Come uno scrittore bilingue russo-kirghiso ha fatto scoprire l’Asia centrale al mondo intero

Cultura
AJAY KAMALAKARAN
I libri di Chingiz Ajtmatov (1928-2008), ambientati nelle valli del Kirghizistan o nelle steppe del Kazakistan, hanno aperto una finestra su tradizioni, natura e psicologia di una zona affascinante ma poco conosciuta del pianeta. E non sarebbe probabilmente stato possibile senza l’Unione Sovietica e il ponte della lingua russa, che lui definì “una delle principali conquiste strategiche dell’uomo”

L’espansione dell’Impero russo fino alle porte dell’Afghanistan e dell’India e la successiva incorporazione dell’Asia centrale nell’Unione Sovietica ha portato alla diffusione della lingua russa tra i popoli del gruppo delle lingue turche (o turchiche). È così che il Kirghizistan ha prodotto uno dei migliori scrittori in lingua russa del XX secolo: Chingìz Ajtmàtov (1928-2008).

Nato nel 1928 in un villaggio kirghiso chiamato Sheker, Ajtmatov ha vissuto brevemente a Mosca da bambino, ma è tornato nella sua terra natale dopo che suo padre (che fu poi giustiziato durante le purghe staliniane) rimandò la sua famiglia in Kirghizistan.

Studiando in una scuola sovietica, Ajtmatov era bilingue: conosceva perfettamente il kirghiso e il russo. Nelle sue memorie, ha narrato di quando gli abitanti del suo villaggio gli chiesero di tradurre a un veterinario russo che uno stallone era morto per avvelenamento dopo aver consumato dell’erba selvatica. Ancora ragazzo, venne ricompensato per il servizio da interprete “con un bel pezzo di carne”. “Fu in quell’occasione che tradussi per la prima volta dal russo al kirghiso e dal kirghiso al russo”, ha scritto Ajtmatov. “Da allora in poi avrei sempre lavorato con entrambe le lingue e culture”.

Dato che era troppo giovane per andare al fronte, Ajtmatov svolse vari lavori durante gli anni della Seconda guerra mondiale e tornò a studiare nel 1946. Frequentò un college veterinario in Kazakistan e poi si iscrisse a un istituto agrario in Kirghizistan, ma quello che amava era scrivere.

Il suo primo racconto in russo, intitolato “Gazetchik Dzjujdo” (“Газетчик Дзюйдо”, ossia “Il ragazzo dei giornali Dzjujdo”), fu pubblicato nel 1952. Quattro anni dopo, Ajtmatov si iscrisse all’Istituto di Letteratura “Gorkij” di Mosca e fu questa esperienza che lo avrebbe proiettato in una vita leggendaria da scrittore di fama.

Il successo di “Dzhamilija”

Sebbene l’Asia centrale facesse parte del più ampio mondo di lingua russa, i comuni cittadini sovietici sapevano poco della vita di quella parte del Paese negli anni Cinquanta. Le steppe, le montagne e le valli asiatiche erano un mondo lontano dalle zone urbanizzate della Russia europea del dopoguerra, ed erano molto più difficili da raggiungere, per esempio, rispetto agli Stati baltici.

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Nel 1958, il romanzo “Dzhamilija” (“Джамиля”) di Ajtmatov fu pubblicato in russo, in questo caso nella traduzione di A. Dmitrieva (l’originale era in kirghiso). È la commovente storia di una giovane donna della famiglia di un allevatore di cavalli che si innamora di un soldato ritornato al villaggio perché ferito, mentre suo marito Sadyk resta al fronte. Venne ben accolto in tutta l’Unione Sovietica. Per la prima volta, le tradizioni e il modo di vivere del popolo kirghiso entrarono nel mondo della letteratura. Il libro, come molte delle opere successive di Ajtmatov, venne adattato anche al grande schermo. Il film omonimo uscì nel 1968 per la regia di Irina Poplavskaja (1924-2012).

Ajtmatov affermò che il racconto prendeva spunto dalla vita reale. “Le radici affondano ancora una volta nella Seconda guerra mondiale”, ha scritto. “Non è stato solo un evento terribile nella vita del nostro Paese, che è costato la vita a molte persone e ha portato con sé fame, freddo e altre tremende prove. Ha anche provocato uno sconvolgimento dei costumi e delle tradizioni morali della mia patria”.

Il poeta surrealista francese Louis Aragon (1897-1982), che tradusse il libro in francese, l’ha definito “la più bella storia d’amore del mondo”. Rahima Abduvalieva, che ha lavorato come traduttrice di Ajtmatov in Germania e ha fondato l’Ajtmatov Academy a Londra, afferma che il riconoscimento internazionale di Ajtmatov è andato di pari passo con il riconoscimento della cultura kirghisa. “Per gli scrittori occidentali, Chingiz Ajtmatov appariva come una sfinge; un vero enigma: non c’era altra parola per definirlo”, ha scritto Abduvalieva in una biografia in inglese intitolata “Chingiz Aitmatov: The Glorious Path of an Eurasian Writer”. “Molti si chiedono come abbia potuto il figlio di un ‘nemico del popolo’ perdonare il sistema sociale che aveva ucciso suo padre e continuare a creare opere così magnifiche in quelle condizioni”.

“Dzhamilija” è un libro molto popolare in Germania, dove la traduzione ha avuto ben 37 tirature. In Italia uscì nel 1961 per Mondadori (collana Medusa) con il titolo “Giamilja e altri racconti”. Traduttori Alberto Pescetto e il poeta Andrea Zanzotto (dalla versione francese di Louis Aragon). È stato ripubblicato da Marcos y Marcos nel 2017 con il titolo “Melodia della terra. Giamilja”.

