Perché il ballerino Rudolf Nureev, a 26 anni dalla morte, è ancora così popolare in tutto il mondo?

Cultura
ALEKSANDRA GUZEVA
Tra film, documentari e spettacoli che danno scandalo, si parla sempre di lui. Del resto, fu primo in tutto: primo a rifiutarsi di rientrare in Unione Sovietica, a diventare superstar in Occidente, a dichiararsi pubblicamente gay e a parlare della sua malattia, l’Aids, che lo uccise a 54 anni

Ralph Fiennes ha presentato a Mosca “The White Crow”, il film dedicato alla vita del grande ballerino sovietico Rudolf Nureev (1938-1993). Nel 2017, sul palcoscenico del Teatro Bolshoj era invece andato in scena, dopo grandi polemiche e scandali, il balletto “Nureev”, per la regia di Kirill Serebrennikov. E praticamente ogni anno escono documentari sul ballerino. Ma cos’è nella sua figura che continua ad attirare così tanto i registi e gli sceneggiatori?

Un’infanzia difficile 

Rudolf Nureev nacque il 17 marzo del 1938 in treno, su un vagone della Transiberiana, dalle parti di Irkutsk. Era un tipico bambino sovietico, con una tumultuosa mescolanza di sangue tataro e baschiro. Romanzando un po’ la sua vita, i biografi definiscono sempre la circostanza della sua nascita in treno “un presagio“. E pare davvero che sia stato così, perché vagò sempre senza posa tra vari villaggi e città.

Al tempo della Seconda guerra mondiale, la famiglia di Nureev fu evacuata da Mosca ad Ufà, in Baschiria. Povertà estrema, tanto da soffrire la fame e il freddo, e derisioni a scuola, perché era costretto a indossare i vestiti della sorella maggiore, forgiarono il suo carattere di acciaio. 

Quando Rudolf aveva sei anni, sua madre, con un mezzo miracolo, riuscì a procurarsi due biglietti per il balletto. Il bambino ne rimase così impressionato da decidere che sarebbe diventato un ballerino. Il padre, musulmano, era contrario, e avrebbe voluto che il figlio si dedicasse di più allo studio. Ma il ribelle Rudolf fu irriducibile, e correva alle lezioni di danza all’insaputa del padre. 

I maestri di danza di Ufà si rivelarono ottimi: seppero riconoscere il talento, apprezzarono lo zelo e insegnarono al piccolo Nureev non solo le tecniche di ballo, ma anche le basi della recitazione, e gli raccontarono dei balletti di Djaghilev e dei più grandi interpreti di quest’arte.

I suoi pedagoghi si erano diplomati all’Istituto di coreografia Vaganova di Leningrado (oggi San Pietroburgo) e lo ritenevano la scuola migliore di tutta l’Urss. Fecero capire a Rudolf che se voleva seriamente proseguire la sua strada nel mondo del balletto aveva solo una opzione davanti a sé: andare a Leningrado. 

Una giovinezza non meno complessa

A 17 anni Nureev fece questa scelta audace: abbandonò i genitori ed entrò al più prestigioso istituto di ballo; alla scuola Vaganova. Là ancora una volta si ritrovò a essere canzonato dai compagni di corso e additato come “contadinotto”. Ma con gli insegnanti gli andò bene anche stavolta: finì sotto l’ala protettrice del famoso artista di balletto, e allora già insegnante, Aleksandr Pushkin (1907-1970). Nureev visse addirittura per del tempo a casa del suo maestro, per salvarsi dal bullismo di cui era vittima al dormitorio studentesco. 

Si dette anima e cuore all’arte. “Ogni passo di danza deve portare l’impronta del proprio sangue”, disse il giovane ballerino. 

Al saggio di fine corso fu notato e subito preso come solista del corpo di ballo del prestigioso Mariinskij (che allora era intitolato al comunista Kirov). La sua prima esibizione, nel “Lago dei cigni”, gli portò un amore da parte del pubblico senza precedenti. Era il 1958. 

Il primo transfuga sovietico 

Tre anni dopo, nel 1961, la troupe del teatro andò in tournée a Parigi. L’Opéra lo applaudì non meno dei teatri sovietici. Nureev, nonostante tutte le raccomandazioni del Kgb su come gli artisti dovessero comportarsi all’estero, frequentò molto i ballerini francesi, andò a spasso per la città e più volte rientrò in albergo oltre l’orario stabilito. 

La troupe doveva proseguire la tournée a Londra, ma a Nureev misero in mano un biglietto per rientrare a Mosca. Ufficialmente gli dissero che era per una esibizione importante in patria, ma lui capì che in realtà gli stavano chiudendo per sempre la possibilità di andare all’estero. E scelse la libertà.

Le autorità francesi gli permisero di restare e il Grand Ballet du Marquis de Cuevas, anche se la stagione era quasi alla fine, gli offrì un contratto. In seguito lo avrebbero invitato i principali teatri del mondo e si sarebbe esibito a Londra, Parigi, Cannes, Chicago, New York… 

Incontri fatidici

Dopo aver visto per la prima volta a Londra come danzava Margot Fonteyn, ballerina inglese di 42 anni, il ventitreenne Nureev si innamorò appassionatamente del suo modo di ballare e iniziò a sognare di esibirsi con lei in duetto. La fortuna gli arrise: il Royal Ballet gli chiese di ballare con lei nella “Giselle”. E il loro duetto conquistò il pubblico. Tra i due iniziò un’amicizia artistica lunga anni; sembrava che traessero energia l’uno dall’altra e furono non pochi i progetti nei quali lavorarono assieme. 

Nureev rimase a lungo al Royal Ballet, esibendosi là continuativamente fino al 1977. Oltre a questo, veniva invitato a partecipare a vari progetti e in alcuni lavorò anche come coreografo. A Copenaghen conobbe Erik Bruhn, dal cui talento nella danza rimase stregato. I due si innamorarono e la loro relazione intima e aperta andò avanti fino alla morte di Bruhn nel 1986. 

L’Opéra de Paris e l’Aids 

Nel 1983 proposero a Nureev di diventare il direttore dell’Opéra de Paris. Lui apportò molte innovazioni alla concezione del balletto, alternò messe in scena classiche ad altre sperimentali e crebbe alcune stelle mondiali della nuova generazione. Con lui, il corpo di ballo dell’Opéra de Paris divenne richiestissimo in giro per il mondo e le tournée furono molto frequenti. 

Ma poco dopo la nomina, Nureev scoprì di essere sieropositivo. Provò vari tipi di cura, ma iniziò a indebolirsi giorno dopo giorno. Ballare ormai non poteva più, e negli ultimi anni della sua vita cercò di mettersi alla prova come direttore.

Morì nel 1993, lasciando come volontà quella di essere seppellito nel cimitero russo di Sainte-Geneviève-des-Bois a Parigi. Là sono sepolti Ivan Bunin, Zinaida Gippius, Dmitrij Merezhkovskij e molti altri esponenti della cultura. La tomba di Nureev può essere facilmente riconosciuta, perché è ricoperta da un mosaico che rappresenta un tappeto orientale. I tappeti, infatti, erano la sua seconda grande passione dopo la danza.

 

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