‘Back in the U.S.S.R.’: la vera storia della più controversa canzone dei Beatles

Flickr/Marco Verch, Getty Images
La traccia che apriva il White Album del 1968 era leggera e ironica, ma nel clima di paranoia della Guerra Fredda fu interpretata come un manifesto filo comunista. In realtà, questa amichevole presa in giro di un certo rock americano era anche un abbraccio virtuale ai fan d’oltrecortina, che amavano il Quartetto di Liverpool, anche se il Cremlino lo bandiva come “rutto della cultura occidentale”

“I Beatles ci hanno portato l’idea della democrazia”, dice il rocker russo Sasha Lipnitskij, citato nel libro del 2013 di Leslie Woodhead “How the Beatles Rocked the Kremlin: The Untold Story of a Noisy Revolution”. “Per molti di noi è stata la prima falla nella cortina di ferro”. In effetti, le copie di contrabbando dei Beatles erano i vinili su cui tutti volevano mettere le mani in Unione Sovietica negli anni Sessanta e Settanta. La divisione imposta dalla cortina di ferro non poteva fermare la passione dei fan sovietici del gruppo, che contrabbandavano i loro dischi in massa e poi sono diventati hippie, dissidenti o musicisti che hanno segnato un’era, quella del rock russo.

Col senno di poi, l’amore per questi rubacuori di Liverpool fu una delle poche cose che colmò il divario tra occidentali e cittadini sovietici. In Occidente, la destra era preda della paura rossa e dell’anticomunismo, sull’onda lunga del maccartismo, mentre la “nuova sinistra” era impegnata a digerire Orwell e Solzhenitsyn e a decidersi a capire che l’Unione Sovietica non era poi così cool. La Guerra Fredda, intanto, non era certo una cosa da ridere.

I Beatles incarnavano sì la cultura popolare del momento, ma erano anche dei tipi intelligenti. Sempre antagonisti, non potevano fare a meno di provare a demolire la narrazione dominante occidentale. Pensate al pezzo di apertura dell’Album Bianco del 1968, “Back in the U.S.S.R.”

I Beatles, dei troll degli anni Sessanta

Dall’inizio alla fine, tutto ciò che riguarda “Back in the U.S.S.R.” è intriso di ironia. Prima ancora di iniziare a esaminare il testo e a ragionare sul contesto della Guerra Fredda, c’è il suono: il riff di piano, la struttura, l’assolo di chitarra sulla progressione armonica della strofa, sono una parodia del rock and roll del Chuck Berry di “Back in the U.S.A.” e del surf rock dei Beach Boys di “California Girls”. Poi c’è il titolo, che riusciva a prendere in giro allo stesso tempo “Back in the U.S.A.” di Chuck Berry e l’“I’m Backing Britain” del primo ministro britannico Harold Wilson, una campagna autarchica lanciata e fallita nel giro di un semestre.

La capacità di trollare di questa canzone simbolo è evidente nella sua capacità di provocare un gran tumulto per così poco. Versi come “The Ukraine girls really knock me out” e “Let me hear your balalaikas ringing out”, ben lungi dall’essere celebrazioni della cultura sovietica, erano piuttosto una presa in giro del suo non essere sexy (le donne di Mosca e le robuste kolkoziane dell’Ucraina degli anni Sessanta non avevano certo la reputazione di grandi bellezze di cui godono le ragazze russe oggi, dopo tante super modelle).

Poi c’è “Georgia’s always on my my my my my my my my my mind”, un cenno al successo di Hoagy Carmichael del 1930 “Georgia on My Mind”, famosa ai tempi dei Beatles per la cover di Ray Charles. L’unica differenza, ovviamente, è il riferimento alla Repubblica del Caucaso settentrionale, allora parte dell’Urss, e non allo Stato degli Stati Uniti meridionali.

