Come sopravvivono i russi al freddo polare?

TASS
Due storie eccezionali di resistenza: dopo un incidente alla Base Vostok in Antartide nel 1982 e per l’affondamento di un rompighiaccio nel Mar di Kara durante la Seconda guerra mondiale

La notte è lunga 133 giorni e l’estate non esiste. No, non si tratta di un qualche meme russo sull’inverno che si avvicina, ma della vita in Antartide. La Russia ha cinque stazioni antartiche. La Vostok è l’unica che si trova all’interno e non sulla costa, ed è quella dove le condizioni sono più severe. Questa base scientifica sorge nel cuore dell’Altopiano Antartico, a 1.260 chilometri dalla più vicina linea costiera, 1.280 chilometri dal Polo Sud e 1.310 km dalla stazione statunitense McMurdo, e fu aperta il 16 dicembre 1957. Per nove mesi all’anno è isolata dal resto del mondo e la temperatura scende tra i meno 60 e i meno 80 C°. Raggiungere chi vi vive è impossibile anche per via aerea, perché se un velivolo atterra, si congela subito.

La prima cosa con cui gli uomini devono fare i conti qui è il mal di montagna. La base è infatti a 3.488 metri sul livello del mare. I sintomi possono essere differenti: depressione, vertigini, apnee del sonno.

“Di solito le persone perdono tra 5 e 10 chili nel corso del primo mese di permanenza alla Vostok. Ho visto una persona iniziare a star male pochi minuti dopo l’arrivo. Se non l’avessero evacuata in tempo, sarebbe probabilmente morta entro pochi giorni di edema polmonare acuto”, racconta Sergej Bushmanov, uno dei membri della spedizione antartica.

“Tutto l’entroterra dell’Antartide ha un sorprendente odore, come di caramello o vaniglia” Questo sentore si può percepire quando la temperatura raggiunge i -82 C°.

La regista Ekaterina Eremenko ha vissuto un mese nella stazione scientifica e le sembrava di respirare per tutto il tempo sott’acqua; con fatica. “Quello a cui non ero preparata era alle buche sotto la neve dove vivono le persone. La neve mantiene il calore, ma vivi come in un sottomarino. Gli spazi sono molto stretti, e non c’è luce naturale. Per uscire all’aperto bisogna vestirsi molto pesante. Io mi davo la crema, mettevo la maschera, mi imbacuccavo a lungo. Vestirsi può richiedere mezz’ora”, ricorda.

Questa è la vita normale, ma ogni tanto ci sono le emergenze.

In Antartide senza luce e riscaldamento per sei mesi

Nel 1982, proprio agli inizi del lungo periodo di isolamento invernale, per un corto circuito prese fuoco la stazione energetica alimentata a gasolio. Gli estintori per il gelo non funzionarono e anche gettare neve sull’incendio si rivelò impresa impossibile a causa della mancanza di maschere antigas. Ci fu un morto e venti persone rimasero alla Vostok senza luce e riscaldamento; erano senza alimentazione gli strumenti scientifici, le stufe, i fornelli. E il problema non era solo che potevano gelare tutte le scorte di prodotti alimentari; anche l’acqua veniva ottenuta con un sistema elettrico che scioglieva la neve. Per fortuna qualcuno si ricordò che alla torre di perforazione c’era un vecchio motore diesel che non usavano da tempo. Riuscirono a trascinarlo nell’edificio dove vivevano e in qualche ora, alla meglio, a farlo partire. Grazie a questo motore dettero energia alla stazione radio e fu ripristinato il collegamento con Mosca. Ma gli esploratori decisero di provare a resistere fino alla fine del periodo.

Una sola stufa era poco per riscaldarsi, così, utilizzando delle bombole di gas ne costruirono altre cinque. Vicino alle stufe la temperatura era di più 25, 30C°, ma appena ci si spostava di due metri scendeva a zero e un po’ più là c’era il gelo.

Per avere almeno un po’ di luce nell’infinita notte polare, fecero delle candele. Per fortuna che i geofisici avevano sempre con sé in gran quantità paraffina e corda d’amianto.

Il fuochista su un’isola deserta

E c’è anche chi è rimasto isolato al di sopra del circolo polare artico. Nel 1942, durante la Seconda guerra mondiale, un incrociatore tedesco affondò un rompighiaccio sovietico. Dei 104 uomini a bordo riuscì a sopravvivere e a non cadere prigioniero dei nazisti soltanto il trentatreenne fuochista Pavel Vavilov.

Come per miracolo, si allontanò attaccato a un pezzo di legno, uscendo dalla falla provocata dall’esplosione all’imbarcazione che stava affondando. Dopo un po’ di tempo salì su una scialuppa alla deriva, dalla quale i tedeschi avevano prelevato tutti i sopravvissuti, facendoli prigionieri. E remò per oltre due miglia fino all’isola Belucha (nel Mare di Kara, vicino a Dikson). “Guardo, e sull’acqua galleggia un fagotto. Lo apro. Ci sono dentro vestiti imbottiti, stivali di feltro, un cappello. Guardo ancora. Poco più là galleggia una valigetta. La raggiungo e la apro. Dentro ci sono sigarette, le papirosy Zvezdochka, e dei fiammiferi”, raccontò poi ai giornalisti il sopravvissuto. “Poco dopo salvai dall’acqua un sacco a pelo. E ancora vedo venire verso di me un sacco di farina. Guardo meglio e seduto sul fondo di una scialuppa capovolta c’è… un cane! Aveva il pelo bruciacchiato. Poveretto. Vivo per miracolo”. Sempre in questo modo, raccogliendo ciò che portava il mare dopo l’affondamento della nave il fuochista rimediò una pistola a tamburo, un’accetta, delle tavole, una botticella piena di gallette… Il sacco di farina si rivelò di crusca. A parte questo, non c’era nient’altro da mangiare. “In un secchio mescolai crusca e gallette inzuppate e misi a cuocere il tutto. L’acqua dolce la raccolsi quando piovve, prendendola con le mani da una buca tra i sassi. Il secchio pieno mi bastava per tre o quattro giorni. E il cane non mangiò niente. Beveva solo un po’ d’acqua ed era tutto”.

Vavilov tenne un diario in cui scrisse qualcosa per ognuno dei 34 giorni che sopravvisse sull’isola. “Sabato 13 settembre. Ho visto un aeroplano. Restano 220 gallette”. A lungo nessuno si accorse della sua presenza sull’isola, nonostante aerei e imbarcazioni passassero non di rado. E quando finalmente lo avvistarono, un piroscafo andò alla deriva, un aereo non riuscì ad ammarare per le onde. Lanciarono però un pacco. All’interno: latte condensato, carne sotto sale, cacao, pane, medicine e un messaggio in cui gli chiedevano di tener duro e di aspettare che il tempo migliorasse.

Il 28 settembre, quando finalmente lo salvarono, Vavilov scrisse sul diario una sola parola: “Prelevato”.

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