Le opere e le tematiche principali

Mentre in “Dzhamilija”, Ajtmatov esplorava l’idea di una relazione extraconiugale in un contesto profondamente tradizionale e conservatore, il suo libro “Litsóm k litsù” (“Лицом к лицу”, ossia “Faccia a faccia”, 1957) parlava di un disertore. In italiano è stato pubblicato da Piemme nel 1995 con il titolo “La moglie del disertore”, nella traduzione di Michela Della Monica.

“La sua audace scelta dei temi è un filo conduttore che attraversa tutte le opere di Chingiz Ajtmatov”, ha scritto la Abduvalieva nella sua biografia. La studiosa contrappone i primi lavori, come appunto “Litsóm k litsù” (1957) e “Dzhamilija” (1958), ma anche “Verbljuzhij glaz” (“Верблюжий глаз”, 1960, uscito in Italia come “Occhio di cammello: racconti dalla leggendaria Kirghizia”, Besa Muci editore, 2020), “Pervyj uchitel” (“Первый учитель”, 1962, uscito in Italia come “Il primo maestro”, Marcos y Marcos, 2020), “Materinskoe pole” (“Материнское поле”, 1963, uscito in Italia come “Il campo della madre”, AER, 1996), nei quali l’autore “si limitava a far conoscere ai lettori di tutto il mondo lo stile di vita del Kirghizistan”, a un’opera successiva come “Proshchaj, Gulsary!” (“Прощай, Гульсары!”, 1966; uscito in Italia come “Addio Gul’sary”, Mursia, 1973) nel quale “ha dato un resoconto critico del tessuto sociale del suo Paese, suscitando ancora più rispetto di prima tra i lettori,come scrittore con un’inclinazione filosofica”.

Anche “Belyj parokhod” (“Белый пароход”, 1970, uscito in Italia come “Il battello bianco” da Mondadori o “La nave bianca” da Mursia) venne ben accolto in molti Paesi. Il romanzo, ambientato sulle rive del lago Issyk-Kul, parla di un ragazzo che cresce ascoltando le storie e le leggende narrate da suo nonno e guardando il lago mentre le navi bianche lo solcano. Il romanzo riuscì a sollevare un bel polverone per la sua rappresentazione della brutalità, della corruzione e dell’abuso di potere diffusi in Unione Sovietica. Nonostante mostrasse più simpatia per il tradizionale stile di vita kirghiso che per la modernizzazione sovietica, il libro ebbe un buon successo in Urss e fu adattato per il grande schermo dal regista kirghiso Bolot Shamshiev. Il film uscì nel 1976.

“Giamilja”, “Il battello bianco” e “Addio Gul’sary”, che è una storia commovente su un pastore veterano di guerra e sul suo stallone, sono introduzioni ideali alla società del Kirghizistan. Per un’immersione ancora più profonda nell’anima dell’Asia centrale, c’è poi il romanzo del 1980 di Ajtmatov “I dolshe veka dlitsja den” (“И дольше века длится день”), uscito in Italia con il titolo “Il giorno che durò più di un secolo” (Mursia, 1982). Il romanzo è ambientato nelle vaste steppe e nello spazio galattico, offrendo la vista più ampia e vivida della regione. Il lettore comprende il divario drastico e surreale tra stili di vita moderni e tradizionali. Abduvalieva ha definito il libro il culmine del percorso creativo intrapreso da Ajtmatov nel mostrare l’Asia centrale al mondo.

Ajtmatov ha continuato a guadagnare fama e riconoscimento internazionale negli ultimi anni dell’Unione Sovietica, vincendo prestigiosi premi in Italia, India, Francia, Germania e altri Paesi. È diventato consigliere di Mikhail Gorbachev, nel 1986, con la Perestrojka e, nel 1990, è stato nominato ambasciatore sovietico in Lussemburgo. Ha servito come ambasciatore della Russia nei Paesi del Benelux prima di diventare ambasciatore del Kirghizistan in quei tre Paesi.

Il suo ultimo romanzo, “Kogdà padajut gory (Vechnaja nevesta)”; “Когда падают горы (Вечная невеста)”, ossia “Quando cadono le montagne (sposa eterna)” è uscito nel 2006. Ajtmatov è morto il 10 giugno 2008 a Norimberga, in Germania, dove si trovava per delle cure mediche. È sepolto nel complesso memoriale “Ata-Bejit”, a una trentina di chilometri da Bishkek, capitale del Kirghizistan.

Un’eredità condivisa tra Russia e Kirghizistan

James Riordan, che ha tradotto diverse opere di Ajtmatov, ha espresso grande ammirazione per lo scrittore kirghiso, che ha affermato di essersi distinto per mezzo del russo. “Spesso ha scritto non una, ma due versioni di ogni opera: prima in kirghiso, poi in russo, a volte con un titolo diverso e in una versione diversa, alla maniera di Conrad, Nabokov e Narayan”, dice Riordan, citato nella biografia di Ajtmatov scritta dalla Abduvalieva.

Ajtmatov ha detto che essere bilingue è stato il filo conduttore di tutta la sua vita, e di percepire il russo come una “lingua pilota entro i confini dell’Asia post-sovietica”. È arrivato al punto di definire il russo la sua seconda lingua madre, dicendo: “A quanto ho capito, la lingua russa è una delle principali conquiste strategiche dell’uomo, poiché possiede le proprietà di un’antenna linguistica. Il russo richiama dalle risorse della lingua e invia nel mondo che lo circonda le forme di espressione e di pensiero più profonde ed efficaci, alimentando la comunicazione tra coloro che vivono lo stesso capitolo della storia”.

L’eredità dello scrittore è qualcosa che sia il Kirghizistan che la Russia possono rivendicare con grande orgoglio.


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