“The Last Frontier” è il miglior film russo sulla Seconda guerra mondiale degli ultimi anni

Vadim Shmelev/Central Partnership, 2020
Racconta la storia vera ed eroica del cadetti di Podolsk (da cui il titolo originale “Podolskie kursanty”), e finalmente ha alle spalle una ricostruzione storica rigorosa, senza insopportabili cliché

All’inizio di novembre, il film “Podólskie kursànty” (“Подольские курсанты”; ossia “I cadetti di Podolsk”), titolo per il mercato estero “The Last Frontier”, è uscito nei cinema russi, eclissando la maggior parte dei precedenti film sullo scontro sovietico-tedesco nel corso della Seconda guerra mondiale girati nella Russia contemporanea. Ampiamente acclamato dal pubblico, è in attesa della sua imminente première in Europa e negli Stati Uniti.

Una vicenda eroica

Il film è basato sugli eventi dei primi di ottobre del 1941, giorni che il maresciallo Georgij Zhukov (1896-1974) descrisse come il periodo più delicato della Battaglia di Mosca. A quei tempi, le truppe sovietiche che difendevano le periferie sud-occidentali alla capitale non avevano unità pronte al combattimento lungo il percorso di avanzata del nemico.

Per impedire una corsa senza ostacoli delle truppe dell’Heeresgruppe Mitte verso Mosca, e guadagnare tempo per rafforzare le linee difensive più vicine alla metropoli e per far arrivare riserve dalle zone più distanti dell’Urss, tremila cadetti delle scuole di fanteria e artiglieria di Podolsk, 43 km a sud della capitale, furono lanciati contro i tedeschi. Questi ragazzi sarebbero dovuti diventare ufficiali dell’Armata Rossa dopo la fine del percorso accademico, ma in queste condizioni critiche dovettero combattere come soldati semplici.

Il comando sperava che i cadetti riuscissero a mantenere le linee difensive circa 150 chilometri a sud di Mosca, nella regione di Kaluga, per almeno cinque giorni. Ma, perdendo 2.500 uomini in battaglia, resistettero per ben dodici giorni e guadagnarono il tempo di cui l’Armata Rossa aveva tanto bisogno.

Il Fronte orientale al cinema

Il nuovo film del regista Vadìm Shmeljóv (1967-) si distingue dal resto delle pellicole sul confronto armato tra l’Urss e il Terzo Reich nella Grande Guerra Patriottica, come è chiamato in Russia il Fronte Orientale della Seconda guerra mondiale. Di sicuro, in questa pellicola mancano quei luoghi comuni sulla realtà sovietica a cui lo spettatore occidentale è così abituato.

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I cineasti americani ed europei raramente mostrano adeguatamente lo scontro tra l’Armata Rossa e la Wehrmacht. Basti ricordare la scena de “Il nemico alle porte” (coproduzione Usa, Regno Unito, Francia, Germania, Irlanda del 2001, per la regia di Jean-Jacques Annaud), in cui la fanteria sovietica corre ad attaccare le posizioni tedesche come un gregge di pecore con un fucile ogni tre soldati, e viene sterminata, più ancora che dal nemico, dalle raffiche di mitragliatrice dei distaccamenti punitivi anti ritirata nelle retrovie.

In realtà, l’Armata Rossa aveva armi più che sufficienti, e i distaccamenti punitivi erano sì impegnati a catturare i disertori nelle retrovie, ma per rimandarli in prima linea, e certo non sparavano così indiscriminatamente e massicciamente sulle proprie truppe. A volte, nelle fasi più drammatiche del conflitto, persino questi battaglioni dovettero impegnarsi direttamente in battaglia con il nemico.

Indubbiamente delle esecuzioni avvennero, ma solo come ultima risorsa, applicate al personale militare che si era macchiato di colpe più gravi. Inoltre, tali esecuzioni erano eseguite dopo un processo alla corte marziale e spesso davanti alle file dei compagni disertori. Se davvero avessero spinto i soldati sul campo di battaglia a suon di raffiche di mitra nella schiena, come mostrato in vari film recenti, gli stessi mitraglieri dei distaccamenti punitivi si sarebbero molto probabilmente presi un proiettile in testa e avrebbero causato una rivolta.

Sorprendentemente, alcuni registi russi contemporanei non sono rimasti indietro rispetto ai loro colleghi occidentali nel denigrare l’Armata Rossa, e talvolta addirittura li hanno superati. Spesso nei moderni film russi sulla Seconda guerra mondiale, vediamo i soldati sovietici come una folla indisciplinata, non molto desiderosa di combattere per la patria comunista, e generali costantemente ubriachi, che non hanno il minimo rimpianto di aver mandato a morte i loro uomini in attacchi insensati e senza la minima preparazione. I personaggi preferiti dai registi sono i malvagi politici e gli uomini dalle mani sporche di sangue dell’Nkvd, che sparano volentieri ai soldati praticamente senza motivo, quasi per puro sadismo.