In un certo senso, ciò che rendeva “Back in the U.S.S.R.” un pezzo di satira aveva più a che fare con il fatto che menzionava un Paese comunista, che non con cosa diceva dell’Unione Sovietica. Era essenzialmente uno scherzo, un ribaltamento ironico di “California Girls” dei Beach Boys, e l’unica cosa contenuta nella canzone che può assomigliare a un messaggio politico è il fatto di mettere russi e americani sullo stesso piano, come se “Us” e “Ussr” non fossero poi così diversi. Come ha spiegato Paul McCartney nella sua biografia, il protagonista della canzone è “qualcuno che non ha avuto molto dalla vita, ma che continua comunque a essere orgoglioso come un americano si pensa che dovrebbe essere”. Nel clima di paranoia del 1968, tuttavia, questo fu sufficiente per far gridare allo scandalo.

Accuse e detrattori

Per essere onesti con la gente del 1968, molti capirono lo scherzo. L’Album Bianco, ora 19 volte disco di platino, vide i Beatles al massimo della loro essenza giocosa. E nel contesto più ampio dell’LP, “Back in the U.S.S.R.” era solo una forma più grezza e spinta dell’audacia che si respirava in tutto questo album doppio.

Altri, tuttavia, non ne furono positivamente colpiti. Qualcuno ritenne che questa parodia del rock classico made in Usa potesse essere interpretata come propaganda sovietica, e mise i Beatles alla berlina come nemici dell’America. L’ultra-conservatrice John Birch Society, per esempio, si risentì in modo vibrante per il verso “Hey, you don’t know how lucky you are, boy”. Ma come? Fortunati di tornare nell’Urss? Questa era propaganda comunista! I Beatles simpatizzavano per il nemico!

Oltre all’indignazione, arrivarono le teorie del complotto. Il commentatore di destra Gary Allen interpretò “Back in the USSR” e altri due classici dell’album, “Revolution 1” e “Revolution 9” come prova del fatto che i Beatles erano in realtà stalinisti che avevano “preso la linea di Mosca contro i trotzkisti”. Allen à anche accreditato come fonte della diffusa leggenda metropolitana secondo cui la band di Liverpool avrebbe compiuto un viaggio segreto in Urss e tenuto un concerto privato per il Comitato Centrale, una teoria che dovrebbe essere abbastanza confutata dal fatto che il governo sovietico etichettava i Beatles come “il rutto della cultura occidentale”.

Non sorprende che anche parti della “Nuova Sinistra” sollevassero critiche, seppur minori, alla canzone, per un tempismo non proprio eccezionale: nel 1968 c’era stata l’invasione della Cecoslovacchia. Ian MacDonald ha riassunto questo sentimento nel suo libro del 1995 “Revolution in the Head” ricordando la canzone come “un gesto privo di tatto”.

Un abbraccio virtuale

In un’intervista del 1964, John Lennon rispose alle critiche nei confronti dei Beatles di essere un gruppo “non-americano” con ironia british: “Beh, è stato molto attento, perché non siamo americani, in effetti”.

Il quartetto rimase completamente indifferente alle critiche su “Back in the USSR”. E rivolgendosi indirettamente ai fan sovietici dei Beatles, McCartney disse a Playboy: “È stato una specie di abbraccio virtuale… piacciamo anche là, anche se questa cosa non va giù ai boss del Cremlino.”

Naturalmente, nessuna canzone ha dimostrato meglio il legame proibito della band con i suoi fan sovietici di “Back in the U.S.S.R.”, eseguita illegalmente (ma a grande richiesta) da Elton John alle Olimpiadi del 1980 a Mosca. Quando Paul McCartney finalmente interpretò questo inno in Russia, nel 2003, con Putin in prima fila, la folla si sciolse.

Non è una sorpresa che “Back in the U.S.S.R.” sia una canzone senza tempo, ma per ragioni che vanno al di là della grandezza dei Beatles. In un mondo dominato dalla tensione, con accuse di spionaggio, guerre per procura e battute di scarpa, la canzone era abbastanza politica da irretire i padroni del mondo, mentre suonava come un piccolo innocente scherzo per tutti gli altri. È stata satira musicale ai massimi livelli.

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