro imparano qualcosa da noi. E poi sono attenti a capire come sta la nostra voce, e se per caso non abbiamo bisogno di qualche giorno di riposo.

Mi sembra che qui si guardi meno alle “carte” che hai in tasca: i diplomi qui non sono “difference maker”. Ha più importanza l’impegno con cui lavori e cerchi di perfezionarti e la qualità delle tue esecuzioni. Inoltre, in Russia i cantanti non fanno esperienza teatrale. Mentre io ritengo che sia utile andare spesso alle prove, per far conoscenza pratica del mondo del teatro. In Gran Bretagna viene data molta importanza alle competenze sceniche e vengono impartite apposite lezioni anche ai pianisti e ai direttori d’orchestra.

 Mi sono stufata di aver paura!

Io mi sono ambientata in poco tempo, grazie all’aiuto dei coordinatori. Bisognava pur sopravvivere! Per capire tutto quello che succede in sala prove è stato necessario imparare in fretta la lingua. Anche se nel nostro mestiere ci sono tanti termini di uso universale, presi dall’italiano, che qualsiasi musicista capisce, senza inglese non si va da nessuna parte. All’inizio avevo paura a parlare e pensavo che sarei stata perduta se si fosse spento il cellulare e non avessi più avuto modo di accedere al traduttore. Quando mi chiedevano “How are you?”, “What’s up?” o “How do you do?”, sebbene il significato della domanda fosse sempre lo stesso, entravo sempre nel panico. Nella mia testa la piccola Ajgul si metteva a correre da una parte all’altra, gridando “Help!”. Ma a un certo punto, mi sono stufata di avere paura! Ancora oggi ho l’impressione di non sapere l’inglese. Ma ho capito una cosa importante: ognuno ha i suoi tempi per l’apprendimento linguistico, e non bisogna farsi condizionare. Tutto è molto individuale. L’importante è lottare contro i due nemici principali dello studio di una lingua: la paura e la pigrizia. 

La mia lingua madre rimane la mia preferita, ma ogni idioma ha le sue chicche. Per esempio, l’italiano mi sembra la lingua con cui si canta meglio. Ma nel futuro prossimo voglio mettermi a studiare anche il francese e lo spagnolo.

Casa èlà, dove sono le persone che amiamo

Mi sento molto legata al teatro, forse anche perché è il mio primo teatro professionale, e qui non mi sento mai un’ospite. A luglio scadrà il contratto e tutti i partecipanti al programma se ne andranno “in mare aperto”, ma qui c’è un bonus molto importante: si possono proseguire le lezioni. 

Adesso a Londra mi sento come a casa. Per me la casa è là dove ci sono le persone per me importanti. E qui ho anche trovato i “miei” posti. Per esempio, le bianche scogliere “Seven Sisters” nel Sussex, con la loro atmosfera di silenzio e tranquillità, o il Parco di Greenwich, con l’osservatorio, da dove si apre una vista del tutto insolita sulla città. Amo Londra per i suoi parchi, che sono ovunque e nei quali si può stare un po’ da soli con se stessi. La città è allo stesso tempo antica e moderna, e gli edifici sono tutti molto diversi fra di loro.

Ovviamente, mi mancano i familiari. La mia famiglia vive ancora in campagna. Non mi hanno visto sul palco dei principali teatri europei: lavorando per la polizia non possono uscire dai confini della Russia. Mi manca anche la mia insegnante di canto. Alle nostre lezioni c’era sempre un’atmosfera speciale. E io amo sempre tornare al mio istituto. Ci ho trascorso sei anni della mia vita, e lo associo a tutti i miei successi e alle mie delusioni. Ora che vado a Ufà, a maggio, una delle prime cose che farò sarà proprio andare là.

Larte unisce i popoli

Non voglio parlare delle differenze nazionali, perché ci piace soprattutto sottolineare che l’arte ci unisce. Gli artisti del teatro sono arrivati qui da tanti Paesi diversi, e una squadra internazionale spesso permette di realizzare progetti che vanno ben al di là dei confini geografici. Ma delle caratteristiche dei britannici, una soprattutto mi ha lasciata stupita: la cortesia. All’inizio mi lasciava a bocca aperta: perché ogni volta mi salutano in ascensore? E sono sinceri quando sorridono? Ma poi ho capito che è giusto così. Noi dimentichiamo spesso la gentilezza, anche se a volte bastano un solo gesto o qualche parola. 

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