Finalmente un film che non denigra la storia

Nel cinema russo del dopo Perestrojka e crollo dell’Urss, l’Armata Rossa è dipinta secondo un cliché che la presenta come un esercito male organizzato, con comandanti incapaci e soldati poco motivati di combattere per uno Stato comunista, presente anche al fronte con i suoi antipaticissimi commissari politici. Un esercito in niente paragonabile alla perfetta macchina da guerra dell’esercito del Führer. Questa immagine così diffusa nel cinema moderno, distorce la percezione dello spettatore sia della guerra che del ruolo giocato dall’Armata Rossa in essa. Per fortuna, non ci sono di questi cliché in “Podolskie kursanty”/“The Last Frontier”. Il film è stato realizzato sulla base dei documenti del Ministero della Difesa, degli archivi tedeschi e delle testimonianze dei superstiti tra i partecipanti agli eventi bellici.

I cadetti qui non sono un branco indistinguibile, che comandanti e commissari politici senza scrupoli portano al massacro. Sono ragazzi semplici, molti dei quali non hanno ancora compiuto diciotto anni e che si sforzano di scontrarsi con il nemico il più rapidamente possibile. Sono certamente spaventati, ma superano la loro paura per non deludere i loro compagni e i parenti. Alcuni sono migliori, altri peggiori. Hanno una loro individualità, com’è normale che sia.

I generali nel film non appaiono nell’immagine ormai tipica di ubriaconi sempre attaccati alla bottiglia. Sono, nelle parole dello storico militare Aleksej Isaev, veri “padri”, comandanti volitivi e decisi che sanno assumersi le loro responsabilità. Seguendo gli ordini del quartier generale, inviano truppe nel bel mezzo dei combattimenti, ma se ci fosse anche una piccola opportunità di salvare le vite dei loro soldati, si ha l’impressione che lo farebbero.

Appare nel film anche un “politruk”; un commissario politico. Ma non sta continuamente con un sorriso beffardo stampato in volto e il revolver puntato alle tempie dei poveri ragazzi, bensì partecipa alle ostilità con gli altri militari, ed è anche più zelante e furioso di loro. Dopotutto, il compito principale dei commissari politici sovietici durante la guerra non era quello di sparare al maggior numero possibile dei loro soldati, ma di motivarli a combattere il nemico. Non c’è da stupirsi che i tedeschi dessero loro la caccia per liquidarli.

La credibilità della ricostruzione storica

Le riprese di “Podolskie kursanty”/“The Last Frontier” si sono svolte sul luogo reale della battaglia, nella regione di Kaluga. Il fiume, il ponte, le case, le aree fortificate, le uniformi e le armi dei soldati sono stati ricreati qui con particolare cura, secondo i documenti conservatisi.

La grafica computerizzata costituisce solo il dieci per cento di tutti gli effetti del film. I veicoli corazzati e i carri armati tedeschi originali Panzer IV, Panzer II e Panzer 38(t), i cannoni anticarro sovietici da 45 mm e il famoso carro armato  T-34 sono stati cercati nei musei e restaurati per le riprese reali.

“L’attendibilità è stata messa al primo posto, dice Igor Ugolnikov, uno degli sceneggiatori e produttore del film: “I consulenti storici correvano qua e là per il set e controllavano persino quale numero di divisione fosse incollato sul carro armato. Volevamo ottenere la massima precisione, avvicinare la pellicola alla realtà. Hanno effettuato ricerche, ricostruito anche che numero di aerei avesse preso parte alla battaglia. Hanno scoperto come sparavano le armi, il rumore che facevano nel 1941. Questo non è solo un film, è quasi un documentario”.

Gli storici militari, pur dando una valutazione generalmente positiva del film, non sono potuti essere pienamente d’accordo con l’opinione di Ugolnikov che tutto corrisponda alla realtà storica: mancano, per esempio, i cannoni antiaerei, i mortai, gli obici, e non sono mostrati i soldati della 312ª divisione di fanteria che coprirono i fianchi dei cadetti, e così via. Tuttavia, secondo Aleksej Isaev, questi difetti sono perdonabili. “Ciò che viene mostrato, è mostrato a un buon livello. Il film nel suo insieme è riuscito. Con questa pellicola il cinema russo moderno ha fatto un grande passo avanti quanto a veridicità dei fatti narrati”, ritiene lo storico.


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